MetalDays 2013 (secondo giorno) – “Pure Fucking Armageddon”
Autori: Rok Klemše, Aleš Podbrežnik
Foto: Nina Grad, Jerneja Jerak
Luogo: Tolmin / Slovenia
Data del concerto: 23.07.2013
Numero di spettatori: 15.000
Il secondo giorno, sul secondo palco, hanno aperto i Calling of Lorme! Una band che coltiva una forma di metal alternativo rinforzato da elementi industrial e che, col suo martellare “cyber”, ha fatto capire che i suoi modelli vanno cercati tra gente come Rammstein, Deathstars, persino Marilyn Manson. Interessante, ma per ora è un nome poco conosciuto. Per questo sotto il palco c’erano solo i più curiosi e scatenati. Alla band però non è fregato proprio niente. Mezz’ora di show sparata via all’insegna della compattezza e della matura visione musicale a cui puntano. Il mix contagioso di melodia ed energia ti si è piantato in testa soprattutto nei passaggi come quello in cui l’atmosfera è esplosa durante l’esecuzione di Layman.
A tenere in piedi la macina sul palco piccolo, nel primo pomeriggio, ci hanno pensato i veterani greci Acid Death, in attività già dal lontano 1989 e quindi a ragione considerati tra i padri della scena metal greca. I greci ci hanno innaffiato per una buona mezz’ora con un death/thrash velenoso come l’acido, che a sorpresa ha buttato dentro persino qualche linea di chitarra imprevedibile, tanto che il sound della band a tratti suonava addirittura un filo progressivo. A casa sua sul palco si è sentito soprattutto il frontman Savvas, che col microfono headset ha avuto un sacco di libertà e quindi la possibilità di muoversi e scapocciare senza sosta. Gli Acid Death sono lontanissimi dall’essere la band death/thrash più originale del pianeta, ma sputano la loro aggressività e la loro rabbia apocalittica con la giusta dose di ferocia.
A dare il via al rombo di tuono del festival sul main stage, il secondo giorno, sono stati i croati Rapid Strike. Il quartetto, che nel 2011 ha pubblicato l’album di debutto »God Take Me To Hell« (lo stesso anno ha cambiato nome da Azazel all’attuale Rapid Strike), il vasto palco se l’è in qualche modo ingoiato, e tutto girava attorno alla cantante scatenata Ivana Elez, che è di fatto la prima calamita del gruppo, non solo perché appartiene al gentil sesso, ma per la presenza scenica convincente e soprattutto per un’interpretazione vocale dinamica, elastica e autorevole, che richiede la giusta dose di esplosività, furia teatrale e sfacciataggine. Vecchia scuola heavy metal in mano alla nuova guardia! Solido.
Poi sale sul palco il trio tedesco Spitfire, una band che di recente deve aver fatto colpo sui Volbeat. A metà aprile di quest’anno il gruppo ha pubblicato l’album di debutto »Devil’s Dance«, da cui ha proposto, tra le altre, la title track e la particolarmente invasiva Burn in Hell. Un’esposizione macho e virile, annaffiata da un’esilarante combo di rock ‘n’ roll e riffing metallizzato e distorto che però resta fedele a secche linee punk! Voce nasale e un po’ più bassa, camicia con le maniche rimboccate, capelli corti e impomatati. Questa roba non l’abbiamo già vista da qualche parte? Ah. Michael Poulsen (Volbeat). Semplice, ma d’effetto immediato nella penetrazione dell’energia sparata addosso. Postura da desperado, ma senza stoccate hillbilly né mimica alla Elvis. Una buona mezz’ora di divertimento, senza rivoluzioni musicali.
Anche il secondo giorno il main stage ha continuato a girare in modo coloratissimo per quanto riguarda i generi delle band in cartellone. Una nuova variazione l’hanno portata i danesi Pet The Preacher, sballati e fuori di testa (hanno sostituito, purtroppo, i doomer americani The Gates of Slumber, saltati), che si aggrappano alla loro versione di stoner metal. Hanno la dose giusta di cupa introspezione e di nero, direi persino di occulto. Con la loro musica non si impongono alla gente e la lasciano fondersi piano piano con la loro energia. Un trio. E un trio basta e avanza. La musica che coltivano i Pet the Preacher sta tornando piano piano al centro dell’attenzione. Ci sono parecchie band che raggiungono una bella fetta di popolarità tra la gente del metal, come per esempio i Grand Magus e, sull’altro versante, i Graveyard. Hanno ritagliato caratteristiche affini, in cui lo stoner spinge in primo piano. Affiatamento eccellente del trio, presa vocale piuttosto rovinosa del cantante Torben Wæver Pedersen. I Pet the Preacher funzionano con un’introspezione stoner nel suonare, che scintilla nelle parti dilatate dei brani, dove il trio si lancia con gusto in jam (Bright Land Black Night, Into a Darker Night), a volte persino spontanee. Con momenti come la più veloce The Banjo hanno però buttato benzina sul fuoco e ribaltato del tutto l’atmosfera sul palco. Nel ponte di The Devil’s Door si sentiva l’arsura dei vapori alcolici infiammabili di Southern Comfort (?),… scusate, di rock. Una band da andare assolutamente a sentire. Una band che si accende nella forma di un’autentica recita da palco, anche se in fatto di autenticità cede ai colori di roba già sentita.
