Quando i Dandelion Children fanno il girotondo con Janez Dovč (2013)

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Foto: Aleš Podbrežnik

Luogo: Lubiana / Orto bar / Slovenia
Data del concerto: 27.12.2013
Numero di spettatori: 70 – 80
Prezzo del biglietto: 3,00€

Qualche mese fa ho scritto con entusiasmo di amare il tarassaco, e nei freddi giorni di dicembre le cose non sono cambiate di una virgola: oltre all’amore ipervitaminizzato per le insalate, in questo periodo a farlo crescere di brutto ci hanno pensato anche i Dandelion Children di Lubiana, un trio con due tizi dalla potenza chitarristica e una tostissima ragazza dietro i tamburi che sa come si serve il ritmo. Visto che di rado capita che il periodo di esaltazione festiva si chiuda con una presenza live così intensa di giovani portabandiera avanguardisti dell’indomabilità garage e dell’umorismo alla Alan Ford, era solo questione di tempo prima di ritrovarci, dopo il Trnfest, sulle stesse coordinate di spazio e tempo. Questo venerdì l’attesa era ancora più alta, perché oltre ai Dandelion Children sul palco dell’Orto avevano annunciato la loro venuta anche gli indie rocker dell’Alta Carniola, i John Doe, cinque anni di vita, o per gli amici Janez Dovč, quindi la decisione di andare nel club lubianese dal nome sublime non è stata nemmeno lontanamente in dubbio.

Che i pensieri fossero simili, nonostante le cupe e nebbiose giornate festive, lo dimostrava il gruppetto di una trentina di persone già davanti all’Orto poco prima delle nove. I tre euro d’ingresso, convenienti da recessione, sono stati un ottimo viatico per tanti fissati di musica, e poco prima delle dieci di sera l’azione ha ingranato la marcia superiore. »Che ne dite? Cominciamo?« si chiedono Jure e Anže tra gli echi di un microfono ben effettato, rivolti al pubblico e soprattutto al fonico; dopo un intro ben condito da un basso grassamente potenziato, che Jure doma con sicurezza, e da una batteria che geme solida e cede risonante sotto i colpi delle bacchette di Katja, alla danza si unisce alla seduta, con una stratocaster rimaneggiata e bilanciata con efficacia, anche Jure. Il trio ritmico romba a pieno regime con una versione d’impatto di rumorosità garage un po’ ripulita fin dalla prima battuta della bellissima F1ee4 (che spero veda la luce nel settimo disco della band in un futuro vicino), mentre la voce ruvida e sicura di Anže (quasi alla Cobain) compensa subito la comunicazione un po’ biascicata e a prima vista un po’ assente della prima voce delle tre lucine di tarassaco con il pubblico, che, non so perché, si tiene a distanza dalle assi del palco. Una porzione ad alto numero di ottani di un buon cocktail arricchito di grunge, a base di metrica White Stripes e cinismo cupo di Jack Black, stavolta si completa con qualcosa di funkeggiante e arioso. I’m Going Extinct, brano dall’album Perhaps Maybe, suona più lucido, meno strillato e stridulo, con un buon riff di chitarra e una batteria giusto al punto crudo, mentre da destra una robusta dose di note basse di un basso a cinque corde ben calibrato ti entra dritta e piena nelle orecchie. Come se un pezzetto della magia di Peter Dekleva si fosse intrufolato nell’insieme e il giovane trio avesse portato evolutivamente nel proprio nucleo qualche elemento dei primi R.H.C.P.. Lo stile misto di brani rinfrescati nel tempo prosegue con il pezzo più recente Warpaint, in cui la sicurezza sul palco del giovane ma ben temprato terzetto musicale che risponde al nome di Dandelion Children non è mancata. Ci contribuiscono anche i sorsi di birra dalla bottiglia e il fatto che il suono della band è impeccabilmente solido e praticamente indistruttibile, e il ragazzo e la ragazza sono ben preparati alle sfide del palco e agli sfoghi di umorismo montypythoniano. Anche a livello sonoro, quando Mr. Evaluator salpa di nuovo dalla solidità stoner-grungy verso il mondo di funkadelia, disco e spaghetti western (lo sapevo che in Slovenia siamo inclini al country, perché di contadini, di Giovanni Senzaterra, non ne mancano nemmeno nella capitale, quindi posso cogliere la provocazione significativa della prima voce dei Dandelion, che dopo il brano Never Fine annuncia qualcosa di più succulentemente cafone – il brano Never Handled). I Dandelion Children sono una macchina ben oliata a cui nulla è sacro – né le aspettative del pubblico, né l’intoccabilità dei monumenti del passato, purché sia al servizio della propria liberazione, del rilascio, della scarica di tensione e soprattutto di una migliore qualità dell’evento. Lo ribadisco: i Dandelion Children sono tutto fuorché una band convenzionale, ingabbiabile nei confini della norma. La novità Indistinct Frames serve di nuovo una dimostrazione della potenza d’urto del trio, e dopo la fusione perfetta della carica eclettico-brutale di chitarra e basso l’insieme si inserisce nella cornice appena postulata di perfezione sonica, con un po’ più di funk e una distorsione garage più articolata. Il proseguimento era sì già visto e atteso, ma dopo lo scambio volante di chitarra e basso sul palco il concerto prende quel tocco finale che i fan si aspettano dai Dandelion Children. Goalless Confessions comincia, come al solito, con la compagnia di un Jack Black immaginario e di uno psicotico garage, che dopo essersi seduto sulla metrica ska saltellante del brano Don’t Bother The Goat dimostra di nuovo che il trio non intende farsi mai problemi coi purismi di genere. Anche perché i cliché sono del tutto inutili, e lo stile libero è così felicemente variopinto e ricco di calorie. Dopo l’attesissimo singolo Smitten (sapete, il brano in cui i Dandelion si concedono di invitare al ballo di fine liceo anche gli zombie …), il dandeloide Ah Ja piomba nell’insieme in modo piuttosto inatteso, e la deviazione surf ben condita verso le sfere del rock rustico, che gli incorreggibili ragazzi del tarassaco si concedono di accelerare un po’ e amplificare con distorsione, lascia sentire sotto il tutto, oltre alle influenze del grande Frusciante, anche qualcosa di sporco e bello. A proposito: ho detto che stavolta Anže fa i soli e coccola la chitarra con sensualità, mentre Jure si sfoga sulle cinque corde del basso? Non inzupparlo! Sì, lo giuro! E per dire che la serata volge al termine, Jure la riassume con la versione urlata e d’impatto del pezzo ormai diventato popolare Ne Maki ga, senza il quale non posso e non devo immaginare un concerto dei Dandelion. Un’energica gita lungo il manico della chitarra, a cui i Dandelion Children aggiungono ancora un po’ di potenza reggae affumicata di psichedelia musicale, e un po’ di disco, funk, soul e una dose piena di essenza d’uovo del tosto olio penzolante! La cosa va avanti in modo prolungato, sexy, estatico, infiammabile. Può chiuderla solo qualcosa di bellissimo, già collaudato su cavie ignare. History Of Fail con il suo sporco soul serve a far rinsavire, e dopo il finale di perfetta alternativa all’alternativa possiamo solo ammettere con gioia che i Dandelion Children, nel loro gioco di elementi di musica perfetta e di umorismo da impiccati, sono molto avanti a tutta la concorrenza. »Mindfu(n)k« alla potenza di tarassaco è stato dolce di sudore e piacevolissimo, e il ragazzo e la ragazza si meritano sinceri complimenti e un applauso fragoroso anche per iscritto!

