Za kombi – maratona festivaliera con 13 band sul palco! (2015)
Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: Lubiana / CUK Kino Šiška / Slovenia
Data del concerto: 31.01.2015
Spettatori: 400
Prezzo del biglietto: 10,00€
Sabato, ultimo giorno di questo gennaio, al CUK Kino Šiška è andato in scena il secondo concerto di beneficenza. Dopo l’evento »Cvek raku!«, in cui abbiamo detto addio a Boštjan Cvek, fondatore dei festival Jazz Cerkno e Keltika, scomparso troppo presto, è arrivato il festival intitolato »Za kombi!«. Dietro questa iniziativa benefica ci sono i soci dell’Associazione dei paraplegici della regione di Lubiana, che aveva bisogno di un furgone per spostare i suoi membri. Il furgone alleggerirebbe ai soci gli impegni di ogni giorno: dalle visite mediche al lavoro, dai ritrovi in compagnia a tutto il resto che fa parte della normale quotidianità. Buffo che per questo non si muovano né lo Stato né le organizzazioni umanitarie. Lasciamo perdere questo Stato che preferisce raccogliere soldi »Per l’Europa« piuttosto che per i suoi cittadini e “Za kombi”. Perché la fede nel rock ‘n’ roll batte tutto!
Così hanno unito le forze Bo!, Balot, White Stain, Prismojeni profesorji bluesa, C4, The Lucky Cupids, Moj Boogie Band, Lene kosti, Bütli, Carina, Sausages e Šukar, che hanno messo a disposizione gratis i loro concerti per la raccolta fondi. La maratona festivaliera è stata davvero curiosa. Ogni band aveva a disposizione 15 minuti, cioè tre pezzi, tranne gli ultimi della lista, gli Šukar, che hanno suonato per mezz’ora. Il palco era diviso in due metà. Sinistra e destra. Con due set di batteria e la logistica dell’impianto base. Così le esibizioni si sono susseguite praticamente una dietro l’altra, senza pause. Mentre una band suonava, i fonici preparavano già il palco accanto per l’esibizione della successiva.
Poco dopo le otto (di sera, ovviamente!) sono saliti sul palco i ragazzi di Celje Bo!. La sorpresa della serata, perché la band non era stata annunciata prima, ma evidentemente nel programma si era aperto un buco e il gruppo è subentrato, salendo sul palco per primo. Il carismatico cantante boštjan Meh, con l’aiuto di tre compagni, ha portato un rock’n’roll che fa pensare, pieno di freschezza e fiducia in un domani migliore. I Bo! hanno già due album in saccoccia, quindi dedicategli un po’ del vostro tempo! I veterani del rock’n’roll sloveno Sausages hanno servito nel set anche i famosi Dej pel, Spal bom cel dan e l’hit To mi deli. Nel finale i carismatici ragazzi sono stati di nuovo eclissati da Marko Čulajevč Čule, che non si è lasciato cacciare dal palco e si è immerso nell’assolo finale, suonato in versione allungata e in ginocchio. Sempre sullo stesso lato del palco, cioè quello destro, la festa rock n’ roll è andata avanti con i C4. Alla batteria è rimasto il ben noto volto da TV Buco (Sausages), a sostituire l’»impegnato per lavoro« Boštjan Vajs, mentre la band, guidata dal cantante Billy, che un paio di volte ha lanciato urla davvero diaboliche »alla Axl Rose«, ha presentato il pezzo proprio Kraval e la ballad Srečen, che Billy cantava più di vent’anni fa con i Bombe. Sarebbe ora che piano piano nascesse anche il primo album in studio della formazione. I C4 sono infatti famosi per i loro cover dei grandi classici dell’hard rock, ogni ultimo giovedì del mese all’Orto bar.
Sul lato sinistro era già tutto pronto per l’ingresso in scena dei The Lucky Cupids. Ovviamente il cantante e chitarrista Andrej Rudolf si è preso subito tutta l’attenzione nella celebre posa alla Elvis; alla sua sinistra, dietro di lui, gli faceva compagnia Matevž Carnelutti alla chitarra (che più tardi è risalito sul palco anche con i Moj Boogie Band), dietro, alla destra di Andrej, il granitico contrabbassista Iztok, mentre Dejan sullo sfondo mescolava con zelo un leggero scalpiccio ritmico, con evocazioni di atmosfere swing e surf, che si aggiunge al volto dei maestri sloveni del rockabilly. Una variazione bellissima per la serata, insomma! Spostamento sulla destra, dove sul fronte del palco hanno finalmente preso posto le prime due rappresentanti del gentil sesso. Entrambe le Urške della formazione Balot. La band è attiva dal 2007, ma al festival »Za kombi« li ho incontrati per la prima volta, cosa che considero un piccolo punto in meno per me. Il primo pezzo ha sorpreso mescolando il rock con leve di melos balcanico della musica popolare, per il resto una »scuola« rock retrò che nel seguito ha portato sul palco anche i primi punk! Ha iniziato a ronzare qualcosa di garage, sbruffone e arrogante! Ecco i Bütli. Furbi e provocanti. Provocanti soprattutto grazie alla eccellente e »aggressiva« cantante Andreja, che ha sparpagliato per bene i fianchi a destra e a sinistra e con il suo approccio ha spinto il pubblico a un livello più alto di »dondolio« cinetico. Una donna e mezza! Una band e mezza! Nudi, spogli e senza abbellimenti. Dritti in faccia, senza giri di parole!
