The Magician’s Birthday sotto la seconda luna piena di luglio (2015)
Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: Lignano Sabbiadoro / Arena Alpe Adria / Italia
Data del concerto: 31.07.2015
Numero di spettatori: 2000
Prezzo del biglietto: 35,00€
L’edizione di quest’anno del Folkest, festival che si tiene regolarmente a due passi dal nostro confine, in Friuli e Venezia Giulia, ha toccato il suo apice con l’annunciato concerto delle leggende del rock britanniche Uriah Heep, con il riscaldamento iniziale affidato al duo acustico italiano Harduo.
Alla vigilia del celebre Ferragosto e sotto la luna piena, la seconda del mese di luglio, l’arena ha accolto la bellezza di 2000 persone, anzi, piuttosto meno che più. Con un pizzico di ritardo sul palco sono saliti per primi gli italiani Harduo, ovvero due stregoni della chitarra acustica che rispondono ai nomi di Andrea Varnier e Raffaello Indri. Entrambi vengono dal paesino di Cerclaria, vicino a Udine. Nel 2008 hanno pubblicato l’esordio “Ovest Hardita Est”, mentre a metà gennaio di quest’anno è uscito per l’etichetta Folkest Dischi il loro nuovo lavoro in studio, “Adamantis Haurora”, che hanno presentato piuttosto a fondo al pubblico. Compatibilmente, ovviamente, con i miseri 30 minuti a disposizione. Ci siamo goduti un’esecuzione sentita di melodie acustiche, con chitarre che si intrecciano e si fondono con delicatezza e affiatamento, in un gioco pieno di curiosità mediterranea e di improvvisazioni a sangue caldo, dove si riconoscono elementi di world music, folk e rock, country e perfino qualche figura neoclassica. Insomma, un piacevole antipasto.
Gli Uriah Heep, nella formazione Bernie Shaw (voce), Mick Box (chitarra, cori), Phil Lanzon (tastiere, cori), Dave Rimmer ( basso, cori) e Russell Gilbrook (batteria, cori), anche nei concerti estivi di quest’anno portano in giro il loro album di studio ancora attuale, »Outsider«, uscito lo scorso giugno. La band è salita sul palco alle 22.00 in punto e, in sintonia con il nuovo disco, ha aperto il concerto proprio con un brano nuovo, Speed of Sound, guidato dall’intro di batteria di un Russell Gilbrook letteralmente »scatenato«. All’inizio il suono zoppicava un po’, in particolare il basso di Dave Rimmer sparava troppo in primo piano, ma i fonici hanno rimesso le cose in equilibrio in fretta, portando tutto a un livello piacevole per le orecchie.
Queste leggende longeve del rock, guidate ancora oggi, nel loro 45° anno di attività, dall’unico membro originale e fondatore della band, l’unico e carismatico chitarrista Mick Box, mantengono lo slancio innescato dal risveglio rinascimentale del 2008, quando dopo una pausa di dieci anni il gruppo ha finalmente pubblicato un nuovo album in studio, »Wake the Sleeper«. È curioso che la grande maggioranza del pubblico abbia cercato posto sugli spalti, seguendo il concerto da lassù. Le prime file del parterre, non più di dieci, sono state occupate invece dai fan e dagli intenditori più sanguigni della band, con la voglia di un contatto più intenso con lo show.
La band ha mostrato una bella dose di sana routine. Hanno suonato un sacco di roba, forse anche »troppa« fino a quel giorno, e tra i membri non ci sono segreti. Anche il bassista Dave Rimmer ormai si è inserito alla grande nel quintetto. Dopo Shaw è stato lui a mettere sul palco di gran lunga più azione, perché passeggiava di continuo ora fino a Gilbrook, al centro, un attimo dopo fino a Lanzon, dietro di lui sulla destra, occupandosi, come tutti gli altri, delle armonie vocali di accompagnamento. Quando Shaw lasciava il palco per un momento, nelle parti iniziali dei brani Box e Rimmer si avvicinavano l’uno all’altro, sfruttando la parte centrale del palco e mantenendo così viva la dinamica dello spettacolo.
