The Aristocrats conquistano Pordenone tra versi da fattoria (2016)

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Autore: Peter Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik

Luogo: Pordenone / Il Deposito Giordani / Italia
Data del concerto: 08.02.2016
Presenze: 450
Prezzo del biglietto: 25,00€

Il trio strumentale internazionale The Aristocrats, formato dall’alieno britannico della chitarra Guthrie Govan (Steven Wilson, ex-Asia, GPS), dallo svitato bassista americano Bryan Beller (Dethklok, Steve Vai, Dweezil Zappa) e dal batterista tedesco megalomane Marco Minnemann (Steven Wilson, Joe Satriani, The Mute Gods), durante l’attuale tour ‘Tres Caballeros’ è passato da Pordenone, regalando un’esperienza live indimenticabile a tutti gli amanti della tecnica ai massimi livelli e dell’inesauribile estro improvvisativo. Il brillante trio, che in tour presenta il suo terzo lavoro in studio, »Tres Caballeros« (2015), con le sue stupefacenti doti strumentali e compositive è qualcosa di speciale persino per i soliti palati finissimi del prog e per i vari dottori della musica. Alla popolarità di The Aristocrats tra gli appassionati di rock progressivo, prog metal e jazz rock fusion ha di certo contribuito anche il fatto che uniscono la loro musica a un umorismo pungente, un mix perfetto di battute satiriche all’inglese e di buffoneria slapstick all’americana, tanto che ai loro concerti le risate non mancano mai.

I signori Govan, Beller e Minnemann, sulla scia del loro grande idolo Frank Zappa, tra un brano e l’altro amano parlare a lungo e in largo, ‘sparando’ aneddoti così spiritosi, per lo più tratti dalla vita di tutti i giorni e spesso con qualche stoccata di critica sociale, che il pubblico parte con raffiche di risate quasi senza accorgersene. Minnemann ha fatto felici gli italiani anche sfoggiando qualche parola in italiano, imparata dalla sua ex compagna. The Aristocrats hanno aperto il concerto con un ‘colpo in mezzo alla fronte’ fusion diretto e secco intitolato »Stupid 7«, e dall’inizio alla fine è stato un vero piacere ammirare le loro virtù da virtuosi. Guthrie, che avvolgeva le sue dita sottili attorno al manico della chitarra come un ragno dalle zampe lunghe, è stato il primo a far ridere il pubblico quella sera. Col suo inconfondibile accento ‘cockney’ ha annunciato il pezzo »Jack’s Back«, in cui ricompare il misterioso Jack, già presentato prima nella composizione intitolata »Furtive Jack«. The Aristocrats hanno spazzato via tutto quello che si trovava davanti quando si trattava di intricati giochi ritmici e di folli variazioni chitarristiche, restando per lo più fedeli alle versioni in studio, anche se qua e là hanno inserito pure un po’ di improvvisazione assolutamente spontanea.

È seguito il divertente aneddoto di Bryan sul retroscena di »Texas Crazypants«, in cui ha raccontato al pubblico la sua brutta ma curiosa esperienza durante una sosta in un’area di servizio del Texas. Lì una pazza truffatrice di una proprietaria, decisa a mettere le mani sui suoi soldi a tutti i costi, lo ha bellamente raggirato con un danno inventato alla propria auto. »Culture Clash« è stata presentata come un brano che simboleggia le sensazioni che assalgono i membri di The Aristocrats ogni volta che si ritrovano in un ambiente esotico e sconosciuto e fanno fatica ad adattarsi alle usanze locali. Con »Pig’s Day Off« per la prima volta quella sera hanno avuto il loro momento i fan dei maialini di gomma: tutti e tre i musicisti hanno gareggiato a chi riusciva a strappare a ciascun pupazzo più grugniti e squittii, e ovviamente era difficile restare seri. Una pratica del genere è da tempo diventata parte del solito ‘folklore’ dal vivo di The Aristocrats. L’incredibilmente dinamica »Desert Tornado«, che Marco ha presentato con la drammatica storia di una fuga da un tornado in arrivo, è stata accompagnata da un assolo di batteria assassino che a più di uno dei presenti ha lasciato senza fiato. Chiunque fino a quel momento si fosse chiesto perché Marco sia al momento il batterista più impegnato e più attivo del pianeta ha avuto la risposta in un istante.