Il seguito, invece, era una totale incognita, come si addice a Janez Dovč, perdente slovenizzato che risponde al nome di JohnDoe. Dopo i primi scambi volanti e le ispezioni della soldataglia hipster in uniforme sotto il palco non mi aspettavo granché di buono, o solo un’approssimazione di ciò che di solito servono i Kings Of Leon, o i Keiser Chiefs o i Franz Ferdinand (be’, in Slovenia se ne occupano »i canadesi della Slovenia« Toronto Drug Bust). Stavolta si prometteva tutt’altro, visto che già nell’annuncio si leggeva che i JohnDoe sono portabandiera dell’Alta Carniola, temprati dai concerti, di una musica di qualità a quanto pare unica, per di più completamente originale. Alla chitarra imbraccia Aleš Svetina, alla batteria si siede Bojan Marinko, di lato si piazza Tilen Knaflič, e dopo i primi colpi ai tasti dell’organo di Luka Zemljič, evidentemente soffiato da John Lord, lo spettacolo comincia. In modo un po’ goffo ma simpaticamente confuso sul palco, tra gli applausi del pubblico, sale anche la prima voce della band Marko Zemljič e lo spettacolo parte. Proprio con un’associazione ai vestiti nuovi dell’imperatore e alle band che hanno lasciato il segno al cambio del millennio, l’azione si sposta dal garage verso una corrente di moda più centrale, fatta di suoni più dolcemente speziati di chitarre semplicistiche, tastiere, accenti marcati su batteria e tastiere, e promette un po’ di invasione britannica di suoni un po’ sbiaditi. December Lights, brano d’apertura adatto al periodo delle feste, è un pezzo indie rock che, con un forte suono di tastiere, serve chitarre ritmiche ben lucide, ritornelli dolci e cantabili e un’associazione piuttosto pomposa con le influenze già citate, impossibili da non sentire, della nuova generazione di rocker alla moda; ciononostante stavolta i ragazzi dell’Alta Carniola si presentano proprio con la loro cantabile compagnia atmosferica di positività, spirito musicale e amore per la musica organica. Franz Ferdinand non era solo un’illusione o un’allucinazione, perché i JohnDoe col salto sul noto hit cantabile Take Me Out sfidano coraggiosamente la Sazas, sempre assillata dai diritti d’autore. Nonostante si adornino di piume altrui, posso ammettere che il quintetto di Bled e Radovljica se la cava bene in questo gioco di moda e pettinature più alla moda. Va lodata soprattutto la buona dizione di Marko Zemljič, che con la sua voce squillante, dotata della giusta dose di vibrato, completa bene la serie di note di qualità che i compagni di merende estraggono da chitarra, basso, batteria e tastiere. Il genio è uscito dalla bottiglia, e stavolta un po’ di mimetismo e di fusione con il passato non risulta fastidioso (a proposito: che cosa si può sentire oggi che non avete già sentito da nessun’altra parte?). Sotto il palco le file si infittiscono parecchio, e oltre agli entusiasti fissati hipster tra la folla si mescola una buona dose della parte più bella della popolazione dell’Alta Carniola. Per quest’ultima il quintetto serve un po’ di creatività originale ritoccata cosmeticamente con il brano Black Glitter, che né rovina né sminuisce una discreta serie di suoni ben calibrati e un contatto un po’ nervoso, pervaso dall’ansia da palco, con il proprio pubblico di buon umore. Il battesimo all’Orto di Lubiana va nella direzione di una buona distribuzione delle energie, ma forse manca un po’ di chimica da palco e di scintilla, che l’inizio del concerto offriva in abbondanza. Naturalmente è questione di differenza di chilometraggio e di familiarità con le assi del palco, e ai giovani pro-indie non si può rimproverare mancanza di voglia di dimostrare, di atteggiamento positivo o di mezze misure per quanto riguarda la musica suonata alla perfezione. Col tempo, scommetto, riceveranno anche rifinitura, tempra e dinamiche di palco più oliate, che sul palco stretto dell’Orto non riescono a sprigionarsi appieno. Può anche succedere che un po’ di civetteria stuzzicante nella sua presenza scenica la trovi anche il frontman, che pur con un’ottima estensione vocale deve lavorare un po’ di più sulla morbidezza dei movimenti, stavolta piuttosto statici e più simili ad arare con un’erpice da dieci tonnellate che ad accarezzare con gesti raffinatamente morbidi. Questione di gusti, ma a differenza del maggiore dei fratelli Zemljič, il caso da manuale di galante disinvoltura sul palco è l’esibizionismo un po’ da sbruffone di Izak Košir, direzione in cui la performance di John Doe potrebbe svilupparsi in futuro raccogliendo critiche ancora migliori. Di scossa nell’esibizione piuttosto bidimensionale ma coerentemente corretta e adatta al genere stavolta non ce n’è stata. Poiché a causa di un altro impegno concertistico siamo stati costretti a lasciare il concerto in anticipo, in questa sede giuriamo solennemente che presto rivedremo i ragazzi e la prossima volta daremo un’analisi ancora più approfondita della musica che John Doe sta preparando sotto forma di debutto per un pubblico affamato di stravaganze indie rock. Sulle note del brano High Hopes ci siamo così aperti la strada fuori dall’Orto infuocato e siamo andati all’altro capo di Lubiana, dove sul palco si svolgeva la fusione di collage musicale della band Trio z dioptrijo (reportage di RockLine QUI).

