The Colour of Spring

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Talk Talk
Etichetta: EMI Records
Uscita: 1986
Durata: 45:40
Voto: 5/5

Quando i Talk Talk, culto britannico del new wave/art rock, stavano registrando il loro terzo album, »The Colour of Spring«, erano al picco della popolarità grazie a hit come »Such a Shame« e »It’s My Life«. Ma il loro carismatico capo creativo, polistrumentista e cantante Mark Hollis, era deciso a spingerli il più lontano possibile dal synthpop e dal movimento new wave degli anni Ottanta, con una direzione sonora già più che evidente proprio in questo terzo lavoro in studio, anche a costo di chiudersi per sempre la porta in faccia a qualsiasi altro successo di massa. A Hollis il successo non era mai importato granché, anzi: pur di restare fedele al proprio suono senza compromessi, dopo l’avventura del 1986 era pronto perfino a smettere con i concerti e con qualsiasi forma di promozione. Per questo la sua band, soprattutto agli occhi delle etichette, passava per un gruppo di strani misteriosi a cui interessava solo la propria evoluzione musicale e la propria creatività, il che per le teste corporate dell’industria musicale era ovviamente una gran bella gatta da pelare.

Da questo album in poi i Talk Talk sono quindi diventati una band per palati fini, per una manciata di gourmet della musica, e così oggi vengono nominati fin troppo di rado e restano largamente ignorati ogni volta che qualcuno ripensa ai migliori artisti che hanno segnato gli anni Ottanta del secolo scorso. La compagnia di appassionati senza compromessi di Hollis, a ogni album dopo l’esordio »The Party’s Over« (1982), aveva spinto sempre più a fondo gli elementi progressive rock della propria musica, allontanandosi via via dal synthpop allora in voga. La cosa più sorprendente (o forse no) è che, a differenza della maggior parte delle band uscite dal new wave, i loro dischi hanno superato alla grande la prova del tempo e oggi, per la ‘cerchia ristretta’, sono addirittura più apprezzati di quando uscirono: la prova più grande della loro visione sonora.

»The Colour of Spring« era un disco quasi completamente diverso dall’ottimo predecessore »It’s My Life« (1984) e faceva da ponte sonoro tra due mondi musicali distinti: da una parte il new wave innovativo dei primi due album, dall’altra il progressive rock con elementi di jazz fusion e musica ambient. Era insieme l’ouverture e l’annuncio dell’approccio ancora più sperimentale dei due lavori successivi dei Talk Talk. È proprio questo crocevia stilistico tra vecchio e nuovo, con un suono molto più ‘organico’ rispetto ai due dischi precedenti, ad aver reso »The Colour of Spring« il più equilibrato e forse persino il migliore dell’intera discografia di questa band di culto. Con questo lavoro i Talk Talk hanno spalancato le porte a ambient, jazz fusion e musica classica, quindi si può dire tranquillamente che abbiano giocato un ruolo importante nella rinascita di un movimento progressive rock ormai quasi dato per spacciato.

Il collaboratore chiave di Hollis nella scrittura restava il tastierista e produttore Tim Friese-Greene. Pur non essendo mai diventato un membro ufficiale della band, su questo album ha iniziato a usare a tutto spiano mellotron e pianoforte, mentre il grande stranezza vocale Hollis ha mostrato per la prima volta in carriera il suo talento da polistrumentista, suonando buona parte delle tastiere, organo e mellotron compresi, oltre a qualche contributo di chitarra. Il fatto che i Talk Talk si mettessero a usare la ‘vetusta’ tastiera prog mellotron era una vera rarità negli anni Ottanta, visto che all’epoca la maggior parte dei musicisti storceva il naso davanti a tutto ciò che sapesse anche solo vagamente di anni Settanta. Il mellotron ha permesso loro di costruire arrangiamenti sinfonici molto più stratificati e orchestrali. Anche stavolta, oltre a Friese-Greene, c’è una vera schiera di musicisti ospiti, e tra tutti basti citare come nome più venerato il leggendario Steve Winwood (ex-Spencer Davis Group, Traffic, Blind Faith) all’organo.

Quanto enorme sia stato il salto evolutivo dei Talk Talk in meno di due anni lo racconta già il brano d’apertura »Happiness Is Easy«, che si apre con sfumature ritmiche minimaliste, accordi di chitarra raffinati e inserti di sassofono timidi ma efficaci. Il bassista Paul Webb si scatena subito per bene con linee di basso complesse ma sottili, mentre Lee Harris trova la bella occasione di mostrare il suo approccio jazz alla batteria. Poco dopo l’ingresso della voce unica di Hollis, sullo sfondo iniziano a scorrere eteree cortine di mellotron che creano un’atmosfera magica, e anche le voci di un coro di bambini sono un esperimento interessante. Il livello di sottigliezza, minimalismo e astuzia nel costruire arrangiamenti imponenti, in cui si alternano e si intrecciano più tipi di tastiere, è ancora oggi da invidiare.

