Aladdin Sane

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Bowie, David
Etichetta: RCA Records
Uscita: 1973
Durata: 40:47
Voto: 5/5

Autore della recensione 2: Peter Podbrežnik

Dopo lo strepitoso successo del concept album di culto »The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders From Mars« (1972), che l’aveva trasformato in una star mondiale, David Bowie, in pieno periodo glam rock, decise che era arrivato il momento di dire addio, a piccole dosi, al suo amatissimo alter ego: l’alieno androgino Ziggy Stardust. Eppure, sul disco successivo, »Aladdin Sane«, che a differenza del predecessore non era un concept, David non seppellì ancora del tutto Ziggy, ma lo trasformò con finezza in un nuovo personaggio chiamato Aladdin Sane, un curioso gioco di parole su ‘A Lad Insane’. L’idea gli venne in parte dopo che a suo fratello Terry era stata diagnosticata la schizofrenia. A differenza di Ziggy, Aladdin avrebbe dovuto essere un po’ più equilibrato a livello psichico, mentre il fulmine dipinto a metà del volto di David simboleggiava la frattura tra la sua vera personalità e l’alter ego ‘spaziale’.

Bowie definì il suo nuovo personaggio e l’omonimo album »Aladdin Sane« semplicemente come »Ziggy va in America«, visto che la maggior parte dei pezzi fu scritta durante la tranche americana del tour di ‘Ziggy Stardust’, cosa che si capisce già dal titolo di »Panic in Detroit«. »Aladdin Sane« fu anche l’ultimo disco di David con la formazione classica dei The Spiders From Mars, a cui in quel periodo diede una mano in modo straordinario il tastierista ospite Mike Garson, autore di alcune fantastiche improvvisazioni al pianoforte. Rispetto al più celebre predecessore, »Aladdin Sane« era un lavoro nettamente più sporco, con più riff rock’n’roll e cori variopinti, ogni tanto anche femminili, mentre i singoli arrangiamenti di pianoforte diventavano ancora più sofisticati e in certi punti imprimevano all’impronta glam rock della maggior parte dei brani un importante marchio sperimentale.

Diventava sempre più chiaro che la fase glam rock di Bowie non sarebbe durata a lungo, e su alcuni pezzi si sente eccome. Dai ‘Ragni di Marte’ si è dimostrato ancora una volta straordinario il chitarrista virtuoso Mick Ronson, che si è fatto onore anche come coautore di diversi arrangiamenti. L’intesa ritmica tra il bassista Trevor Bolder e il batterista Mick ‘Woody’ Woodmansey, sostituito poco dopo l’uscita di »Aladdin Sane« da Aynsley Dunbar, in questa fase era diventata eclettica e rodatissima come mai prima.

Secondo le parole di Bowie, sullo stile un po’ più ‘sporco’ del disco influirono anche il tour americano, intriso di droghe e decadenza, e le sue frequentazioni con i The Rolling Stones guidati da Mick Jagger. L’influenza di questi ultimi si sente nell’apertura »Watch That Man«, dove la voce di David è spinta apposta in secondo piano nella produzione, mentre a prendere l’iniziativa sono passaggi di chitarra conditi di blues, energici cori femminili e un ritmo da ballo guidato dal pianoforte. Anche se è uno dei pezzi più semplici e da festa che Bowie abbia mai creato negli anni Settanta, funziona alla grande come introduzione a un album stilisticamente varissimo.

Un capitolo a parte è la title track, cioè »Aladdin Sane (1913-1938-197?), con la sua atmosfera misteriosa, enigmatica, e con le tante improvvisazioni pianistiche avanguardistico-jazz-fusion di Garson, di cui non si vergognerebbero nemmeno i Soft Machine nel loro periodo di maturità creativa. Nel testo Bowie si chiede se qualcuno sarà mai in grado di amare Aladdin Sane (dopo l’enorme popolarità del predecessore Ziggy Stardust), mentre le prime due date indicano il periodo prima dello scoppio delle due guerre mondiali. La data lasciata a metà dovrebbe suggerire che Bowie credeva in silenzio che la terza guerra mondiale fosse sempre più vicina e inevitabile, soprattutto dopo aver visto, durante il tour americano, tanti abissi decadenti del capitalismo occidentale. Si potrebbe dire che fu il pezzo chiave dell’intero album per quanto riguarda l’anticipazione del futuro musicale di David, visto che le cose più sperimentali della sua carriera dovevano ancora arrivare.

»Drive-In Saturday«, intriso di influenze doo-wop e uscito anche come singolo, con il suo clima nostalgico e i variopinti inserti di sassofono rappresenta un interessante contrasto ambientale. Il testo parla di una società totalmente sterile e disumanizzata in un futuro lontano, che ha dimenticato cos’è il sesso e vuole imparare ‘come si fanno queste cose’ guardando vecchi film porno. »Panic in Detroit«, intriso di energici cori femminili, contiene un autoritario riff di chitarra hard rock, mentre il testo è ispirato al fenomeno di svariati utopisti rivoluzionari, con Che Guevara in testa, verso cui tanti occidentali, in mezzo alla società capitalista, avevano allora uno sguardo piuttosto romantico.

