Sbarco sonoro totale e salvezza dalla sponda sud della Kolpa (2014)
Autore: Sandi Sadar Šoba
Luogo: Klub Gromka, AKC Metelkova, Lubiana, Slovenia
Data del concerto: 16.01.2014
Numero di spettatori: 60 – 80
Prezzo del biglietto: 6 €
La scena croata è piena di musicisti potenti e di talento, eppure i suoni della robusta alternative croata solo di rado straripano oltre i confini di casa per arrivare alle orecchie degli ascoltatori anche da questa parte della Kolpa. Naturalmente ci sono eccezioni. Dei nomi mainstream non sprecherei parole, tanto ce ne sono ovunque a bizzeffe; solo pochi, eccezioni come i Father, poi i Chang Ffos, gli Hesus Ator, gli Overflow e ancora qualche altro nome, negli ultimi anni ce li siamo potuti iniettare in vena come qualcosa di nobile, narcotico e assuefacente, senza doverne sentire le creature ogni giorno sulle onde radio. Sul versante sud della Kolpa di movimento, evidentemente, non ne manca, come dimostra il terzo Kroejšn invejžn al club Gromka di Lubiana, dove a inizio 2014 gli organizzatori hanno attirato quattro portabandiera dell’avanguardia sonora meno ascoltata del sud. In realtà, tra i nomi in cartellone (Stonebride, Fall Out Trio, Mokre gljive e Drone Hunter) conoscevo solo superficialmente gli stoner zagabresi, portabandiera e stella della serata, i dolcemente inebrianti Stonebride; gli altri tre erano, almeno per le mie orecchie, perfetti sconosciuti fino a quella sera, quindi la sfida era ancora più grande e l’invito ancora più irresistibile, nonostante sia dura fare le ore piccole il giorno prima della fine della settimana lavorativa, e il giorno dopo, se in tempi di recessione generale e disperazione uno ha la fortuna di avere un lavoro, deve presentarsi, ovviamente, bello fresco e riposato.
Nonostante la promessa che l’evento sarebbe partito dalle nove, poco dopo le dieci era chiaro che l’intero processo d’invasione sarebbe cominciato parecchio tardi, e a salire per primi sul palco, in un clima denso di assoluta concentrazione, sono stati i Fall Out Trio dalla non così lontana Čakovec. Dopo qualche anno di assenza da Metelkova, il magro e pensieroso chitarrista Jany Podgorelec, il capellone brizzolato con il senso per lo sbriciolamento basso di ritmo e melodia Marinko Pintarić e l’eccellente macchina ritmica di una formazione straordinariamente affiatata, Tomislav Poje, si sono concessi di far crollare confini che un tempo si credevano acquisiti. Di purismo nel loro gioco, una rete frattalmente sminuzzata di ritmica, melodia, varietà stilistica e soprattutto affiatamento musicale (frutto di ben tredici anni di fusione comune), non c’è nemmeno un campione, nemmeno un grammo. La serata la aprono con una comunicazione cosmica e meditativa fatta di minimi fischi di statica ed echi digitali di una chitarra sensualmente speziata e di un basso al volume giusto e bello grasso, mentre la batteria all’inizio serve ad aggiungere contorni, a colorare. I Pink Floyd un tempo occuparono Pompei e, tra il sibilo dei gas tossici, immortalarono il loro apice anni Settanta; i Fall Out Trio, parafrasando il passato, creano invece il proprio terreno per sciogliere le tensioni. Pyramid si espande poi in un atto di totale