Sigur Rós in salsa rock’n’roll (2013)

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Luogo: Piazza Unitá / Tarvisio / Italia
Data del concerto: 23.07.2013
Numero di spettatori: 2500
Prezzo del biglietto: 48,70 €

Se un anno fa qualcuno mi avesse detto che in poco più di sei mesi avrei visto i Sigur Rós ben tre volte, gli avrei come minimo riso in faccia, o più probabilmente l’avrei mandato a quel paese perché la smettesse di prendermi in giro con certi scenari da sogno. Eppure gli scenari da sogno sono proprio il territorio dei Sigur Rós. E come loro, con la loro musica, trasformano i sogni in realtà, così è successo anche a me: in poco più di sei mesi li ho visti tre volte. E la terza… Beh, la terza ho deciso che avrei portato avanti lo scenario da sogno e che mi sarei piazzato sotto il palco degli islandesi ogni volta che ne avessi avuto la possibilità.

Che non ci siano equivoci: già le prime due volte erano state esperienze vagamente religiose. Tutta quella fuffa religiosa sulle esperienze e sensazioni ultraterrene è una delle poche cose che reggono, solo che il mio dio, in quei casi, erano i Sigur Rós. Ma stavolta, al concerto di Tarvisio, nell’adorabile cittadina italo-slovena subito oltre il confine, mi sono avvicinato ai Sigur Rós a un livello così personale come con pochissime altre band. E a questo, credo, ha contribuito parecchio anche Tarvisio stessa.

I Sigur Rós hanno suonato a Tarvisio nell’ambito del No Borders festival, che dev’essere un enorme evento culturale cittadino, uno di quelli che muovono la loro scena culturale (e di conseguenza musicale). È pazzesco vedere come i tarvisiani sostengano la loro scena, perché un pubblico così eterogeneo come quello di stavolta l’avevo visto forse solo a un concerto di Vlado Kreslin. E Kreslin, credetemi, è molto più popolare di certi sperimentatori islandesi. Sulla piazza principale di Tarvisio – Piazza Unitá – si sono radunate circa 2500 persone di ogni taglia, età, probabilmente religione, razza, convinzione, gusto musicale. Ho visto ragazzini di 13 anni che sorseggiavano la loro Pepsi e nonnine canute con il foulard appena tornate dal mercato. E tutto quello che sta in mezzo. La maggior parte portava ovviamente magliette dei Radiohead, che qualche mese prima avevano suonato a Udine, ed è stato bello vedere che in Italia il sostegno a band di questo tipo, ovunque vadano in tour, è piuttosto forte. Per questo, tutto sommato, non era solo un concerto dei Sigur Rós. Il No Borders festival è, più che evidente, una dichiarazione. La voce della gente. Gente che ci tiene alla scena locale in questi tempi, che è consapevole dell’importanza del proprio impegno e dell’arte stessa in una società come quella di oggi, che soffoca l’arte. E se a tutto questo aggiungi che il biglietto costava quasi 50 euro (anche se sospetto che i locali avessero biglietti sovvenzionati o che molti siano stati addirittura regalati), ti rendi conto che siamo di fronte a qualcosa di fantastico. A qualcosa di… magico.

La serata è proseguita a colpi di sorprese: prima del concerto si potevano notare i musicisti rilassati che si preparavano a salire sul palco, mentre il batterista Orri e il bassista Goggi sculacciavano Jónsi sul sedere e lui, in cambio, faceva strani versi. Del tutto in linea con la prassi recente del trio, che smonta il mito di una misteriosa epicità e serietà della band e della freddezza degli islandesi. E questa giocosità e questa rilassatezza si sono trasferite sul palco e hanno contagiato il pubblico. Tutto il pubblico.

Quella notte ho visto per la prima volta i Sigur Rós improvvisare davvero (e credetemi, mi sono guardato un bel po’ di registrazioni live sul nostro caro YouTube). Jam. Jónsi e Orri che si sorridono a vicenda mentre si rispondono con gli strumenti. Jónsi che si dà il ritmo sbattendo la fronte contro il microfono. Che improvvisa con il feedback della chitarra. Che si prende proprio lo spazio e il tempo per improvvisare. Se per caso avete mai visto un concerto della band, forse vi ricordate quelle scene intrise di mistero provocate dalle lampadine che lampeggiano sul palco. Beh, una di quelle Jónsi l’ha fracassata a fine concerto, in un’esplosione di adrenalina. Proprio alla rock’n’roll.

Il rock’n’roll è stato una specie di filo conduttore della serata, anche se di rock’n’roll non ne abbiamo né ascoltato né sentito. Headbangavano i ragazzini di 13 anni, headbangavano le nonnine con il foulard, headbangavo io. In quei momenti magico-fantasy eravamo tutti in estasi, a dondolarci di qua e di là come mezzi addormentati. I tredicenni, le nonnine col foulard, io. E quella coscienza collettiva che i Sigur Rós, stavolta incredibilmente popolari, hanno creato è stata davvero unica. U-nica.

Sulla musica in sé non c’è scritto granché. Forse perché stavolta non è stata la musica a guidarmi la mano mentre scrivevo. Forse perché la musica dei Sigur Rós l’ho vissuta già così tante volte che scrivo d’altro. O forse perché stavolta la musica semplicemente non era la cosa importante, perché di fatto non assistevamo (solo) a quella. Questo può deciderlo soltanto ognuno da sé.

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