L’astuto ibrido tra glam e hard rock »Cracked Actor« è un altro dei pezzi più sporchi di »Aladdin Sane«, dove regnano i passaggi di chitarra sfacciati di Ronson. Nel testo Bowie intanto gioca con la storia dell’incontro tra un attore di cinema invecchiato e una prostituta, e non mancano i riferimenti all’abuso di droghe. »Time«, intriso di un’atmosfera sconvolgente e uscito anche come singolo, contiene elementi di musica da cabaret e jazz d’avanguardia spinti al massimo dal pianoforte, mentre a ‘vincere’ è il ritornello melodrammatico, uno dei migliori dell’album.

»The Prettiest Star« è un brano uscito già nel 1970 nella versione originale, come singolo con lo special guest Marc Bolan. La versione del 1972 suonava molto più glam rock, mentre Ronson si occupò di imitare alla perfezione le linee di chitarra di Bolan. »The Prettiest Star« sarebbe dedicato all’allora moglie di Bowie, Angela ‘Angie’ Barnett. Di tutti i pezzi dell’album, quello che di gran lunga sembra più superfluo è la cover, peraltro eseguita benissimo, del successo dei The Rolling Stones »Let’s Spend the Night Together«, che la banda di David ha rivestito in chiave glam rock e suonato in modo molto più incisivo.

Uno dei pezzi più amati di »Aladdin Sane« è ancora oggi l’hit »The Jean Genie«, il singolo di punta dell’album, dove Bowie, dentro il suo particolare mix glam rock, infila elementi di blues e proto-punk, mentre il testo contiene un’allusione allo scrittore francese Jean Genet. L’album si chiude in modo maestoso e super melodrammatico con la sconvolgente dichiarazione d’amore »Lady Grinning Soul«, che con il suo pulsare enigmatico-romantico ricorda parecchio lo sfondo musicale tipico dei film sull’agente segreto James Bond. Questo brano incredibilmente trascurato è un capitolo perfetto a sé e non si può paragonare a nulla di ciò che Bowie ha creato prima e dopo. Alla fine alza senza dubbio di almeno un gradino il lato artistico del disco e conferma l’infinita visionarietà sonora di David.

»Aladdin Sane«, la fase successiva della saga glam rock di Ziggy Stardust, è di solito uno dei dischi di Bowie più sottovalutati dalla critica, anche se con questo album Bowie dimostrò che lo status di star appena conquistato non l’aveva affatto addormentato artisticamente: in un tempo relativamente breve  riuscì a sfornare un altro capolavoro indimenticabile. Anche se »Aladdin Sane« supera per molti versi il suo più celebre predecessore in studio, perché rappresentava un altro passo avanti importante nel continuo camaleontismo sonoro di Bowie, le reazioni dei critici dell’epoca furono a quanto pare piuttosto miste, dato che la maggior parte si aspettava la perfetta continuazione stilistica del capolavoro concettuale. Bowie, che non ha mai avuto intenzione di dormire sugli allori, intanto si era già stufato del glam rock. Dopo aver pubblicato nell’autunno del 1973 l’album di cover »Pin Ups«, la sua ultima fatica con i membri dei The Spiders From Mars, si mise a progettare il successivo lavoro in studio, su cui seppellì definitivamente Ziggy, ovvero Aladdin, e presentò alcuni esperimenti stilistici del tutto inaspettati, con un accento ancora più forte su concetti futuristico-distopici.

 

Questa recensione è dedicata alla memoria di David Bowie (1947-2016).


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Autore della recensione 1: Aleš Podbrežnik

“Aladdin Sane”, erede di Ziggy Stardust, è il disco in cui Bowie ha definito in modo molto più audace e diretto la sua esperienza chiamata rock’n’roll. Il disco è un successore più incisivo, ma strettamente un album di Bowie, in cui il tipo piega con abilità e a modo suo la portata formattata del rock dell’inizio degli anni Settanta. È anche l’ultimo disco che ha registrato con la sua band, gli Spiders From The Mars. Tra i ragni di Marte e il pazzo Aladin, al basso c’era allora Trevor Bolder, che ancora oggi è attivo negli Uriah Heep.

Uno dei musicisti più sensibili di tutta la storia del rock ha stavolta abbandonato Zyggy e si è identificato con un personaggio chiamato Aladdin Sane. Non serve un gran sforzo per capire che l’ibrido asessuato, un essere di un’altra galassia dai contorni umani, ha spalancato le porte a nuovi spazi musicali. Bowie ha continuato a costruire sulla sua versione personale del semplice rock’n’roll, dove in primo piano c’erano da un lato la chitarra distorta e sporcata e dall’altro il pianoforte classico. Al suono ha aggiunto tavolozze erotiche di arrangiamenti di fiati (spicca in The Prettiest Star) e di stuzzicanti cori femminili, e ha trasformato il tutto attraverso una nudità voluta. Così si è conquistato una postura tutta sua sotto il libero sole.