Un bel riscaldamento, potremmo dire, prima dell’esibizione degli unici rappresentanti dei generi metal della serata. Gli intransigenti boogie metaller di Lubiana Lene kosti. La band si è esibita sul lato sinistro e ha presentato due pezzi completamente nuovi, a cominciare dall’apertura Screaming Bones. Un pezzo dal riff possente, di quella tipicità incazzata che è riconoscibile nel dossier musicale del gruppo. Distruttivo, aggressivo e subito contagioso sottopelle. La band ha ruggito qualche gradino più forte di tutti gli altri che hanno suonato al festival. A Screaming Bones è seguito un classico »rinnovato« dall’album »Park Bar«, intitolato Lady Evil, e poi un altro pezzo completamente nuovo, che per ora non ha ancora un titolo, ma che ha comunque funzionato alla grande. Possiamo concludere che i Lene kosti stanno tornando in grande stile. Il piano è registrare un nuovo album nella seconda metà dell’anno. Auguriamo ai ragazzi tanta fortuna. Il prossimo aprile avrete ancora l’occasione di incontrarli a Lubiana. Per fortuna stavolta al CUK Kino Šiška nessun non autorizzato li ha sciolti di sua iniziativa per sbaglio! La breve ma dolce resurrezione heavy metal è stata seguita da una nuova usurpazione sonora dello spazio, con una squadra tutta al femminile votata all’heavy rock. Le diaboliche Hellcats, ovviamente. Il concerto lo aprono, ovviamente, proprio con il pezzo Hellcats, e la prima cosa che salta all’occhio è la nuova cantante Daša Makuc, la cui voce si innesta alla perfezione sulla dura cinetica sonora rock del meccanismo di questo quartetto femminile ben affilato. Anche per l’acconciatura tinta di rosso, che offre un super contrasto con le altre tre bionde. Le ragazze possono essere un bellissimo manuale scolastico su come si sta su un palco. Look curato! Pelle incendiata! Katja è diventata un’ottima chitarrista e questa non è più una novità. Con il suo approccio potrebbe insegnare a più di un »professore« come si razionalizzano i toni in un dato assolo, per ottenere il suo vero effetto dentro i passaggi mid-eight del brano! Speriamo allora che nasca un nuovo album!
Segue l’esibizione di nomi quasi da star. I Moj Boogie Band hanno riportato sul palco ben tre musicisti che si erano già esibiti prima con le loro band, diciamo, madri. A guidare la squadra c’è il carismatico cantante Andrej Ojsteršek con una bellissima chitarra semiacustica a due fori a effe, alla sua destra c’era di nuovo lo scatenato Čule (Sausages), mentre alla destra c’erano Matevž Carnelutti (The Lucky Cupids) e l’appassionato bassista Janez »Dago« Dagarin (Lene kosti). Impossibile poi non citare il nome alla batteria, quello dello straordinario Robert Rebolj, tra l’altro membro dei ben più celebri folk rocker Katalena. Il blues ruvido e il rhythm and blues, che ti mettono subito in uno stato di allerta ed erezione, sono stati sostenuti soprattutto dall’affiatato trio Čule, Matevž e Dago; tra i tre a infuriare sul palco nel fascino delle sue bravate è stato soprattutto Čule, che anche la seconda volta non si è lasciato cacciare dal palco e, quando la band aveva già chiuso con lo show, è corso via in modo teatrale, in stile film »Maratonci tečejo zadnji krog« per qualche altro giro di fila sul palco, agitando in alto la sua chitarra Gibson! È bello vedere sul palco anche i veterani del punk rock, che lavorano sotto il nome Carina. Stavolta in versione quartetto, con il flemmatico e carismatico cantante Marino alla voce, mentre dietro tutte le redini le teneva in mano il celebre bassista Dare. La band starebbe lavorando a un nuovo album. Speriamo che arrivi presto al mondo. Senza peli sulla lingua e nel segno di un’autenticità sentita!