La prima band a ottenere 40 minuti sul main stage sono stati i cavalieri power metal della tavola rotonda Gloryhammer. Un quintetto di buontemponi che se la ride alla grande. E funziona alla grande, anche se i Gloryhammer, sotto una tale coltre di orpelli, vendono una versione masticata e rimasticata di una delle tante varianti del cliché del power metal epico. Band così allontanano la folla dall’essenza della sottocultura metal. Per colpa loro il pubblico si porta sotto il palco i “giocattoli” e si veste da eroi delle fiabe. Ma questo è ancora metal, o un imbroglio da quattro soldi, presto dimenticato? Streghe, nanetti, goblin, cavalieri coraggiosi e draghi. Draghi, draghi, draghi. Dappertutto sopra Tolmin. Il caldo era infernale e gli addetti alla sicurezza innaffiavano allegramente le teste surriscaldate con le “pompe”. L’afa non ha fermato i maniaci dal travestirsi da capitani di navi pirata – e in tenuta completa. Immagina un tizio in prima fila con un mantello di cotone e un cappello nero a 35°C. Panorami così si offrivano nelle prime file durante i Gloryhammer. Che hanno raccolto un bel numero di sostenitori. Il filone fiabesco e da flautini è caldo da qualche anno e lo stesso pubblico è poi tornato di corsa sotto il palco per Arkona e Alestorm, moltiplicato per qualche centinaio di appassionati di spadaccinaggio dal sangue caldo. Il legame tra Alestorm e Gloryhammer è autentico. Christopher Bowes (Alestorm) suona infatti le tastiere nei Gloryhammmer. La band ha pubblicato a fine marzo di quest’anno l’album di debutto »Tales from the Kingdom of Fife« e al Metaldays lo ha presentato “a tutto spiano”. A parte il cantante Thomas Winkler, la band sul palco è sembrata piuttosto rigida, a malapena in movimento. Un po’ dipende dal repertorio di movimenti base dei singoli sul palco, un po’ dal fatto che indossavano goffi costumi da cavaliere che non sopportano bene troppo agitarsi. Il pubblico aveva già fatto suo alla grande il sound dei Gloryhammer e al cantante Thomas non è servito sforzarsi molto per coinvolgere la massa nei ritornelli. A tratti cantava pezzi interi di canzoni da sola. La band ha portato a casa il concerto in modo professionale e sicuro, ma la domanda è fino a dove l’industria musicale lascerà arrivare nel metal questa ondata crescente di lustrini e kitsch da palcoscenico, di cui si appropriano sempre più band che cercano così di mascherare la propria genericità autoriale.
Dopo la sodomia musicale per le orecchie, ci voleva una pulizia profonda più seria, e così i successivi sul main stage sono arrivati a fagiolo. Se avevamo bisogno di qualcosa di più digeribile, di molto più primario e spogliato di ogni kitsch inutile, ci ha pensato il potente mix di heavy e stoner metal degli svedesi Mustasch. Gli svedesi baffuti (il nome se lo sono dati perché i loro modelli – come Tony Iommi e Freddie Mercury – sfoggiavano baffoni folti) hanno servito una dose d’urto di riff grassi, una sezione ritmica rombante e rumorosa e la voce melodica e contagiosa di Ralf, che ogni tanto ricordava quella di Hetfield. Le chitarre erano spogliate fino all’osso: lo scheletro della band è infatti un ottimo intreccio di riff semplici ma vivi e tellurici, basso groovoso e batteria semplice ma efficace, che insieme seguono il comando di una voce rock non chirurgicamente precisa, ma naturale e così forte da farti venire voglia di starle dietro. I Mustasch sono stati una delle sorprese più belle e interessanti del festival e un’altra prova che i baffi sono fighi (Magnum P.I. e Ron Jeremy confermano).