riconcettualizzazione del ritmo dell’oro balcanico, e oltre a Vlatko Stefanovski nell’intreccio delle forze si avvertono forti influssi di free jazz, Weather Report, forse Mahavishnu Orchestra, dosi abbondanti di funk, ritmica etnica e una catartica psichedelia metallizzata. La dinamica totale cresce senza grandi annunci né spiegazioni. Jany, con quell’espressione concentrata in faccia, si rilassa solo dopo aver chiuso gli occhi e aver messo da parte il mondo sotto il palco, mentre Marinko dimostra che anche il basso (come per esempio con Les Claypool o ancor più con l’eccellente, ma purtroppo scomparso, Jaco Pastorius) può essere un potente strumento per far colare emozioni e portare il suono a un livello superiore. La chitarra aggiunge strati digitalizzati di eclettismo elettrizzato, e la corona la mette il senso del ritmo precisissimo e chirurgicamente coerente dell’ottimo Tomislav. Nonostante un’immagine sonora faticosa, fatta di fusione e combinazione di tempi dispari e irregolari matematicamente difficili da calcolare, audaci salti dinamici e riff massicci (l’audacia di questi ultimi, immagino, veniva dettata di tanto in tanto anche da qualche sostanza proibita, anche se è evidente che il principale diktat musicale dei Fall Out Trio sia il seguire fino in fondo i propri interessi, il proprio gusto, quel »gusto« troppo spesso trascurato, grazie al quale si può fare musica con passione da più di un decennio, nonostante la mancanza di profitto e l’anonimato assoluto. Il gioco a tre strati di amici che sentono la stessa cosa e la stessa urgenza di espressione e creazione artistica è sopra lo standard e difficile da descrivere. I Fall Out Trio sono eclettici per eccellenza, se mi permettete di ripetermi un po’ nonostante la ripetitività del termine. Psichedelia anni Sessanta, jazz, free, avanguardia, alternative, metal, una favola funkadelica a base di sostanze sciamaniche e narcotici, e in mezzo si trova anche qualcosa di sinistramente familiare, perfino l’oro, la tradizione popolare dei focolari di casa, ma con ben più di tre dimensioni. I Fall Out Trio sono interpreti di sogni e onde mentali. Frantumano e superano i confini con coerenza, e il risultato è pura fusione sfrenata di sex appeal musicale, che non è per tutti e non è per tutti i giorni. Dopo poco più di tre quarti d’ora a giocare con aspettative e pregiudizi del pubblico, il trio del Međimurje ha chiuso la sua storia con l’addio aritmico di Acrobat e Walking, e da quello che ho visto e sentito posso confermare che l’esibizione dei Fall Out Trio somigliava più a un’esperienza di totale trascendenza dei sensi e a un massiccio discorso modernizzato di musicalità sopra la media, di quelli che ti aspetteresti da Brane Rončel nel suo backstage, che al palco della Gromka nel giorno che sarebbe stato incoronato dagli sfoghi emotivi stoner e dall’esaltazione del sacro fumo verde. Abbiamo assistito a un esperimento e a un’esegesi di un vangelo psichedelico senza parole di fusione cosmica, e credo che non tutti abbiano capito tutto, ma la semplicità e la digeribilità da fast food, in questa provocatoria e dolce soldataglia di musicisti raffinati, non erano nemmeno l’intento. Cappello giù, Fall Out Trio.