Dopo la carica Watch That Man in apertura, nella title track Bowie si presenta mascherato da Aladdin Sane, con una voce gelida e un fare frenetico. Il pezzo, dove il pianoforte sale senza condizioni al centro della scena e nella parte finale sviluppa un vero momento psichedelico, richiama in vita il pazzo dai capelli rossi, truccato di colore fino all’ultimo centimetro quadrato di pelle. Pare che nei tour, nelle prime dieci file ci fossero solo Davidi Bowie, tanto era cresciuta la popolarità di Bowie grazie al suo glamerstvo, che ai vecchi e agli irrigiditi sembrava scioccante, inaccettabile, sciatto, blasfemo, mentre i giovani venivano logicamente attratti dalla libertà creativa e dal coraggio di Bowie, che esprimeva direttamente con la sua postura provocatoria: una vera “bowiemania”.

L’approccio di David è semplicemente fantastico. Completamente immedesimato, cinico, disilluso, nudo apposta, ma allo stesso tempo convincente fino in fondo. Nudo, come lo era solo la personalità di Bowie. Quello che lo rodeva di più era la popolarità di Ziggy Stardust. Mentre lui si era trasformato in Aladdin Sane già da un pezzo, la gente continuava a idolatrare Ziggy. Sarà Aladdin abbastanza forte da convincere la gente che Ziggy è morto? L’avventura di David come artista è una passeggiata in una stanza con un numero infinito di specchi. Alcune canzoni portano una vera doppia faccia, per esempio Drive-In Saturday. Panic In Detroit è il ricordo di Bowie dell’estate 1972 e del tour nordamericano. La linea melodica del basso di Trevor Bolder e il vivace riffeggiare di Mick Ronson, che nel pezzo spicca senza dubbio, sono ancorati a una base contrastante costruita sulle percussioni. Un vero momento da rocker che spacca. Vale anche per Cracked Actor e per l’hit in stile vecchio Iggy chiamato The Jean Genie. La cover dei Rolling Stones Let’s Spend Night Together offre una produzione emozionante della voce di David, come se il suo eco arrivasse da dietro.

Time, insieme alla title track e alla conclusiva Lady Grining Soul, è uno dei picchi atmosferici, con un David estremamente malinconico in primo piano. Freddo come il diavolo in persona. Come se orde di ragni marciassero in una stanza buia e ghiacciata, sopra un corpo umano irrigidito. La produzione allontana la chitarra, che serve qualche “scary lick” davvero emozionante, a distanza; la base del pezzo la dà di nuovo il pianoforte classico, guidato da stilemi jazz degli anni Trenta e Quaranta, che detta il tempo del brano. Il pezzo è costruito alla perfezione. Tutto si incastra e funziona in modo semplicemente fenomenale. L’atmosfera cresce per tutto il tempo, fino al culmine nel finale.

Una delle ballad più belle rimaste trascurate nel rock è senza dubbio il pezzo conclusivo, chiamato Lady Grinding Soul. Una melodia eccezionale, con David volutamente “nudo”, nudo come solo la persona Aladdin Sane poteva essere! Con l’approccio di una voce sottile e sensuale e un tocco di mente schizoide. È il culmine romantico del disco. La chimica tra i ragni e Aladin ha funzionato a un livello eccezionale. I ragazzi si gelano con David quando serve, e un attimo dopo scaldano la situazione e servono una dose piena di rock. Ma David li aveva “superati”: quando l’ha sentito, dopo questo disco, ha sciolto gli Spiders From Mars. Con tutta la sua diversità, semplicemente non aveva altra scelta. Sentiva che la band lo tirava indietro.

Con il culmine glam dell’estate 1973, “Aladdin Sane”, il nuovo mago della musica rock ha convinto le masse che come artista non si limita a flirtare con la cultura rock, ma la vive fino in fondo. La decadenza e la noia saziata della società umana si esprimono in modo particolare nei versi di Time.  Il monumento rock “Aladdin Sane” è un album di cui una copia dovrebbe trovare posto in ogni casa. Un’opera d’arte senza tempo!

Formazione

David Bowie – voce, chitarra, armonica, sassofono
Mick Ronson – chitarra, pianoforte, cori
Trevor Bolder – basso
Mick ‘Woody’ Woodmansey – batteria

MUSICISTI OSPITI
Mike Garson – pianoforte
Ken Fordham – sassofono, flauto
Brian ‘Bux’ Wilshaw – sassofono, flauto
Linda Lewis – cori
Juanita ‘Honey’ Franklin – cori
G.A. MacCormack – cori

Produzione

David Bowie e Ken Scott

Tracklist

1. Watch That Man (4:30)
2. Aladdin Sane (1913-1938-197?)  (5:06)
3. Drive-In Saturday (4:33)
4. Panic in Detroit (4:25)
5. Cracked Actor (3:01)
6. Time (5:15)
7. The Prettiest Star (3:31)
8. Let’s Spend The Night Together  (3:10)
9. The Jean Genie (4:07)
10. Lady Grinning Soul (3:54)

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