Dopo i Gloryhammer e prima degli Alestorm sono saliti sul main stage altri highlander scozzesi, i metalcoreri Bleed From Within. Gli scozzesi sono saliti sul palco proprio durante il temporale di caldo del pomeriggio, ma agli amanti dei breakdown le gocce di pioggia non hanno dato fastidio, visto che i Bleed From Within erano di fatto l’unica band del festival di quest’anno per gli appassionati del genere. La band si è quindi messa il pubblico in tasca in un attimo, con la gente che obbediva diligente a ogni ordine del cantante Scott Kennedy, e moshing e circle pit sembravano non finire mai (si è aggiunto anche l’immancabile wall of death). Per uno a cui questo genere sta simpatico come la parsimonia all’arcidiocesi di Maribor, devo ammettere che i Bleed From Within se la sono cavata sorprendentemente bene. Coi breakdown noiosi non hanno esagerato, in compenso hanno rovesciato addosso un sacco di riff groovy e melodie epiche, sostenuti da un’esibizione davvero energica e senza compromessi. Purtroppo però anche con loro è saltato subito fuori il difetto di un genere ormai parecchio logoro: sono diventati presto monotoni e ripetitivi, e la voce di Kennedy interessante quanto la registrazione di una messa domenicale.
Nello stesso momento, sul palco piccolo, hanno distrutto la musica e sputato in faccia a tutti i dogmi sonori i padri nostrani del grindcore, i goriziani Extreme Smoke 57, che hanno cominciato a grindare nel 1990 e tre anni dopo si sono sciolti. I pionieri del grind in Slovenia si sono riformati tre anni fa e i palchi tornano a tremare sotto il peso del ringhio animalesco di Bocot, dei blast beat spietati e dei riff depravati. In mezz’ora hanno segato via 247 pezzi, come si addice al grind, e tra quelli originali hanno infilato anche una cover dei leggendari Agathocles (se la memoria non mi inganna). Il grind crudo, aggressivo e primordiale degli Extreme Smoke 57 ha colpito ancora più potente il timpano grazie all’ottimo suono e alla voce gutturale e animalescamente profonda di Bocot, a un rullante che suonava come ossa che si spezzano e a un basso profondo che faceva tremare le pance da birra. Brutale, cazzone e col dito medio orgogliosamente alzato verso tutto e tutti. Bllleeeeaaauuurrrrgghhh!
Gli Arkona sono vecchi amici dei palchi sloveni! Stavolta il giro di concerti non li ha portati a Lubiana, ma a Tolmin. Sul main stage. Di nuovo tutti gli occhi erano puntati sulla cantante Maša. Salirà sul palco “incoronata” di pelliccia di lupo o no? I folk metaller russi, combinando il melos tradizionale dei canti popolari russi e la mitologia slava, flirtano persino con il “pagan”. Tutto russo! Ed è proprio questo l’elemento che allontana felicemente gli Arkona dalla media della genericità alluvionale di queste band, spuntate negli ultimi anni come funghi dopo la pioggia in tutto il pianeta. Però queste sono una garanzia per riempire i festival metal e quindi benvenute. Di gente sbronza, fino a quel giorno, davanti al main stage ce n’era di gran lunga di più. Maša ha di nuovo incantato con la sua postura sicura e autorevole. È stata inflessibile nel growl eccellente come nelle sequenze che richiedono un canto sottile e pulito. A un certo punto la cantante, accovacciata, durante l’interpretazione vocale ha voluto tornare in posizione eretta, su due gambe. Così, senza accorgersene, ha pestato il “becco” del lupo di pelliccia. La ragazza è franata sfortunatamente sul palco, ma si è rialzata subito. Un po’ di spasso teatrale extra che il pubblico ha naturalmente salutato con ovazioni fragorose, quando ha visto che con Maša, dopo il malaugurato incidente, andava tutto a meraviglia. La gente non è esigente. Era venuta per una buona dose di sfottò, di positività, di spensieratezza. E gli Arkona gliel’hanno consegnata. In una parte del concerto, con la loro fisarmonica folk, hanno portato i più accesi delle prime file a un “wall of death”.
