Il settimo figlio sbarca al See Rock 2013!

0 10

Autore: Rok Klemše
Foto: Aleš Podbrežnik

Luogo: Schwarzlsee / Graz / Austria
Data del concerto: 21.06.2013
Spettatori: 20.000
Prezzo del biglietto: 69,90 EUR

Visto che i grandi concerti heavy metal ci evitano come il diavolo l’acqua santa, siamo noi ad andare da loro. Stavolta i grandi Iron Maiden hanno fatto tappa vicino a Graz, sull’idilliaco lago Scwarzl, al festival See Rock, nell’ambito del loro Maiden England tour. Una partenza da Lubiana un filo in ritardo e l’inizio anticipato del festival ci sono costati gli occultisti svedesi Ghost, che stanno promuovendo il nuovo disco Infestissumam e con quello dimostrano di non essere solo una meteora. Poco dopo le tre, in una splendida giornata di sole, siamo comunque riusciti ad arrivare all’area del festival, che sta a pochi decine di metri dal lago meraviglioso e invitante (se solo avessi avuto il costume). Il festival però non attirava solo con gli Iron Maiden: valevano uno sguardo anche la nuova formazione di Jason Newsted (ex-Metallica) e gli estremisti polacchi Behemoth. Se il cartellone ha convinto, un po’ meno hanno convinto i prezzi gonfiati (0,5 l di birra (schifosa) 5€ + 1€ per il bicchiere), e il giorno dopo nemmeno la cancellazione dei Motörhead. Non so se si potesse arrivare al lago con tutti i tipi di pass, ma lì si riusciva a rinfrescarsi all’ombra e a buttare giù una birra un po’ più economica. Ma cominciamo da quello che conta di più. La musica!

Poco prima delle quattro sono saliti sul palco i Newsted, la nuova band di Jason Newsted, noto ovviamente come ex bassista dei giganti Metallica. Beh, anche se con i Metallica ha avuto un ruolo più visibile (dove, nonostante un contributo autoriale minimo, almeno negli anni Novanta si è preoccupato di far sì che la band mantenesse più o meno la reputazione di gruppo metal), conquistando con esibizioni davvero energiche e piene di dedizione (guardatevi per esempio Cunning Stunts), Jason ha lasciato un’impronta autoriale più forte sull’album d’esordio di culto dei Flotsam & Jetsam, Doomsday For the Deceiver, e dopo la morte del chitarrista Piggy è riuscito a tenere in vita con successo gli eccentrici thrasher canadesi Voivod. Eppure, dopo l’addio ai Metallica, Jason è rimasto per sempre all’ombra degli ex compagni, in più si è beccato un brutto infortunio alla spalla, ha lottato con la dipendenza da farmaci e pillole e si è dato alla pittura astratta. Ma stavolta Jason torna dove deve stare – sul palco con una band metal! A gennaio di quest’anno i Newsted hanno pubblicato l’EP d’esordio Metal, e ad agosto seguirà il debutto sulla lunga distanza Heavy Metal Music. Il quartetto ci ha servito in meno di un’ora pezzi di entrambi i dischi, che suonano come un mix di heavy metal con thrash della vecchia scuola e un pizzico di rock ‘n’ roll alla Motörhead. Anche come frontman Jason resta eccezionale: da lui trasudano esperienza di palco, maturità musicale e soprattutto carisma, e nemmeno i suoi compagni scherzano, con una base musicale rombante, devastante e piena di groove sotto la voce ruvida di Jason. I Newsted hanno fatto un riscaldamento con i fiocchi sotto un sole già cocente, davanti a un pubblico che ha accolto bene i «nuovini» e che per chiudere è stato infiammato con il classico Whiplash (anche se sarebbe stato più bello sentire qualcosa dell’era Jason). Jason Newsted È il metal!