Al di là del fatto che i vecchi rocker si mantengono alla grande e sfidano gli anni, l’unica cosa che ha un po’ incrinato le impressioni positive sono stati gli annunci di Shaw tra un pezzo e l’altro, che hanno rivelato un tizio del tutto negato con i numeri, uno che alle elementari avrà preso un bel quattro in storia. Il primo scivolone è arrivato quando ha annunciato per errore Stealin’ al posto di Sunrise, per giunta come brano nato nel 1974, il che non è vero. L’album »Sweet Freedom«, che contiene Stealin’, è uscito nel 1973. Il secondo se l’è concesso prima di presentare una delle composizioni più struggenti della carriera degli Uriah Heep, The Hanging Tree, un altro bonbon della scaletta di stasera, intitolato The Magician’s Birthday, quando ha di nuovo dichiarato il 1973 come anno della sua nascita. L’album »The Magician’s Birthday« è invece uscito nel 1972. Tra una divagazione e l’altra sulle date di uscita dei singoli brani, Shaw si è concesso altre sciocchezze, dichiarando il 1973 come l’anno in cui è stato inventato il rock progressivo e sbagliando così di almeno sei anni, se prendiamo come punto di partenza dello sviluppo del prog l’album epocale dei The Bealtes »Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band« (1967). Prima di annunciare il brano di “Wake the Sleeper” What Kind Of God, Bernie ha poi attenuato i suoi errori ammettendo di essere sempre stato scarso con i numeri, visto che non era sicuro nemmeno di quando fosse uscito »Wake the Sleeper«. Come anno più probabile ha citato il 2009. “Wake the Sleeper” in realtà è uscito nel 2008. Insomma, Bernie potrebbe ogni tanto sfogliarsi la biografia degli Uriah Heep, prima di aprire bocca con tanta sicurezza davanti al pubblico.
Quello che ci interessa di più è la sua prova vocale. Con gli anni la voce si è abbassata, questo è un fatto, e non ha più la potenza di una volta. Eppure, soprattutto le parti più ostiche, ovvero le linee nel finale della impegnativa The Magician’s Birthday, hanno confermato che Bernie mantiene ancora un’altezza esemplare e può tuttora tenere testa con sicurezza perfino alle melodie più difficili di Hensley. Gilbrook ha suonato la batteria in The Magician’s Birthday senza kazoo, che era invece un elemento tipico dei concerti del suo predecessore, il celebre Lee Kerslake.
Con l’esecuzione di The Hanging Tree e The Magician’s Birthday la scaletta ha portato ai palati più raffinati una serie di belle consolazioni, ma è comunque rappresentata da decisamente troppi pezzi nuovi e standard prevedibili, il che, insieme alla prevedibilità dell’esecuzione e alla routine di palco, può iniziare a far venire indifferenza o addirittura un po’ di noia a concerto in corso. Se gli Uriah Heep li avete visti venticinque volte, tre o mai, la differenza è sostanziale e suscita sensazioni completamente diverse. Il pubblico si è visibilmente divertito, peccato solo che il parterre non fosse più pieno, perché così lo scambio di energia tra pubblico e band sarebbe stato incomparabilmente più efficace e tangibile.
Gli Uriah Heep, insomma, ci sono ancora. In futuro farebbero bene a rinfrescare un po’ la scaletta, oppure a incidere e pubblicare un nuovo disco con una deviazione più morbida di stile e produzione (magari più vicino a »Sea of Light« e/o »Sonic Origami«), perché la formula moderna di »Wake The Sleeper« sta piano piano diventando arida e fin troppo prevedibile. Se queste leggende non le avete ancora viste dal vivo, gli Uriah Heep restano un obbligo assoluto per tutte le vostre prossime uscite live. Visti i loro anni di carriera, ogni loro concerto di questi tempi potrebbe benissimo essere l’ultimo.
Scaletta
1. Speed of Sound
2. The Hanging Tree
3. The Law
4. The Outsider
5. Sunrise
6. Stealin’
7. The Magician’s Birthday
8. What Kind of God
9. One Minute
10. Can’t Take That Away
11. July Morning
12. Lady in Black
—bis—
13. Gypsy
14. Easy Livin’
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