La “zornificazione” degli organi da chiesa in pieno Cankarjev dom (2019)
Location: Lubiana / Cankarjev dom (Gallusova dvorana) / Slovenia
Data: martedì, 18.06.2019
L’arrivo di John Zorn al Cankarjev dom, nell’ambito della 60ª edizione del Jazz festival Ljubljana, porta ovviamente in automatico al festival i suoi picchi di programma. Ancora prima del John Zorn Bagatelles Marathon, annunciato per mercoledì 19.06.2019, John Zorn, per la 60ª edizione giubilare del festival, ha regalato al Cankarjev dom un concerto gratuito, suonato nella Gallusova dvorana il giorno prima, completamente da solo, in compagnia di uno degli strumenti più imponenti mai creati dall’umanità.
Solo che la natura di questo concerto imponeva che John Zorn suonasse sul balcone della Gallusova dvorana. In compagnia di una lampada da lettura, dando le spalle al pubblico, seduto e completamente solo. Perché? Perché sedeva davanti a degli organi (da chiesa) giganteschi. Il grande maestro degli eccessi musicali bizzarri e delle voluttà avant, compositore straordinariamente prolifico, direttore d’orchestra, ovviamente polistrumentista, ma alla base della sua formazione musicale comunque pianista, ha presentato così al Cankarjev dom anche la sesta parte della sua serie di concerti registrati in vari luoghi del mondo, in cui ogni volta suona su organi diversi. L’ultimo capitolo, il sesto, del suo progetto «The Hermetic Organ», con cui è arrivato a Lubiana, trae ispirazione dai racconti del brivido di Edgar Allan Poe: John Zorn ha creato, secondo la sua visione musicale, un arrangiamento per The Masque of Red Death, che ha eseguito anche al Cankarjev dom, rivestendolo di un abito unico e irripetibile, come dettava quella sera l’ispirazione improvvisativa del momento di questo gigante della musica.
L’ambiente cupo della Gallusova dvorana era dunque fatto apposta per la nascita di un brivido musicale ispirato alle “storielle” di Edgar Allan Poe, e ha contribuito a creare un’esperienza senza pari. Inutile spiegare che Zorn, genio dell’improvvisazione, ha spiazzato innestando alcuni suoni che l’orecchio comune di un abitante di questo pianeta di sicuro non conosce, quando pensa agli organi da chiesa e di solito li associa al massimo alla Toccata e fuga in re minore di Bach. Zorn è difficile da racchiudere in due frasi. Non sorprende, e dopo averlo incontrato ci si chiede come far entrare le sensazioni in un «formato scritto», così da trasmettere al lettore “post festum”, in modo credibile, almeno un briciolo di tutta la magia del concerto e della bellezza sconfinata che nasce dal visionarismo musicale di questo artista pittoresco. Certo, a grandi linee si può dire che Zorn all’organo sia una “sintesi di neoclassica e libera improvvisazione”, abbiamo avuto perfino un fugace assaggio di arabeschi, eppure il modo in cui Zorn arriva a questo approccio all’organo è semplicemente sbalorditivo. A tratti un mantra persino spaventoso, che ti culla in modo ipnotico e ti trascina in un mondo parallelo, per poi risvegliarti di colpo in uno stato di lucida concisione, suona terrestre fino al midollo, nei suoni del tutto organico, elementare, e risveglia il nucleo incandescente della terra, che costringe il magma a eruttare attraverso le crepe della crosta terrestre. Un’eruzione che invoca una trasformazione continua, un rimodellamento, una nuova nascita, una nuova morte. In una parola: una grande eruzione. Dall’interno verso l’esterno. Zorn ha impostato parti della composizione facendo uscire all’inizio dagli organi un rombo basato sull’uso di suoni estremamente gravi, che riempivano lo sfondo del quadro sonoro. Come un tuono sommesso che «fa paura» in lontananza, e sopra di esso ha naturalmente modellato la sostanza musicale dell’improvvisazione organistica, che non ha lesinato nemmeno valanghe di accordi a crivellare lo spazio. Un’intronizzazione bizzarra dello spirito esplorativo di Zorn, una vera e propria «zornificazione» degli organi da chiesa. Zorn, in tutto questo, non spreca note. Si avvicina con sensibilità e in tutto ciò che fa si diverte senza limiti. Le linee degli organi le ha completato in contrappunto con il sax tenore, suonato con la sinistra mentre con l’altra mano teneva le linee dell’organo. Zorn adagia armonie e note in un album illustrato di contrasti struggenti, pieno di forme inconsuete, cioè strane, dove le stesse note e armonie convivono in un dialogo progressivamente avanguardistico di assoluta tensione verso un avventurismo libertario. E l’insolito diventa «normale».
L’inizio e la fine del concerto sono stati impostati allo stesso modo e il cerchio si è chiuso. Nel suono e nei motivi. Come Zorn aveva aperto il concerto costruendo piano piano, sovrapponendo pastelli sonori, così lo ha piano piano «spento», «chiudendo» note e armonie. Nota dopo nota, fino al silenzio assoluto, alla fine di questo incontro concertistico struggente e irripetibile e del suo mantra organistico. Anche se il pubblico ne voleva ancora, John è tornato sì un’ultima volta, in modo teatrale, verso gli organi, ma solo per mettere via il sax tenore, che si è portato dietro le quinte, senza dimenticare di salutare un’ultima volta il pubblico con la mano. Al giorno dopo, quindi, quando ci vediamo con la sua maratona di Bagatelles.
autore: Aleš Podbrežnik
(non era consentito fotografare il concerto)