È seguita una pausa di mezz’ora per preparare il palco alla band che quella sera poteva vantare il nome più umoristico e dal suono più croato. I Mokre Gljive (un tempo presentati anche come Polje patliđana) sono senza dubbio la prova che nell’acqua del Međimurje c’è qualcosa di radioattivo e potente, perché dopo il flirt con l’etno nel primo quarto del concerto già a prima vista se ne annuncia qualcosa di simile. Il quartetto tra Zagabria, Čakovec e Slavonski Brod porta sul palco, oltre agli amplificatori, anche una percussione mai vista prima, pompose djembe, una tamburica (o una chitarra davvero rustica), regola il volume e, dopo una lunghissima battaglia con i problemi di suono, il nuovo salto psichedelico nell’ignoto riparte prima con un po’ di acustica. Attivano tamburica e djembe e con un pizzico di balkaniade mettono la gente sotto il palco, ben riscaldato, in modalità ancheggiamento. I Mokre Gljive hanno iniziato il loro cammino insieme nel 2012, quando il chitarrista Vedran Živković, il bassista Jurica Pečalat, il chitarrista Ivan Šaravanja e il batterista Nikola Švenda si sono iscritti all’università e, invece di consacrare le loro giovani vite solo ai libri e agli studi, a rendere più vivace il tempo extra-universitario ci ha pensato l’amore per la musica. Le muse gli sussurrano che ogni tanto sta bene abusare, oltre che dell’elettricità, anche della risonanza degli strumenti acustici, quindi non è raro che, oltre a djembe e tamburiche, da dietro le quinte ruggisca anche una fisarmonica. Bisogna ammettere che, nonostante il breve periodo di convivenza musicale, i ragazzi funzionano con sicurezza e in modo convincente. Il quadro sonoro ha sì qualche difetto qua e là, che conferma che è l’esercizio a fare il maestro e il maestro a fare l’esercizio, ma quello che si sente è almeno autenticamente loro e non l’ennesima parata di piume altrui, che per una formazione di casa con poca anzianità di servizio è quasi la regola. I Mokre Gljive sono originali e colpiscono, anche se non con la forza estrema che si sperava all’inizio. Mamina juha dimostra che Jurica, Nikola, Ivan e Vedran sono inclini tanto alla ritmica del kolo quanto a suoni e contenuti un po’ più eclettici. I Mokre Gljive sanno offrire una dose robusta di musica sfacciata, fedele alle radici popolari e alla ritmica, che però muta e si trasforma. Bakina juha, con l’ingresso in territorio noise, con la comunicazione tra le due chitarre giustamente sgangherate che rombano ai due lati del palco, con un basso che tasta il polso della musica con quelle poche note che non si sforzano di superare l’orizzonte della meditazione psichedelica, e di nuovo dietro la batteria un batterista eccezionale che sa che esiste qualcosa di più del tempo in tre quarti. Dall’ultimo EP Sretan Isus i ragazzi prendono la materia per vagare nell’ignoto. Bakina juha suona come se fosse una jam session, e il gioco delle chitarre si eleva poi in una favola post-rock molto più eclettica, il brano Mantra. L’eco fragoroso delle due chitarre suona come se i ragazzi combinassero l’energia doom dei Black Sabbath (il loro batterista Nikola dà all’insieme accenti simili a quelli di Ginger Baker in persona) con un felice trip solare, cazzo, di nuovo Vlatko e i suoi Leb i sol, e sull’insieme cala poi il pesante velo di una cataclismicità fumata alla Red Sparowes, solo che qui non ci sono tanto scivolamenti sognanti e camminate meditative sui bordi di un universo post-apocalittico: il quartetto si concede di tenersi abbastanza succo per rendere felice la gente. Mantra cresce fino a un finale che gira come un derviscio, poi nella cospirazione sonora di perfetta armonia di tanti suoni si insinua ancora un po’ di sognante atmosfera alla Deftones con il brano 33, solo che invece che dal metal i ragazzi attingono energia dalla totale densità dell’aurora boreale. Si sentono Isis, Pelican, elementi meditativi dei Red Sparowes, il gioco ripetitivo di chitarre effettate ben calibrate, di una batteria dall’umore esplosivo e di un basso piuttosto rado fa sognare la Gromka e, tra luci fioche e soffuse, porta l’evento verso la fase della totale pacificazione. I Mokre Gljive conducono lentamente alla fine la loro danza psichedelica dell’incantesimo e mettono il punto sulla i con la ripresa dell’acustica e la riattivazione di djembe e tamburica: con pochi accordi di »Kratke al’ slatke«, brano conclusivo della serata, la compagnia di Lubianesi (e Lubianesi donne (con altri extra internazionali)) e della giovane soldataglia musicale di spremitori totalmente strumentali di anima ed emozioni si chiude in modo corretto, senza grandi sfoghi. Da quel che si è visto e sentito si può confermare che del quartetto sentiremo sicuramente parlare ancora molto, perché dopo poco più di un anno il punto d’incontro dei lati vettoriali della formazione è abbastanza forte da permettere ai ragazzi di offrire musica potente, a cui non manca niente; forse alla band mancano solo un po’ di chilometri di palco, qualche proiezione sullo sfondo o almeno una storia concettuale con cui aggiungere qualcosa alla loro combinatoria, peraltro riuscita, di post rock, indie noise ed etno-psichedelia, e così diventare più riconoscibili. Magari alla prossima occasione.