Impressioni negative dopo il concerto all’Orto non potrei citarne, perché il doppio in tandem, nonostante le evidenti differenze di stile, è stato bello succoso e interessante da consumare. I Dandelion Children sono senz’altro una band che ha chimica da palco fino all’ultima fibra del proprio essere, ma sotto la superficie del trio sicuro di sé si percepiscono anche tantissime influenze ben raffinate e ben adattate al tessuto musicale lubianese, che hanno iniziato a funzionare con una energia tutta loro. Gli usignoli indie dell’Alta Carniola John Doe non sono riusciti a incorporare la raffinatezza nel loro giovane organismo musicale di cinque anni, e a loro manca, per i miei gusti, quella spavalderia, pericolosità e sfrontatezza da palco tanto necessaria, in qualche modo essenziale per il tosto erotismo musicale rock. Quest’ultima cosa non si impara, e proprio il superamento del limite del comportamento lecito e bello, ma non nella direzione della totale cafonaggine, separa la decadenza del vero rock’n’roll dalla sartorialità di moda di un indie rock cauto ma coerentemente corretto, che note di sovversività, pericolo rivoluzionario e rivolta punk non ha mai nemmeno contenuto. Si tratta dunque di una questione di gusti e preferenze personali, in cui io punto ancora sempre sulla sudaticcia carnalità vestita di pelle, jeans e slogan rumorosi e provocatori del garage rock, che non bada a trucco, mode ed estetica del bello, anche a costo di comparire meno spesso sulle prime pagine di giornali alla moda. Più dell’aspetto conta l’anima, ma questo è tema per un’altra discussione, in un altro concerto, in un altro quadrante dell’universo mentale …

Scaletta

DANDELION CHILDREN:
1. F1ee4
2. Extinct
3. Warpaint
4. Mr Evaluator
5. Never Fine
6. Never Handled
7. Indistinct Frames
8. Goalles / Goat
9. Smitten
10. Ah ja
11. Maki
12. History

JOHN DOE:
1. December Lights
2. Take Me Out
3. Black Glitter
4. Change Of Heart
5. High Hopes
6. Criminal Mind
7. Ritm
8. Rider
9. Gold On The Celling (plus Santana)
10. From Russia To China
11. Lonely Boy 

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