L’alibi del massimo carico con la dose quotidiana di derivati dell’alcol è emerso al meglio proprio nel secondo giorno del festival. Quello che avevano iniziato gli Arkona, subito dopo l’hanno rinforzato gli scozzesi ubriaconi e pirate metaller Alestorm. Non è passato molto da quando nel 2009 a Lubiana li guardavamo come band da club davanti ai Grave Digger, ed ecco che hanno già fuori il terzo album in studio »Back Through Time« (2011), hanno solcato persino il mar dei Caraibi nella crociera 70.000 Tons of metal e riempiono trionfanti i palchi festivalieri più grandi. Solo il diavolo sa che cavolo ci sia di tanto speciale in questa band da far accorrere ai loro concerti una mandria di gente. La band ha avuto qualche peripezia con l’accordatura iniziale degli strumenti. Il main stage infatti anche il secondo giorno ha mostrato i difetti di un suono preparato male, con cui hanno dovuto fare i conti tutte le band in programma. Durante l’esibizione degli Alestrom vedevi gente in tutti i travestimenti possibili, come solo la fantasia umana può partorire. Qualcuno si era messo addirittura un tanga verde acceso sulle spalle, alla Borat, e così, cioè “col culo di fuori”, attirava l’attenzione in mezzo alla massa. Per il resto, lo show degli Alestorm era di nuovo di gusto per le masse. Bowes, che si era lamentato per lo stomaco rovinato, ha potuto tirare il fiato, perché il pubblico fanatico lo copriva. Nella doppietta finale attesa, Captain’s Morgan Revenge e Rum, gli scozzesi pelati hanno compiuto la loro missione al Metaldays con una leggerezza di piuma. Quando il pubblico è con te al 100%, è difficile che qualcosa vada storto.
I Torche hanno messo su uno spettacolo eccezionale. Sono un quartetto americano della Florida che macina stoner metal, in cui intreccia elementi sludge. Hanno lasciato di sasso con la loro energia eruttiva e devastante, che ha presentato la band come un quartetto superbamente affiatato, verso cui vale la pena nutrire timore reverenziale, se sei una band che sceglie i Torche come supporto per il suo nuovo tour. Con che facilità ti possono rubare la serata. Almeno a giudicare da quanto mostrato al Metaldays, si può dire così. I ragazzi sanno smuovere la solita introspezione secca del riff stoner con passaggi melodici (Reverse Inverted) e collocarli con gusto dentro i brani. Esecuzione bravurosa, guida magistrale del frontman Steve Brooks e vero cerotto per chi ha dovuto cercare un’ora di conforto dopo essere stato cacciato dal main stage dal concept musicale della squadra di allegri ubriachelli Alestorm.
Dalla costa orientale degli Stati Uniti, con i successivi ci siamo spostati verso ovest, nella Bay Area di San Francisco. Sul palco sono salite le vecchie glorie americane dell’heavy/power/thrash metal Vicious Rumors, guidate dall’indistruttibile Geoff Thorpe! Stavolta l’esibizione degli americani era particolarmente importante, perché nel tour attuale c’è uno sloveno con loro! Dopo il tour europeo di successo dei Noctiferia con gli In Flames, le esibizioni di Matej Sušnik con gli Helstar e il progetto Sabbath Judas Sabbath (che si sono esibiti sullo stesso palco il giorno dopo), il metal sloveno sposta di nuovo i confini della proverbiale piccolezza slovena! Con i Vicious Rumors stavolta sul palco c’era il bassista carinziano Tilen Hudrap (ex-Wartune, ex-Keller, Scepsis, Thraw), che insieme ai colleghi americani ha messo in scena un colpo spietato di metal americano. Il sodalizio americano-sloveno ha salutato il pubblico piuttosto numeroso con l’eterno classico Digital Dictator, all’inizio ancora un po’ a caccia del suono, ma ha trovato subito un suono ben distribuito e affilato come un bisturi, che tagliava le teste come la “mascotte” della band, la sfera irta di punte e affilata. Il grande capo Thorpe ha pensato a una vera tritacarne di riff, lo splendido Larry Howe a una batteria più che fantastica, il cantante Brian Allen a urla disumanamente acute, e Tilen a un supporto “low end” profondo e solido (e a una prestazione scenica sicura e disinvolta, con tanto movimento e headbanging). La ciliegina sulla torta l’ha messa l’ospite, lo “slovenizzato” James Rivera, che in duetto con Allen ha urlato splendidamente I Am the Gun dal nuovo disco Electric Punishment, e la band si è avvolta nella notte con il classico da inno Soldiers of the Night.