La mezzanotte era già suonata da un pezzo quando, dopo il lungo processo di montaggio di un nuovo set di batteria e dell’impianto, è arrivato il momento del risveglio totale e dell’estasi sonica. Toni più decisi di riff succosi, che profumano di sporcizia sludge, sudore e brutalità da moshpit dei primi momenti di una Metallica un tempo ispirata, di Clutch, Audioslave, R.A.T.M. (e soprattutto di un thrash straordinariamente potente con aggiunte stoner moderne), i Drone Hunter li servono al pubblico già al primo ascolto. Gli occhi si spalancano, il cuore comincia a battere più forte quando prendono posizione l’alto dio dei riff, adornato di pizzetto, Filip Hajdarović – Fitz, e sul lato destro, a testa nuda e con un approccio per niente da posér alle quattro corde, Luka Klen, che dimostra i suoi momenti di ispirazione musicale a bassa frequenza, mentre dietro tuonano i primi colpi di bacchetta sulle pelli di Marko Gotal. I Drone Hunter sono più di un altro gruppo strumentale che non ha trovato il cantante giusto, perché davanti a riff succosi si risveglia in gola il desiderio di cantare e urlare i propri testi sentiti di dolce distacco totale e rivolta. Aguamala ara la terra vergine con il filo di un rasoio, Blood Island, con una texture groove più mossa di thrash nuovo e sfacciato (sotto la superficie si sente Lazarus A.D., e i colpi nuovi del cuore modernizzato dell’HC), spinge il pubblico fin lì abbastanza statico in uno stato di scuotimento delle vertebre cervicali, e la mia anima stoner si scioglie definitivamente ai colpi succosi del brano The Crow’s Final Scream. Si sente il bel ruggito di Phil Anselmo o di Pepper Keenan. Down e Corrosion Of Conformity e qualcos’altro. Il giovane trio croato, dopo solo un anno e mezzo di esistenza, spacca la concorrenza di qua e di là della Kolpa, e nonostante l’ora tarda in questo momento il concerto fa anche un salto verso i giri più alti. La sexy Twisted Horse Boogie, dopo il brano eclettico The Ram, si fa schiuma nella velenosa e sporca bellezza alla Alice In Chains di Backfire. È dannatamente facile sentire sopra il tutto la voce di Layne Staley, solo che Fritz e compagni, invece dei sottotoni pessimisti del sound di Seattle, preferiscono attingere alla potenza meridionale della concretezza sludge primordiale, alla virilità. Orecchie piene di bellezza dirompente, devo ammetterlo. Non manca un verso né una strofa, perché in testa si scatena senza sforzo un vero uragano di associazioni, metafore, versi, grida di piacere. Riff sporchi e un impatto sonoro pieno di melodia e ritmo proseguono, prima del gran finale con il brano Carving The Current, con l’infernalmente rovente Packin’ Heat. I Drone Hunter sono un’unità da sbarco che ha conquistato il mio angolino di universo già al primo contatto e al primo ascolto, e ai ragazzi pronostico con piacere un brillante futuro musicale, perché dopo quello che abbiamo visto e sentito è del tutto chiaro che sanno quello che fanno! Hellyeah!
