Quando la cotta si trasforma in amore per la vita (2013)

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Luogo: Etno klub Zlati Zob, Lubiana, Slovenia
Data del concerto: 19.09.2013
Presenze: 150 – 200
Prezzo del biglietto: 8 € (prevendita) / 15 € (il giorno del concerto)

Poche band negli ultimi uno o due anni mi hanno toccato così a fondo da non lasciare che il loro ricordo venga scalfito né dal dente del tempo né dal diluvio di dischi magari meglio pubblicizzati. Da quel pugno di perle che valgono più dell’oro puro ne tirerei fuori senza dubbio una: la band che già dai primi accordi, dal primo getto di chimica sul palco e di musicalità mi ha conquistato e pervaso fino all’ultima fibra – i Mostar Sevdah Reunion, visti, vissuti e sentiti a luglio, si meritano senza dubbio una menzione piena e sincera. Avevano incantato e conquistato la Menza pri koritu e, per un meraviglioso gioco del destino, il ritorno degli incantevoli suoni delle struggenti ballate bosniache, dei canti d’amore, di struggimento e di sofferenza, di vita, di lacerazioni e di arcobaleni, della capitale della multiculturalità avvolta nel mistero, Mostar, non ha dovuto farsi attendere a lungo. Il calderone bosniaco di culture, fedi e convinzioni è considerato un territorio instabile, intriso di passioni politiche incandescenti, che non si sono spente nemmeno quando i tamburi di guerra hanno smesso di rullare e le armi di tintinnare. Il dolore, le divisioni, i conti in sospeso e un oceano di sangue versato non sono ancora svaniti, e così si fa fatica a credere che su un palmo di terra bruciato dal sole cocente della Neretva possano convivere persone un tempo nemiche e in guerra tra loro, eppure si può. Il legame tra la riva sinistra e quella destra della Neretva fu spezzato durante la guerra, quando il ponte di Mostar cedette sotto i colpi dei cannoni, ma i mostaresi ne hanno costruito uno nuovo, e ancora prima quel legame tra le due rive, tra croati, serbi e bosgnacchi, tra cattolici, ortodossi e musulmani, l’aveva tessuto la musica, con canti vecchi di oltre 500 anni. Il sevdah era un cerotto sulle ferite dolorose. Il sevdah era la voce della pacificazione e, almeno per un attimo, della riconciliazione.

Tra gli ambasciatori del sevdah per il nuovo millennio ci sono anche i Mostar Sevdah Reunion. Credeteci o no, ma su quei pochi ettari di rive pietrose lungo la Neretva sono nati ben due gruppi con lo stesso nome. Uno come movimento che doveva unire le persone, l’altro come franchise opportunista con cui portare il sevdah nel mondo come marchio e prodotto d’esportazione. Dal movimento è nata la band che dice di sé di essere l’unica vera, i Mostar Sevdah Reunion originali, il cui nucleo si è formato attorno a Dragi Šestić e a nomi come il maestro della chitarra Mišo Petrović e Sandi Duraković, lo straordinario cantante Nermin Alukić Čerkez, il mago delle follie di violino Vanja Radonja, il bassista Marko Jakovljević, il tastierista Gabrijel Prusina e lo straordinario re ritmico dei tamburi Senad Trnovac. Durante la guerra Mostar era la notizia principale sui piccoli schermi, dopo la guerra le notizie su questa splendida città magica si sono spente, e così questi ragazzi hanno raccontato al mondo le storie di una città che molti forse avevano dimenticato o rimosso di proposito. L’album Tales From The Forgotten City arrivava alle orecchie del pubblico lubianese già per la seconda volta, ma stavolta, invece del tempio alternativo della Menza pri koritu nell’epicentro di Metelkova, a ospitare i suoni del sevdah e delle vignette bosniache del passato e del presente è stato l’interno dell’Etno klub Zlati Zob, a mio parere l’unico vero club etno autoctono di Lubiana, se non di tutta la Slovenia.