»I Don’t Believe In You« è una power ballad complessa, costruita su delicati passaggi di chitarra e un sottile tappeto d’organo, dentro cui si sente anche un’abbondanza di effetti sonori pieni di spirito. La voce struggente e malinconica di Hollis qui raggiunge un’espressività ancora maggiore, soprattutto nel maestoso ritornello accompagnato da accordi di chitarra melodrammatici. Con l’evergreen »Life’s What You Make It«, primo singolo del disco, promosso anche da un video indimenticabile in cui la band si ritrova a metà mattina in compagnia di vari ‘amici’ del bosco, i Talk Talk hanno realizzato il loro ultimo grande successo su entrambe le sponde dell’Atlantico e una delle cose più pittoresche della loro breve carriera. Sfumature ritmiche minimaliste, con un occhio di riguardo per le linee di basso piene di temperamento, si intrecciano a strati ondulati di sintetizzatore e a frasi di chitarra intelligenti che alzano la tensione di un’atmosfera enigmatica, mentre il canto di Hollis semplicemente ‘non è di questo mondo’ ed è pieno di emozioni contraddittorie. Le improvvisazioni di pianoforte aggiungono altro pepe a un’atmosfera incredibile, che non cala fino alla fine. Una curiosità su questo classico: nel 2002 »Life’s What You Make It« è finito nel popolare videogioco »Grand Theft Auto: Vice City«.

»April 5th« contiene incantevoli arrangiamenti sinfonici di organo e mellotron, con decorazioni jazzy di sassofono e percussioni che stavolta suonano ancora più minimaliste del solito. Una finezza simile nell’uso del mellotron, che fa da base ideale all’approccio vocale di Hollis, qui nettamente sperimentale, non si sentiva praticamente dalla fine degli anni Settanta. »Living in Another World«, secondo singolo del disco, è stato un hit minore e rientra tra le cose più conosciute della loro carriera. È uno dei pochi pezzi di »The Colour of Spring« in cui si sente ancora un po’ di fascino new wave, anche se ormai si parla piuttosto di art rock ritmicamente complesso con un ritornello decisamente melodico. La voce di Hollis è completata alla grande dalle armonie di accompagnamento, mentre alla ricchezza degli arrangiamenti contribuiscono anche gli inserti di armonica e soprattutto i generosi strati d’organo.

»Give It Up« è stato scelto come terzo singolo, e non sorprende più di tanto, visto che è il pezzo più commerciale del disco, con un ritornello marcatamente cantabile e melodico, mentre i maestosi arrangiamenti sinfonici, guidati da massicci strati d’organo, sono sostenuti con generosità da una spezia ritmica fusion. Un gustoso assolo di chitarra a metà brano arricchisce bene l’umore malinconico ma anche, per i Talk Talk, piuttosto atipicamente ottimista, che si irradia allo stesso tempo anche dal canto di Hollis. »Chameleon Day« è invece un pezzo spiccatamente malinconico, che si apre con interessanti improvvisazioni dei fiati e passaggi jazz al pianoforte. Stavolta Hollis suona come se mille frecce gli avessero trafitto il cuore, mentre le delicate onde di mellotron mantengono per tutto il tempo il triste messaggio di questo sfortunato testamento. Nella delizia ambient che chiude il disco, »Time It’s Time«, i Talk Talk fondono in una miscela perfetta splendidi arrangiamenti sinfonici, sfumature ritmiche jazz e la voce variabile di Hollis: la band chiude tutto in un clima sereno e con armonie di accompagnamento drammatiche, che combinate creano un’atmosfera quasi spaziale.

Con »The Colour of Spring« i Talk Talk hanno firmato uno dei rari capolavori art rock degli anni Ottanta, uno che ha retto alla grande la prova dei decenni passati: segno di quanto fossero avanti sui tempi con la loro visione sonora. L’incredibile equilibrio stilistico, la profondità dei singoli arrangiamenti e la capacità di costruire magici ‘stacchi’ ambient sono ancora oggi i suoi pregi principali. »The Colour of Spring« è stato il loro ultimo grande successo commerciale, perché la compagnia di Hollis, come già detto, ha preso a tenersi sempre più alla larga dalle esigenze commerciali e dalle mire dell’etichetta EMI. I due lavori successivi hanno spinto la visione sonora e la sperimentazione ancora più in là di quanto chiunque potesse immaginare dopo l’uscita di »The Colour of Spring«, e a quel punto era già abbastanza chiaro che per la band ‘i giorni erano contati’, anche se proprio nella fase finale della carriera si sono garantiti uno status di culto per l’eternità.

Formazione

Mark Hollis – voce, organo, chitarra, pianoforte, melodica, mellotron
Paul Webb – basso, cori
Lee Harris – batteria, percussioni

MUSICISTI OSPITI:
Tim Friese-Greene – produttore, pianoforte, mellotron, sintetizzatore
Ian Curnow – tastiere
Martin Ditcham – percussioni
Mark Feltham – armonica, cornoAlan Gorrie – basso
Robbie McIntosh – chitarra, dobro
Morris Pert – percussioni
Phil Reis – percussioni
David Rhodes – chitarra
David Roach – sassofono
Gaynor Sadler – arpa, corno
Danny Thompson – contrabbasso
Steve Winwood – organo

Produzione

Tim Friese-Greene

Tracklist

1. Happiness Is Easy (6:30)
2. I Don’t Believe in You (5:02)
3. Life’s What You Make It (4:28)
4. April 5th (5:51)
5. Living in Another World (6:58)
6. Give It Up (5:17)
7. Chameleon Day (3:20)
8. Time It’s Time (8:14)

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