Non molto dopo l’uscita degli eccezionali Drone Hunter comincia l’allestimento express di tutto il necessario per l’esibizione del gruppo che per molti era il motivo principale per andare alla Gromka anche in mezzo alla settimana lavorativa. Gli Stonebride sono dal 2005 una straordinaria novità live dal versante sud della Kolpa e, con una dedizione eccezionale al sacro principio del miglioramento live, sonoro e di contenuto, fin dal primo giorno puntano all’originalità, a una combinazione assuefacente di succose influenze stoner, doom e blues di una volta e del proprio mojo. Da qualche parte ho letto che l’esperienza degli Stonebride somiglia a un viaggio su un’autostrada soprannaturale di alternative tinta di blues, e se qui si innestano anche elementi di sacro fumo e trance progressiva, il rock tinto di doom può essere davvero una bella notizia per chiunque giuri sui primi Kyuss, su Lowrider, Fu Manchu, The Clutch, e cerchi qualcosa di più dell’istantaneo MTV di suoni e parole. Il quintetto zagabrese, composto dall’alto chitarrista Tješimir, armato di una Stratocaster bianca, dal bonario burlone Thee Steps dietro la batteria, da Alen a.k.a. Lenny al basso, dal principale ideologo dei testi e dell’anima Krnfa al microfono (che mette mano con decisione anche alla sua Les Paul e sa completare in modo eccellente gli strati sognanti di opulenza chitarristica di Tešimir) e dal guru del suono Brle a.k.a. Raw dietro il mixer, in fondo alla sala, si piazza deciso sul palco e, dopo un breve controllo dei settaggi, parte con lo sbarco deciso (e ottimo) sul pubblico lubianese. E questo soccombe da qualche anno ai tre prodotti in studio. Devo ammettere che di quell’evento di giovedì mi sono rimaste in memoria tante zone grigie, macchie di sentito vero, mischiate a una forte dose di parvenza, di impressioni personali e di interpretazione della storia stessa della serata. Gli Stonebride, dopo l’EP Smile And Shine uscito nel 2007, hanno registrato due album completi. Dopo l’eccezionale album Inner Seasons scaricano la loro ira sonica contro la mediocrità e il torpore del mondo anche con il disco uscito nel 2010, Summon The Waves, e la ricetta è sempre la stessa: un’esplosiva e potente miscela di chitarre ruvide dei due chitarristi, che si bilanciano e si intrecciano a meraviglia, la metrica di forza muscolare di braccia e gambe di Steps, decisa e senza compromessi come un colpo spietato di tettonica del cuore, e infine, sopra il basso grasso di Lenny, che si riversa pigro su tutta la struttura ritmica e sonora, anche la vocalità eccezionale di Krnfa, che di nuovo ricorda Staley con aggiunte stoner eteree. La voce risuona con la giusta dose di echeggiante inafferrabilità fumata. Gli Stonebride evocano l’atmosfera con una ricetta meditativa ben collaudata, per la quale l’ordine degli eventi sbiadisce nel ricordo, ma restano i punti d’appoggio nell’assoluto del sentire. The Amazing Voyagers, con la struttura corrosiva di un vecchio, eccezionale stoner, si pianta nel subconscio con suoni ripetuti di salve di chitarra, assoli psichedelici che gli oratori zagabresi dello stoner, sopra una ritmica innegabilmente compatta, spremono nel vuoto karmico della Gromka. To Follow, con le sue brutali ripetizioni di riff a dieci note, demolisce ogni riserbo. Nelle prime file, nella loro danza purificatrice, con gli occhi socchiusi, si abbandonano alla sognante carezza sia i vecchi fan sia i visitatori che incontrano per la prima volta la tossicità della perfetta bellezza del cuore degli Stonebride. Lenti scorrimenti lungo i manici delle chitarre, e Krnfa con una voce eccezionale e grassa che si potrebbe visualizzare facilmente in qualche sessione nel deserto (Desert Sessions qui sono solo uno spunto che gli Stonebride rimodellano alla maniera