A seguire i pesi massimi polacchi Behemoth hanno accarezzato le orecchie con suoni black/death metal più estremi e dimostrato che questo tipo di musica funziona alla grande anche con le luci accese (anche se forse non in modo così efficace). I Behemoth hanno suonato al See Rock nonostante il batterista Inferno si stia riprendendo da un’operazione di appendicite; al suo posto si è seduto lo straordinario batterista Kerim «Krimh» Lechner (-KRIMH-, ex-Decapitated), quindi sul fronte batteria il livello altissimo non era in discussione. I Behemoth hanno attaccato il pubblico austriaco senza compromessi e senza freni e dalla prima all’ultima nota hanno demolito e fatto a pezzi tutto come una grande Bestia. Un suono infernalmente massiccio, potente e pulito ha permesso ai Behemoth di spiegare le ali come un angelo caduto e di tirare fuori un concerto sorprendentemente imponente, che probabilmente ha messo in ginocchio tutti i timorati di Dio a incrociare le dita. Nergal, frontman sicuro di sé, teneva il pubblico in pugno senza fatica, e il pubblico ha seguito la band in modo sorprendentemente caloroso (in fondo era l’unica band di metal estremo del festival), mentre ad Adam Darski non si nota per niente che solo due anni fa lottava per la vita a causa della leucemia. La sua voce stavolta suonava brutale e ruggente, ed è più che evidente che Nergal dopo la grave malattia ha guadagnato un sacco in forma e forza, tanto che l’unica conseguenza visibile della malattia sono i capelli corti, pettinati all’indietro sul modello di Satyr (anche se Darski la fronte alta ce l’aveva anche prima, eheh). Una buona scelta dei pezzi (oltre ai classici obbligatori ha sorpreso soprattutto l’antichissima Moonspell Rites dall’EP And the Forests Dream Eternally), un’esibizione energica, potente e convincente sono la prova dell’inesauribile forza dei Behemoth, e sarà interessante sentire cosa porterà il nuovo disco The Satanist, in uscita a fine anno.

Christians to the Lions è uno dei classici dei Behemoth appena citati, ma io avrei preferito ancora di più che i polacchi avessero dato in pasto ai leoncini gli alternativi americani Stone Sour, che si sono presi la fetta successiva più grossa della timeline del festival. Gli Stone Sour sono una delle formazioni «alternative» più popolari d’America, il che non stupisce, dato che nella band suonano due membri degli ultra popolari e vendutissimi Slipknot, il cantante Corey Taylor e il chitarrista Jim Root, e in più il gruppo è più vicino alle acque del rock alternativo che al metal. In una buona ora gli Stone Sour hanno presentato a un pubblico già piuttosto numeroso il materiale di tutti i dischi in studio, con in testa probabilmente il loro più grande successo Come What(ever) May e la prima parte del doppio album concept House of Gold & Bones. Ci siamo quindi beccati chitarre bella «downtunate» con riff moderni e un frontman eccessivamente sicuro di sé e (a me personalmente) pesante come Corey Taylor. Sulle melodie morbide e dolcemente soavi si sono sciolte soprattutto le tenere animucce austriache (mentre gli altri si sono presi una pesante dose di zucchero), in particolare su Say You’ll Haunt Me, Bother e Through Glass. C’era da aspettarsi che il pubblico austriaco, che ha un forte bacino nel metalcore e nei generi più moderni simili, incitasse a gran voce gli Stone Sour, e più o meno è andata così, ma io sono convinto che gli Stone Sour starebbero molto meglio in un festival tipo Nova Rock che subito prima degli Iron Maiden. Verso la fine del set gli Stone Sour hanno reso omaggio in modo abbastanza solido agli antenati Black Sabbath con la cover del classico Children of the Grave (anche se nella loro versione, nonostante la voce sicura di Corey, preferirei non sentirla mai), e hanno chiuso (logicamente) il concerto con i due pezzi più «slipknottiani», Get Inside e 30/30-150. Siccome gli Stone Sour hanno preso il nome da un cocktail (una parte di whisky, una di succo d’arancia, uno spruzzo di limone), chiudo dicendo che con gli Stone Sour mi bagnerei la gola molto più volentieri di quanto non mi tormenterei le orecchie.