Il programma serale del martedì sul secondo palco è stato una vera prelibatezza per le orecchie, oltre che movimentato e vario per generi. Dopo una dose di power metal americano da San Francisco, la strada ci ha portati tra i meandri fangosi del Mississippi e le rumorose strade di New Orleans. Se Jimmy Bower l’avevamo visto da poco con i Down a Zagabria, al MetalDays si è esibito con la sua band madre, gli stregoni di New Orleans Eyehategod. Ci aspettava una dose onesta di sludge sporco e crudo ed è esattamente ciò che gli americani ci hanno servito – con i riff mastodontici di Bower impregnati dell’odore inebriante dell’erba, la voce sofferente, sbronza e affumicata di Mike Williams (onestamente fumato era anche sul palco) e un suono NOLA che rotola lento. Il cervello bruciato del cantante ha sfornato discorsi folli e sconnessi, come per esempio che gli Eyehategod sono il black metal del ghetto. La band di buon umore ha presentato anche qualche pezzo nuovo, tra cui ha convinto soprattutto Nobody Knows Me, con la sua influenza alla Black Sabbath. Secondo Williams gli Eyehategod hanno finalmente registrato un nuovo disco, di cui dice che nemmeno lui riesce ancora a credere che sia davvero registrato (l’ultimo disco in studio Confederacy of Ruined Lives è uscito ben tredici anni fa!). Concerto super di una band difficile da beccare dalle nostre parti, che ha dimostrato che la vita spietata lungo il delta del Mississippi genera musica sentita, sensibile e brutalmente sincera.
Solo i Samael hanno riportato al MetalDays quella vera sinistrità, quell’occulto e quel buio che il metal richiede! Atmosfera autentica, insomma. È vero che già da un pezzo negli Samael molti arrangiamenti si basano sulla programmazione e sull’uso di matrici ritmiche, ma la loro presenza scenica è estremamente convincente e ipnotica. Nonostante anche con i Samael le caratteristiche sonore non fossero affatto migliorate e le chitarre perdessero di nuovo rilievo nel quadro sonoro, Vorph con i suoi sudditi ha macinato la scena secondo dopo secondo e ci ha portati in modo convincente nei campi di terre abbandonate e spogliate di ogni emozione, dove si sentirebbe a disagio persino un diavoletto. Eppure i riff di chitarra erano piazzati troppo piano nel mix, cosa che faceva male soprattutto nei brani dove il supporto delle orchestrazioni è più importante (Soul Invictus). È interessante come la band negli arrangiamenti agisca in modo molto razionale: è quell’elemento industrial marcato che si porta dentro. E in questo convince moltissimo. La maggior parte degli occhi era puntata sul capo, il frontman carismatico e prima figura dei Samael, Vorph. Biondo artificiale dalla fronte alta, con i capelli raccolti in uno chignon e vestito di scuro, ricordava di nuovo un folle samurai del metal. Sul suo volto la freddezza della ponderatezza. Sguardi da sotto la fronte avvolti in cupezza, inaccessibilità. Gli svizzeri in un’ora e un quarto hanno allestito un’esperienza eccellente, che sarebbe sembrata ancora più convincente se fossero state garantite condizioni sonore ottimali. I Samael restano raffinati interpreti da palco che affascinano con una strategia ponderata e ben elaborata dello sviluppo degli eventi sul palco. Per questo sembrano molto veri. Un’unica miscela di elementi dark e black metal, sostenuta dall’elemento industrial e dal suono occasionale di tastiere che attinge alla figura e all’opera dei Laibach nel periodo dell’uscita dell’album »Opus Dei«, ci ha conquistati in pieno. I Samael, con la loro espressione musicale facilmente accessibile alle masse, hanno creato una vera carica elettrica prima di quello che aspettava di incarnarsi nel gran finale del secondo giorno del festival, quando sul main stage sono saliti i puri adoratori scolpiti delle opere impure, i black metaller primordiali Mayhem.
Proprio i Mayhem, per il loro status di padri del black metal, erano probabilmente uno dei nomi più attesi del festival. Lo spettacolo epico e sinistro lo annunciava già il palco maestoso, decorato con stendardi, bandiere e candele, ma i Mayhem purtroppo non hanno onorato il loro ruolo di uno dei portabandiera del festival. Il pedaggio l’ha preteso soprattutto il suono scadente, a causa del quale sono emerse solo le batterie, mentre chitarre, basso e voce di Attila Csihar si sono persi in un pastone totale e solo ogni tanto venivano in primo piano. D’altro canto, in tutta la sua grandezza ha brillato la batteria di Hellhammer, lontana dal generico blast beating, ma unica e dinamica per il black metal. Attila, l’unico membro che porta ancora il corpse paint, più che con la voce ha cercato di scioccare giocherellando di continuo con un teschio, ma è sembrato una versione parodica di Amleto, e così i Mayhem nel complesso hanno convinto di più col terzetto di pezzi dallo storico debutto – Freezing Moon, Buried By Time And Dust e la title track De Mysteriis Dom Sathanas. L’esibizione dei Mayhem stavolta è stata una di quelle che per una parte del pubblico sono una vittoria piena, per l’altra un clamoroso buco nell’acqua. La bilancia, secondo me, stavolta si è inclinata verso quest’ultima.