dei Mad Season e di qualche altro capolavoro grunge, per quanto dolce, ma a giri più coerenti di gioco stoner-doom con i sensi. Niente è lasciato al caso. Dalle sessioni intermedie dell’album Inner Seasons si inserisce splendidamente nell’insieme della serata Mr. Plow Is Growing Hop, un trip psichedelico di lunga durata di pura musicalità, di un blues ben concepito su sostanze proibite che funziona alla perfezione, stellare e degno di essere seminato e riportato anche nella coscienza globale della coscienza universale. Gli Stonebride sono perfezionisti che sentono bene la propria eccellenza e con essa, in un gioco simultaneo perfetto, in un balletto perfetto di ritmo e melodia, nell’essenza organica sentita e ripetuta mille volte, danno ai compagni di viaggio sotto il palco, ignari di tutto, da ascoltare e da assaggiare qualcosa che si può marchiare solo come musica perfetta. Il fattore complementare del brano Drag & Drop continua il filo mentale e melodico di Mr. Plow, così hai la sensazione che tutto sia un po’ noto e già sentito, del tutto fondato e al suo posto, ma senza disturbare in nulla. Stavolta, durante la ricerca retrospettiva, nella memoria si insinua il tono maestoso e sinistro del brano Phoenix, con cui gli Stonebride dalle ceneri della distruzione totale fanno nascere qualcosa di bello e meditativamente splendido. Il mantra stoner è grasso e carnoso. Tutto è subordinato al totale oblio e all’abbandono di sé, e ciò che conta è sempre quel magnifico momento di risonanza perfetta di voci ipnotiche e di un eccezionale, oleoso fluire di splendidi riff che venerano l’essenza del cuore di dèi da tempo dimenticati e delle già citate muse della perfezione assoluta. »Benvenuti sulla terrazza dell’hotel Adriatik!« ci saluta Krnfa, dannatamente lucido e presente, prima di un’ulteriore escursione fumosa nel mondo di una poeticità ispirata dalla psiche. Mute Heart Rivers restano in memoria per il gioco di batteria dell’intro, per i tocchi di bacchette sui piatti e per la poetica melodiosa dell’esistenza, del sentire totale, di cui non si vergognerebbe nemmeno Jim Morrison nell’eccezionale disco American Prayer, solo che gli Stonebride sono più attuali, interpreti di sogno urbano più adatti ai bui tempi di oggi. Tempo e spazio sono relativi e, con i tocchi suggestivi delle due chitarre e il respiro ritmico del colosso percussivo, la storia della liberazione dai vincoli della materia e della caducità prosegue bene, con stile e sensazione, in avanti. Moonrider è meglio del sesso, e la sensazione argentea di totale dissoluzione negli oceani cosmici di una calma ultraterrena la maturiamo fino alla fine al sicuro nel rifugio di caldi bozzoli del sentire. Tutto accade lentamente e in modo grottescamente pesante, ma allo stesso tempo così scorrevole che, davanti alla contraddizione di estremi perfetti, il pubblico cade in uno stato di esaltazione catatonica per l’evento. E così abbiamo potuto sentirci tutti potenti e belli come se fossimo davvero tutti Titani, di cui gli Stonebride avevano già cantato. Di salve d’entusiasmo ce ne sono meno di quanto ci si aspetterebbe, ma i lampi di felicità e di piacevole assenza negli occhi di molti sono la prova che il rito tardivo si svolge nel modo giusto. Non so se fosse tutto così ben pensato e pianificato o se fossimo davvero tutti in perfetta sintonia con il momento di erotismo divino ultraterreno che in modo perfido ci ha tolto la voglia di ribellione e di spirito critico, incapaci di lineare lucidità nell’orientarci per camminare dal punto A al punto B, abbiamo assistito a uno spettacolo davvero fuori serie, che possiamo salutare solo cadendo a terra, con un inchino e con un sincero complimento: qualcosa di meglio non lo godevamo da molto tempo da questa parte delle Alpi.