La serata di giovedì era dedicata a risvegliare i sentimenti e alla buona musica, e nella speranza di un altro dei picchi di quest’anno il palco della grande sala dello Zlati Zob era preso d’assedio, dai tavoli, da una folla di amanti del buon divertimento, della birra, del cibo e soprattutto della buona compagnia e della buona musica. Poco dopo le nove di sera sul palco sale Mišo, seguito dagli altri membri della band, che si mettono gli strumenti a tracolla e cominciano a scaldare i cuori del pubblico con un sevdah purosangue, un po’ sentimentale e malinconico. Sinoč sam ti Safo dvoru dolazio. Senad accarezza piano le pelli dei tamburi, a seguirlo in modo struggente è il trio di chitarre eccezionali, tutti e tre maestri delle sei corde, e su tutto, insieme al pianoforte e a un basso sognante, scorre un ruscello del tenero baritono dell’eccezionale voce di Čerkez. Una meditazione sull’amore, sui desideri irrealizzati e sul dolore che evoca davanti agli occhi una Mostar avvolta nella foschia. Socchiudo di nuovo gli occhi d’istinto e scivolo in sfere di malinconia istantanea e di totale abbandono. Segue il brano, anch’esso dal taglio più da ballata, Otkako je Banja Luka postala, che in chiave jazz modernizzata racconta il vero senso e il centro dell’anima bosniaca. Gli ornamenti orientali si legano bene alla ritmica balcanica autoctona, mentre la batteria, con il ritmo suggestivo di un treno a vapore, porta i pensieri lontano nel passato. Il suono è perfetto, la macchina da concerto dei portabandiera del sevdah moderno, con qualche tocco più contemporaneo, è ben rodata. Senza troppe discussioni, solo a colpi di sguardi, i ragazzi sul palco si fanno capire: è ora di un brano di raccordo e di passare a una marcia più alta. L’intro sognante di Grana od bora lega i Balcani a sfumature iberiche di flamenco, e dopo un’introduzione psichedelica e una suggestiva manipolazione delle corde sotto le dita di Mišo Petrović parte un anello di congiunzione più vivace tra metrica balcanica, blues, jazz, samba e chissà cos’altro. I bosniaci sono sempre stati dei buongustai, amanti delle belle donne e della festa, e a dare una prima spinta concreta e straordinaria alla ritmica giocosa è il suono del violino di Vanja Radonja.

Verrebbe voglia di ballare, ma per ora il pubblico, radicato alle sedie, saluta di cuore con un applauso fragoroso il primo vero esemplare di fusione multiculturale di musica più saltellante. Segue un travaso sentimentale di chitarre eccezionali con il brano Mostarski dućani, che ci porta per le strade rustiche di Mostar, lastricate col marchio della storia e di tante vite. Bazar, kafane e le belle ninfe mostaresi, che sapevano irretire la carnalità degli eterni sottomessi rappresentanti del sesso forte, si insinuano di nuovo, con l’accompagnamento giocoso del gipsy jazz e dell’immenso Django Reinhardt, nell’essenza stessa del pubblico di buon umore dello Zlati Zob, e alla prima birra ne segue presto una seconda e una terza. I freni si allentano anche sul palco e Gabrijel, visibilmente in forma, mette la ciliegina sulla torta con il suono di una porta cigolante, poi arriva il culmine della prima parte della serata con il mio brano preferito del repertorio della band – il pezzo ritmico, tremendamente contagioso e floydiano Čudna Jada od Mostara grada, in cui i Mostar Sevdah Reunion mostrano tutta la loro abilità, maestria, brillantezza e il loro senso per la modernizzazione di antichi canti. Chitarre sexy e pianoforte girano a pieno regime in un intreccio selvaggio, melodico e percussivo di tutti gli elementi dell’universo MSR. Una tonnellata di passione e ritmica spinge verso il parossismo, culmine progressivo della prima lunga sfida di forze tra i maghi sul palco e un pubblico ben disposto, incline a tutti i brillanti, caduto in trance collettiva con sinceri, larghi sorrisi di felicità stampati in faccia. I virtuosi, con voglia e sete di un po’ di relax, tabacco e birra, si concedono poi una pausa di mezz’ora, e lo Zlati Zob, con un po’ di distensione, scivola in un’atmosfera ideale e più rilassata.

Il secondo atto inizia ancora prima che si spenga il brusio del pubblico elettrizzato in positivo, e invece di una prosecuzione ad alto numero di ottani, gli oratori della serata, i portatori della fiaccola del sevdah moderno o del granitico blues bosniaco, se preferite, stavolta virano su toni più pacati. Gondže ružo è un brano superbo dallo straordinario disco Cafe Sevdah, in cui Čerkez e Miša mostrano il loro senso per il minimalismo chitarristico e una totale sensualità vocale, mentre gli altri aspettano pazienti il segnale per squarciare i veli della riservatezza. »Gondže ružo u zelenom sadu / lijepo li mirišeš u hladu / zaman ružo, ja te neću brati / niti brati, niti dragoj dati,« accarezza con sentimento la voce di Čerkez, e a quella ballata sull’amore non ascoltato e sul cuore spezzato segue l’evocazione dei ricordi della giovinezza lontana con il brano Kraj pendžera Jusuf stari. »Šta je život, par koraka, / od avlije do sokaka, / kratak, kaljav put, / šapće Jusuf mutna čela, / a niz obraz suza vrela, / kanu na dlan žut,« è un testo che scuote con la chiara confessione della fugacità, della fragilità della vita, che accelerata dalla ruota del tempo ci scivola tra le dita, per quanto forte possiamo stringerle. Il jam session sensuale e prolungato diventa all’improvviso, da lenta arabesca, un intreccio più psichedelico di pianoforte, batteria, tre chitarre e, sullo sfondo, basso piazzato con tattica e violino meditativo, e la serie caleidoscopica di immagini appena evocate culmina in un’esplosione di ritmo e di un violino davvero straordinario, che stavolta mi conquista ancora più della prima volta. Vanja Radonja è davvero un re, sento il sussurro dei miei stessi pensieri; un collage eccezionale di suono, ornamenti prolungati, gioco completamente intuitivo con metrica, cornici e battute, di maestri della pura musicalità senza alcun condizionamento, intreccia la sua narrazione densa, concentrata, ma insieme mai artefatta, spontanea e visibilmente godereccia e di buon umore.