Alle nove in punto è finalmente cominciato quello per cui eravamo venuti! Dagli altoparlanti, come tante volte prima, è esploso il classico degli UFO Doctor Doctor, poi, con le luci spente e il palco illuminato di azzurrino, sono risuonate le prime note apocalittiche dell’eterno classico Moonchild. Poco prima, però, sembrava che i ragazzi si fossero concessi una battuta inglese un po’ insipida alle spese del pubblico, che era rimasto un’intera giornata sotto il sole cocente. Sugli schermi (in linea con il tema dell’album Seventh Son of a Seventh Son, ovviamente) si sono infatti susseguite immagini di ghiacciai sconfinati, e a guardare quell’acqua gelida ti veniva proprio da rabbrividire. In questo tour gli Iron Maiden celebrano il cult video live Maiden England del 1988 , basato sul tour ancora più leggendario 7th Tour of a 7th Tour, chiaramente dedicato all’eterno classico heavy metal Seventh Son of a Seventh Son. La scaletta quindi era in gran parte nota in anticipo, visto che più di tre quarti erano pezzi di quel concerto, ma questo non ha rovinato per niente l’immenso piacere di reincontrare i padrini dell’heavy metal. Anzi! Noi un po’ più giovani quel tour classico potevamo prima solo sbavarcelo su YouTube, stavolta invece ci abbiamo assistito in una forma quasi invariata. Il ritorno al passato evidentemente ringiovanisce anche la band: gli Iron Maiden dalla prima all’ultima nota suonavano come dei ventenni scatenati. Gli eterni ragazzini hanno conquistato di nuovo il palco come solo loro sanno fare: il grande capo Steve Harris con lo sguardo da comandante e il piede sollevato sul monitor, lo zio Murray sempre sorridente, la trottola chitarristica vivente Janick «il ninja» Gers, il raffinato solista Adrian Smith, il fantastico Nicko McBrain dietro la sua fortezza di batteria e l’indimenticabile Bruce Dickinson, che ancora una volta riempiva ogni centimetro del palco. Dickinson suonava meglio di minuto in minuto e per la prima volta è esploso davvero nel (primo) momento clou indimenticabile del concerto, con l’epica The Prisoner. «I am not a number, I am a free man» è risuonata all’inizio l’inconfondibile voce del leggendario Patrick McGoohan, protagonista della serie cult The Prisoner, che gli Iron Maiden ci hanno srotolato in modo spettacolare con l’omonimo pezzo, e ci è quasi scappata una lacrimuccia per un brano che era difficile credere di poter ancora sentire dal vivo. Non hanno lasciato respirare il pubblico e dopo il classico 2 Minutes to Midnight hanno servito l’epopea antimilitarista Afraid to Shoot Strangers, dal disco molto sottovalutato Fear of the Dark. I ragazzi, nonostante anni e anni di concerti e le accuse di routine, sanno ancora sorprendere! Come sempre per The Trooper Dickinson indossa la divisa e sventola l’«Union Jack», e ancora una volta lo sguardo si ferma ipnotizzato sul più grande frontman heavy metal di tutti i tempi. L’intensità scenica di Dickinson è ancora da mozzare il fiato, perché è difficile trovare un frontman più attivo. Saltelli, animazione e comunicazione vivace sono le qualità di Bruce, che però sbiadiscono di fronte alla sua prova vocale. Certo, negli acuti da «air raid» non arriva più come una volta, ma nella sua voce ci sono esperienza, maturità e una capacità di interpretazione incredibile. Dickinson era di nuovo in forma fenomenale, sembrava fresco e riposato, e vocalmente ancora una volta superbo e convincente, che si trattasse del breve «rocker» 2 Minutes to Midnight o della poderosa leccornia epica Seventh Son of a Seventh Son. Phantom of the Opera, il primo vero pezzo epico degli Iron Maiden, è stata una nuova sorpresa, e in mezzo ci sono state soprattutto le cazzate sui bratwurst e sui morning after curry wurst, eheh. Con Run to the Hills, irrigidita dagli anni, è arrivato il primo momento in cui sul palco compare la star della serata, ovvero Eddie, che stavolta è marciato sul palco nei panni del generale Custer, seguito ovviamente dall’immancabile gioco e inseguimento tra lui e Gers.  Il secondo terzo del concerto era riservato, senza dubbio, al momento più potente della serata, la title track dell’album Seventh Son of a Seventh Son. In un’epica di dieci minuti i Maiden ci hanno srotolato davanti tutto quello di cui sono capaci – atmosfere splendide, indimenticabili, mistiche, linee di basso scatenate di Harris e il gioco chitarristico pirotecnico di Murray e Smith. Dickinson come narratore (con l’indimenticabile ciuffetto «Danzig») è stato divino, e la ciliegina sulla torta l’ha messa Michael Kenney (di solito il tecnico del basso di Harris) alle tastiere durante la parte strumentale misteriosa, che alla fine esplode in uno dei passaggi più belli della storia del rock! Indimenticabile, superbo, geniale e da pelle d’oca. Durante il ferreo classico Iron Maiden, che ha chiuso la parte regolare del concerto, è ricomparso il megalomane Eddie, stavolta nella versione della copertina di Seventh Son of a Seventh Son, con tanto di testa che sputa fuoco! Nel bis è tuonata l’immortale voce di Winston Churchill e il discorso più ispirante della seconda guerra mondiale «We shall fight them on the beaches … We shall never surrender!», che gli Iron Maiden hanno musicato in modo magnifico con l’indimenticabile Aces High, durante la quale ha brillato ancora la voce matura di Dickinson, e i ragazzi hanno salutato definitivamente il See Rock con Running Free, mostrando alla fine perfino un po’ di spontaneità con l’assolo di batteria di Nicko e la presentazione della band da parte di Bruce – in particolare si è sbizzarrito con Nicko, che ha presentato come l’uomo più bello del mondo, bellissimo perfino per Playboy, Playgirl e… Farmer’s Weekly Magazine. Il «Always Look On the Bright Side» alla Monty Python accompagna sempre il pubblico all’uscita, e dopo un concerto così la vita è davvero molto più luminosa.