Ben dopo le due di notte, tra la foschia e una pioggerella pungente, la folla di fortunati si disperde per le arterie principali e le vene secondarie della nostra capitale, e il terzo tentativo di invasione croata si rivela, di fatto, dannatamente riuscito e dannatamente dolce. I nostri fratelli slavi del sud sanno servire musica con le palle e senza inutili ripieni da cliché. Gran parte di quello che si è sentito quella sera soddisfa facilmente anche i brontoloni più estremi, che cercano sempre qualcosa di più e di meglio di quello che portano loro stessi in testa e nel cuore. Quella sera di picchi ce ne sono stati un sacco, e mi piace davvero che non si sia trattato di un quartetto di band identiche alimentate dagli stessi derivati, ma che abbiamo avuto un vero cocktail di suoni e stili, per cui di linearità delle emozioni quella sera non ce n’è stata, ma c’è stata una gran varietà di sensazioni e di gioco dei sensi, che almeno la mia piccola persona ha sorpreso piacevolmente e saziato con qualità. Kroejšn Invejžn # 3 è stato un successo e, tra gli eventi della serata, non indicherei vincitori. Anzi, quella sera non ci sono stati né vincitori né vinti. È successo infatti uno di quei momenti in cui tutto ciò che contava era davvero la musica (nella dimostrazione in tre parti di sola forza strumentale le parole sono diventate in qualche modo superflue, e nell’ultimo atto della serata con gli eccezionali Stonebride le corde vocali diventano poi solo un’aggiunta, un pennello colorato e una valvola emotiva per sparare ispirazione nel cielo fitto di un’elettrizzata naturalezza). Non si è fatto finta di niente quella sera. Le palle alla moda sono state sostituite da approcci rustici, un po’ più rodati ma così dolci, che in una generale penuria di buone idee e di pratiche di palco mi mancano sinceramente. Forse è escapismo, ma in effetti ogni tanto è proprio sano e necessario lasciare il terreno solido sotto i piedi, salire sulle onde del sacro fumo con la propria metà cosmica, concedersi il fatidico sì stonato con la sposa musicale di quella fatidica serata, mangiare qualche fungo bagnato, uscire dalle proprie sicure corazze dell’inattività con l’accompagnamento post-apocalittico di una fusione totale e abbattere dal cielo tutti i satelliti e i limitatori, tutte le minacce senza pilota, senza corpo e senza senso dal cielo delle proprie percezioni, e diventare, almeno per un attimo, felici, sollevati dalle preoccupazioni quotidiane e dalle catene della società in cui marciamo. Ai fratelli del sud un grande grazie per aver realizzato questo compito non sempre facile da realizzare. Grazie e arrivederci al prossimo assedio!
Scaletta
FALL OUT TRIO:
1. Piramyd
2. Tobacco
3. Teather Dream
4. Tetrao Urogalus
5. *11*
6. Fingers
7. Midnight Express
8. Hand Made
9. Chameleon
10. Acrobat
11. Walking
MOKRE GLJIVE:
1. Uvod
2. Znanost protiv prirode
3. Bakina juha
4. Mantra
5. Mamina juha
6. 33
7. Lička
8. Slapovi hašiša
DRONE HUNTER:
1. Aguamala
2. The Crow’s Final Scream
3. Twisted Horse Boogie
4. The Hunt
5. The Ram
6. Backfire
7. Packin’ Heat
8. Carving The Current
STONEBRIDE:
1. Mr.Plow/Lowest Supreme
2. Shadows Like Snakes
3. Sokushinbutsu
4. Movies,Movies
5. Crimson Tongue
6. Venomous
7. Titan
8. The Amazing Voyagers
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