Lo stesso principio vale anche per il sevdah soffiato di jazz del brano Mene majka jednu ima, che resta radicato in una ritmica più veloce, e le punte di temperamento rom preso in prestito risuonano ancora più forte nel seno dello Zlati Zob. Il pubblico si alza dai tavoli e cerca sollievo, tra le richieste accumulate di temperamento e sfogo, scaricando la pressione della felicità ballando e cantando direttamente sulla pista tra il palco e i tavoli, e gli MSR versano altro olio sul fuoco del buon umore con battute, versi e melodie in più. La Vranjanka, impostata in chiave blues, tesse nel velo un po’ di denso e dolce retrogusto dall’altra sponda dell’Atlantico, mentre da questa parte, dai Balcani, ritorna come un’eco la storia della proverbiale bellezza delle donne dai capelli scuri, nero corvo, e dalle radici slave. Put putuje Latif-aga, partita su un trip funkeggiante, risveglia le passioni con una ritmica più esplosiva, e Mišo e compagni, sudati fradici, entrano in sintonia con l’ardente passione del pubblico, che in questa serata davvero magica e irripetibile cerca più gioia, risate e buon umore che lacrime e tristezza. Tutti gli atomi di energia si fondono completamente in un perfetto miscuglio di ispirazione, musicalità e un pubblico in balia dell’incantesimo ritmico, che mangia docilmente dalle mani dei despoti del palco di questa serata. Tanto che le signore più mature in abiti orientali (ma ad avere tanto coraggio è stata una sola …) decidono addirittura di farsi avanti con i ragazzi sul palco, e quando all’invito alla danza e all’erotismo appassionato non cedono né Čerkez né il più giovane della band, il tastierista Gabrijel, il sollazzo è toccato cercarlo tra la folla ben più numerosa di ballerini saltellanti sulla pista proprio sotto il palco. Non meno saltellante, l’ipnotico Moj dilbere, con il suo mix altamente reattivo di chitarre, violini a profusione e batteria suggestiva, spinge all’esplosione di tutte le passioni, quelle per cui i felici e rilassati avrebbero preso i calici, bevuto d’un fiato il nettare degli dèi e scagliato le coppe di vetro contro il pavimento, che ci aveva maledetti con la gravità. Per l’esperienza dell’ultima volta fiuto la fine, e infatti – dopo la ripresa dell’indispensabile e tanto amato brano Čudna jada od Mostara grada si insinua nel tutto l’inno floydiano Another Brick In The Wall, ma nonostante una versione di quasi venti minuti, libera da ogni vincolo di tempo, di fusione di sevdah, progressive e jazz e altri brillanti ingredienti del pieno far musica, è rimasto il desiderio di ancora un po’, purtroppo anche stavolta inesaudito.

Cosa si potrebbe aggiungere a una serata perfetta? I Mostar Sevdah Reunion sono quasi perfetti – dico quasi perché nel loro repertorio, oltre agli album in studio, manca un disco live tanto necessario, che potrebbe mostrarli al mondo nel loro vero elemento. Sui dischi in studio suonano pieni e sicuri, ma è vero che la loro chimica viene fuori del tutto solo nell’etere del concerto, nel miscuglio di tutti gli elementi di casualità, umore e scoppiettii momentanei di ispirazione. In questo gioco i virtuosi del sevdah per il nuovo millennio sono i più forti, e dopo aver sentito per la seconda volta due serate musicali vestite in due abiti diversi mi azzardo ad affermare che di una musica così potente e di nobiltà fuori dall’ordinario difficilmente ci si sazia e ci si stufa. Quanto alla forza del sevdah e all’efficacia delle derivazioni moderne, non posso che confermare che »tko pjeva, zlo ne misli«, e la prima cotta per quel »qualcosa« che ha reso così magica la serata alla Menza è diventata, con la conferma e le nozze allo Zlati Zob, amore per la vita – irrevocabile, definitivo e infinito, come può essere infinito solo l’universo di speranza, sogni e armonia perfetta. Speriamo di ricevere presto una nuova scarica e una ripresa delle sensazioni che i Mostar Sevdah Reunion hanno acceso, almeno nel mio petto, con tanta qualità, già per la seconda volta!

Foto di Uroš Črnigoj e Mile Božič

Scaletta

1. Sinoč sam ti Safo dvoru dolazio

2. Otkako je Banja Luka postala

3. Grana od bora

4. Mostarski dućani

5. Čudna Jada od Mostara grada

secondo set:

1. Gondže ružo

2. Kraj pendžera Jusuf stari

3. Mene majka jednu ima

4. Vranjanka

5. Put putuje Latif-aga

6. Moj dilbere

7. Čudna jada od Mostara grada (long jam)

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