L’onore di chiudere del tutto la serata del martedì sul palco piccolo è toccato ai leggendari cadaveri death/grind americani Exhumed, che dopo il ritorno dalla tomba di tre anni fa non si fermano davanti a niente. Dopo l’ottimo disco del ritorno All Guts, No Glory ecco già la nuova Necrocracy, e gli Exhumed non mostrano il minimo segno di esaurimento di budella e interiora. Gli americani hanno aperto con il classico Necromaniac dall’album Gore Metal, e hanno garantito un’esibizione energica, con un suono chiaro e aggressivo come una motosega, un brutale attacco vocale a due voci e chitarre seghettanti e a colpi d’ascia che tagliavano tutto ciò che trovavano davanti. Non è rimasto altro da fare che andarcene definitivamente a marcire nelle tende.
Setlist
GLORYHAMMER:
1. Anstruther’s Dark Prophecy/The Unicorn Invasion of Dundee
2. Quest For the Hammer of Glory
3. Magic Dragon
4. Hail To Crail
5. The Epic Rage of Furious Thunder
6. Angus McFife
7. Wizards!
MUSTASCH:
1. Heresy Blasphemy
2. Bring Me Everyone
3. Deep In the Woods
4. Destroyed By Destruction
5. Speed Metal
6. Double Nature
7. I Hunt Alone
EXTREME SMOKE 57:
1. GUK
2. Don’t Smoke 57
3. Dogfuck
4. The Krull
5. Samota
6. World Under My Fingernail
7. Rape Your Sister
8. Life of Dreams
9. Truth?
10. In Chains
11. Propad
12. Intropsija človeškega uma
13. A to S Theme
14. Agarchy
15. Tvoj bog
16. Who Sold the Scene?!
ARKONA:
1. Kolo Navi
2. Zakliatie
3. Goi, Rode, Goi!
4. Sva
5. Ot Serdtsa k Nebu
6. Slovo
7. Pamiat
8. Slav’sja, Rus’!
9. Arkona
10. Stenka na Stenku
11. Yarilo
ALESTORM:
1. The Quest
2. The Sunk’n Norwegian
3. Wolves of the Sea
4. Shipwrecked
5. Nancy the Tavern Wench
6. Back Through Time
7. Wenches & Mead
8. Midget Saw
9. Keelhauled
10. Captain Morgan’s Revenge
11. Rum
VICIOUS RUMORS:
1. Replicant/Digital Dictator
2. Minute To Kill
3. Towns On Fire
4. Worlds And Machines
5. Don’t Wait For Me
6. I Am the Gun
7. Let the Garden Burn
8. Hellraiser
9. Soldiers of the Night
SAMAEL:
1. My Savior
2. Shining Kingdom
3. Soul Invictus
4. Into the Pentagram
5. Jupiterian Vibe
6. Slavocracy
7. Reign of Light
8. Moonskin
9. In Gold We Trust
10. Baphomet’s Throne
11. Rain
12. Infra Galaxia
— bis —
13. Ceremony of Opposites
14. The Truth Is Marching On
MAYHEM:
1. Silvester Anfang/Deathcrush
2. Ancient Skin
3. My Death
4. A Time To Die
5. Illuminate Eliminate
6. Freezing Moon
7. Buried By Time And Dust
8. Carnage
9. De Mysteriis Dom Sathanas
10. Pure Fucking Armageddon
EXHUMED:
1. Necromaniac
2. Through Cadaver Eyes
3. Necrotized
4. Torso
5. Distorted And Twisted to Form
6. Limb From Limb
7. This Axe Was Made to Grind
8. Under the Knife
9. Slaughtercult
10. Casketkrusher
11. All Guts, No Glory
12. As Hammer to Anvil
13. The Matter of Splatter
— bis —
14. The Rotting
15. Seek And Destroy/Black Magic/Creeping Death
16. Open the Abscess
Galleria fotografica











































































































































