Sulla stessa parte del palco, quella sinistra, è seguita l’esibizione quasi spettacolare dei Prismojeni profesorji bluesa. Possiamo dire una delle scoperte più interessanti degli ultimi tempi sull’orizzonte musicale sloveno! Il quartetto attinge ovviamente al grembo del blues, ma anche all’elementarità del rock, e il chitarrista è un Jimi Hendrix sputato. Tutti i fan di Jimi Hendrix, attenzione. Ed è lampante che ha passato giorni e notti con la chitarra, gli sta incollata addosso, e non solo. Sviluppa infatti uno stile e un suono di esecuzione tutti suoi, compatibile sia con la febbre rumorosa dei vecchi garagisti Grand Funk Railroad, sia con le già citate virtù di Jimi Hendrix and the Excperience e con tutto quello che sta in mezzo. In mezzo a tutte queste diavolerie, sostenute dalle acrobazie infiammate di un improvvisatore all’armonica a bocca, si trovano perfino occhiolini ai ragazzi hillbilly, e la voce solista, in un’esecuzione un po’ più ruvida, può prenderla anche il batterista. Insomma, un rendimento energetico a voltaggio massimo! I Prismojeni profesorji bluesa con i loro concerti consegnano dunque un’eccellenza assoluta sulla scena musicale slovena. Chi si ritrova faccia a faccia con loro non può restare indifferente. Un’attrazione e mezza e un gruppo di cui leggeremo e sentiremo parlare ancora molto in futuro. Sicuramente una delle performance live più forti di tutto il festival.
Segue un salto nelle sfere del punk melodico. Ci hanno pensato i White Stain. Già i Čuki cantavano tanto tempo fa della lacrima bianca che scivola sulla guancia, mentre i punk rock White Stain, ovviamente, preferiscono passare subito al sodo. Alla macchia bianca, insomma! Ottimo affiatamento ed energia ben affilata di un trio che ribolle dalla voglia di esibirsi sul palco e di interpretare il proprio materiale, e per questo suona estremamente convincente. I White Stain sono una band a cui dovete assolutamente prestare attenzione, tutti voi amanti dell’ondata della nuova generazione punk rock, che gira molto anche su MTV. Per il gran finale, la tavolozza di generi straordinariamente varia dei partecipanti è stata coronata dall’esibizione dei celebri maestri della musica rom Šukar. Anche se i ragazzi dopo il concerto si lamentavano di sentirsi un po’ peggio sul palco, dall’altra parte, noi ascoltatori in sala non ce ne siamo accorti per niente. La band ha offerto ancora una volta un’esecuzione straordinaria di brani celebri, avvolti nel melos rom e conditi con scale arabe e salsa ritmica. I capi: il cantante e Igor Misdaris (con la protochitarra a cinque corde) e il violinista Nenad Ljubotina (a lui aggiungiamo tutti gli altri strumenti a corda simili alla chitarra, che ha alternato durante l’esibizione), e poi Matevž Lavrinc, Peter Lozar, Štefan Švagelj, con il supporto alla batteria dello straordinario Sergej Randjelovič »RunJoe« (Elevators), restano sempre una leccornia bollente che ti mette in moto senza che tu te ne accorga. Un battito di cuori straordinariamente unito, un’affiatamento straordinario e una straordinaria cannonata di passione e di emozioni ribollenti. La band starebbe mettendo insieme piano piano il materiale per il nuovo album, che sarà così il primo dopo il 2007!
Cosa aggiungere in chiusura? La scarsa affluenza. È l’unica cosa che ha rovinato la serata del festival; per il resto, complimenti soprattutto ai fonici, che hanno dimostrato un’eccezionale padronanza della logistica e dello spazio. Senza di loro molte cose sarebbero potute andare storte. L’evento è riuscito in pieno e proprio questo esperimento del palco diviso in due è un’idea eccellente, da riutilizzare più spesso anche in futuro. Allo stesso tempo, è ancora una volta evidente che in una società normale e »matura«, dove chi comanda ha almeno un briciolo di decenza e lascia alla plebe almeno qualche briciola, i soldi per aiutare le persone con disabilità si troverebbero sempre, quando è in gioco la loro mobilità. Eppure! Un gesto straordinario dell’Associazione, che ha organizzato tutto da sola. Speriamo che in futuro il rock e l’associazione dei paraplegici continuino a coltivare e rafforzare i loro legami! Il rock è un linguaggio universale che unisce, cancella ogni barriera e abbatte tutti i tabù! Per lui i cuori di tutti devono battere come uno! Sempre!
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