The Aristocrats sanno bene che oltre il 90% del loro pubblico è fatto di musicisti e dottori della musica di sesso maschile, mentre le donne ai loro concerti sono solo una manciata, e di solito pure quelle già impegnate, venute allo show dei tre strani ‘aristocratici’ per accompagnare i rispettivi prescelti. Dopo aver spiegato come, mentre creava il brano »Smuggler’s Corridor«, per la prima volta nella storia di The Aristocrats gli sia venuta in mente una melodia vocale, Bryan ha invitato il pubblico a dare una mano a cantare questo raro momento vocale nell’opus musicale di The Aristocrats. All’improvviso gli è venuta un’idea piuttosto bizzarra: far cantare la melodia vocale, nei momenti concordati, solo alla parte femminile del pubblico. I risultati sono stati naturalmente disastrosi, perché dalla platea arrivava solo una specie di ‘miagolio’ soffocato di una sei voci femminili circa, con un intruso maschio che al primo tentativo si è infilato di nascosto, subito scovato da Beller e rimproverato a modo suo.

L’aneddoto finale di Guthrie, legato al brano »The Kentucky Meat Shower«, è stato anche il più interessante, perché si rifaceva a un evento storico piuttosto bizzarro e a tutt’oggi non chiarito, accaduto nel 1876  vicino a Kentucky, quando sulla città di Rankin piovvero dal cielo pezzi di carne cruda. Naturalmente Guthrie ha subito offerto la sua spiegazione razionale – dei rapaci che, imitando collettivamente il comportamento di un singolo uccello a cui era venuta all’improvviso la nausea, hanno vomitato pezzi di carne sui cittadini ignari che si trovavano sotto di loro. The Aristocrats non sarebbero The Aristocrats se nel bis non avessero suonato »Get It Like That«, in cui i protagonisti sono stati degli animali di gomma (due maiali, un pulcino spennato e un’oca). Marco all’inizio dell’esecuzione si è sistemato la simpatica famigliola sui piatti, ma mentre martellava la batteria alcuni sono caduti giù di colpo. Bryan si è talmente perso nel dialogo col pubblico che, scoppiando a ridere, ha calpestato il povero pulcino spennato che giaceva a terra. Alla fine Marco si è portato a casa con sicurezza il primo premio come miglior improvvisatore con animali di gomma, finendo anche in un breve duello con la chitarra di Guthrie, che si è chiuso in parità. Purtroppo è stato l’ultimo atto della serata. Il trio, lubrificato da alcune delle più folli bravate virtuosistiche e supportato anche da un impianto audio di ottima qualità, ha salutato il pubblico entusiasta tra ovazioni scroscianti.

The Aristocrats, in una vera e propria orgia virtuosistica andata in scena a Pordenone, hanno confermato la loro fama di intrattenitori live fuori dal comune, una razza che oggi purtroppo è sempre più rara. Tra i tre regna sempre una spontaneità straordinaria, che li unisce sia nel sfoggiare imprese virtuosistiche sia nel forgiare un umorismo contagiosissimo. Se il leggendario Frank Zappa, da cui The Aristocrats con il loro mix burlesco di prog rock, jazz rock fusion e prog metal e con gli scherzosi aneddoti raccontati nel mezzo hanno imparato parecchio, fosse ancora vivo, tutti e tre formerebbero di sicuro il nucleo della sua band. Non è difficile immaginare che i risultati di una simile collaborazione sarebbero semplicemente magnifici. Del resto, anche la collaborazione con nomi di culto come Steven Wilson, Joe Satriani e Steve Vai ha avuto effetti benefici sulla crescita musicale del trio, che da eccezionali strumentisti è cresciuto in fretta fino a diventare anche ottimi compositori, che semplicemente non si lodano mai abbastanza.

Scaletta

1. Stupid 7
2. Jack’s Back
3. Texas Crazypants
4. Pressure Relief
5. Culture Clash
6. Louisville Stomp
7. Pig’s Day Off
8. Desert Tornado (assolo di batteria)
9. Smuggler’s Corridor
10. The Kentucky Meat Shower
—bis—
11. Get It Like That

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