Black metal finlandese dalla Norvegia (2015)

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Autore: Rok Klemše
Foto: Sebastijan Videc

Luogo: Mostovna, Nova Gorica
Data del concerto: 29.10.2015

Ti chiedi perché un titolo così assurdo, se la band principale non è né finlandese, né norvegese e nemmeno suona black metal? Perché è così che il cantante Nick Holmes ha presentato i Paradise Lost, in uno dei suoi tipici discorsetti conditi di umorismo inglese. Ancora non ha senso, vero? Il punto che voglio farti arrivare è che giovedì scorso, sul palco di una Mostovna bella piena, Holmes era in vena come non lo era da un pezzo. Non solo nel ruolo di frontman, che, a dirla tutta, in passato sapeva interpretare peggio di un’asta del microfono, ma anche in una forma vocale eccezionale, e il concerto è venuto fuori così bene proprio grazie a lui. Ma sto correndo un po’ troppo.

Nel tour di The Plague Within i Paradise Lost sono accompagnati dalla formazione anglo-tedesca Lucifer, nata dopo lo scioglimento del duo The Oath, che sei mesi fa ha pubblicato il suo debutto Lucifer I. Nonostante lo split della band precedente, a Johanna Sadonis è andata di lusso, perché nei Lucifer si è unito un peso massimo come Gaz Jennings (dall’inizio alla fine chitarrista dei leggendari Cathedral). Visto che prima non avevo dedicato particolare attenzione al gruppo, mi incuriosiva parecchio cosa sarebbe uscito dal loro calderone di rock occulto. L’inizio era promettente. I riff sono più che a posto, Gaz è un maestro della riffologia morbosa, stavolta innestata con influenze stoner e psichedeliche, e la sezione ritmica è massiccia, sostenuta da una batteria semplice ma potente e da un basso davvero groovy e dinamico. Fin qui l’impressione era ottima, ma è stata presto rovinata dalla voce debole di Johanna, che si impegna a infondere alla musica un tocco di sinistro e di occulto, ma in generale non ci riesce. Peccato, perché la band suona promettente, ma proprio a causa della voce sbagliata non ottiene l’effetto desiderato. Per quello serve ben altro che agitare un mantello, e come gruppo di supporto avrebbero fatto molto, molto meglio gli Avatarium, formazione affine per genere e con una cantante decisamente migliore. Se fosse una gara tra ex membri dei mitici Cathedral, il risultato sarebbe Lucifer (Gaz Jennings): With the Dead (Lee Dorrian), senza dubbio 0-1.

È passato circa mezzo anno dall’uscita del quattordicesimo album in studio The Plague Within dei veterani britannici Paradise Lost, e si è confermato che l’entusiasmo iniziale non era esagerato (la recensione la trovi QUI). Il disco evidentemente supera il test del tempo ed è giusto dire che resterà tra i migliori di una lunga carriera. Ma il vero banco di prova per i pezzi arriva solo dal vivo, quindi le orecchie non vedevano l’ora di sentire come suonasse la peste su un palco. I Paradise Lost non ci hanno fatto aspettare, salutandoci subito con l’inno micidiale alla mancanza di vie d’uscita No Hope In Sight. Se lo stato della voce di Holmes era in dubbio, ogni incertezza sulla sua forma è stata spazzata via già al primo verso. Si è rivelato incredibilmente convincente il suo growl crudo e ruvido, ma allo stesso tempo comprensibile e possente, che dal vivo coi Paradise Lost non si sentiva da anni e anni. Nick ha gestito alla grande sia i pezzi nuovi sia il classico The Painless, in cui la sua voce aspra si è avvicinata moltissimo alla versione in studio di Gothic. Sappiamo però che Holmes tendeva a stonare anche nei pezzi con voce pulita, e invece pure questi li ha portati a casa più che bene. Evidentemente la sua forza sta nella nuova barba, un po’ alla Sansone coi suoi capelli, eheh. Se in passato la performance di Holmes era discutibile, quella strumentale non lo è mai stata e nemmeno stavolta è andata diversamente. Se il suono in No Hope In Sight era ancora un po’ scricchiolante, si è sistemato in fretta e le indimenticabili linee del maestro Mackintosh sono venute fuori senza grossi problemi. A convincere è stato anche il giovane batterista finlandese Waltteri Väyrynen (che sostituiva l’assente Adrian Erlandsson e suona anche nei Vallenfyre di Mackintosh), che ha pestato sui tamburi senza pietà. La scelta dei pezzi non ha riservato grandi sorprese, visto che gli originari dello Yorkshire hanno suonato quasi tutto The Plague Within. Niente di male, perché i pezzi nuovi dal vivo sono eccezionali, in testa il magnum opus tra veloce e lento Flesh From Bone/Beneath Broken Earth, suonato in coppia, che anche dal vivo ha confermato di essere uno dei materiali più forti di tutta la storia della band, grazie ai riff devastanti di Gregor e ai versi tonanti di Holmes con »Hail to nothingness/You wish to dieeeeeeeeee!«, che ha fatto venire i brividi. Anche nel bis, dal nuovo album ha convinto l’epica Return to the Sun, e per chiudere, come sempre, ovviamente l’hit Say Just Words.

I Paradise Lost hanno affrontato questo tour con coraggio, visto che metà dei pezzi suonati era presa dal nuovo disco. Questo dimostra che la band crede fermamente nel nuovo materiale e, a quanto pare, The Plague Within ha infuso nuova vita nel gruppo. In una forma live così buona non vedevamo la band da tempo, e anche i vecchi leoni del death/doom metal sanno mostrare di essere ancora rilevanti: la speranza che questa rinascita non sia solo passeggera è decisamente all’orizzonte.

Scaletta

PARADISE LOST:
1. No Hope In Sight
2. Widow
3. The Painless
4. Terminal
5. Erased
6. Praise Lamented Shade
7. Victim of the Past
8. Enchantment
9. Flesh From Bone
10. Beneath Broken Earth
11. As I Die
12. Requiem
— bis —
13. Return to the Sun
14. Faith Divides Us – Death Unites Us
15. An Eternity of Lies
16. Say Just Words

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