Gli Iron Maiden anche stavolta dimostrano di essere unici. La riproposizione del tour dell’88/89 evidentemente fa bene anche a loro, perché hanno dimostrato ancora una volta che per energia giovanile, nonostante più di 30 anni di carriera, non hanno rivali. Il suono al festival durante gli Iron Maiden stavolta non era perfetto, perché era troppo sporco e più volte si sono perse le chitarre, ma i Maiden hanno superato con successo anche questa (piccola) pecca. I pionieri dell’heavy metal con questo tour restano i più grandi tra i grandi, e non resta che rivederci con loro a Zagabria. Up the Irons!

Scaletta

NEWSTED:
1. Heroic Dose
2. Soldierhead
3. Godsnake
4. Long Time Dead
5. … As the Crow Flies
6. King of the Underdogs
7. Twisted Tail of the Comet
8. Skyscraper
9. Whiplash

BEHEMOTH:
1. Ov Fire and the Void
2. Demigod
3. Moonspell Rites
4. Nuovo brano
5. Conquer All
6. Alas, Lord Is Upon Me
7. Decade of Therion
8. At the Left Hand ov God
9. Slaves Shall Serve
10. Chant For Eschaton 2000

STONE SOUR:
1. Gone Sovereign
2. Absolute Zero
3. Mission Statement
4. Made of Scars
5. Do Me a Favor
6. RU486
7. Say You’ll Haunt Me
8. Bother
9. Through Glass
10. Children of the Grave
11. Get Inside
12. 30/30.150

IRON MAIDEN:
1. Moonchild
2. Can I Play With Madness
3. The Prisoner
4. 2 Minutes to Midnight
5. Afraid to Shoot Strangers
6. The Trooper
7. The Number of the Beast
8. Phantom of the Oper
9. Run to the Hills
10. Wasted Years
11. Seventh Son of a Seventh Son
12. The Clairvoyant
13. Fear of the Dark
14. Iron Maiden
 — bis –
15. Aces High
16. The Evil That Man Do
17. Running Free

Galleria fotografica

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito utilizza i cookie per offrire il servizio web, i sistemi pubblicitari e le funzionalità che senza cookie non potremmo fornire. Visitando e utilizzando il sito, accetti l’uso dei cookie. Accetta Leggi tutto

Privacy e cookie