Fire! – il fuoco scandinavo di un avant-prog variopinto, tra jazz ed eccessi punk (2019)
Luogo: Lubiana / Klub Cankarjevega doma / Slovenia
Data: martedì, 18.06.2019
Dopo la serata passata con il grande John Zorn, che nella Gallusova dvorana per un buon tre quarti d’ora si è messo alla prova nei panni dell’organista «da chiesa», a dare il seguito colorato alla seconda giornata di quest’anno del Jazz festival Ljubljana ci hanno pensato gli scandinavi Fire!. Hanno riempito fino all’ultimo angolino il Klub Cankarjevega doma. Il trio è guidato dall’incredibile fiatista Mats Gustaffson; per questo concerto il bassista Johan Berthing, che aspetta un figlio, è stato sostituito da Jo Myhre, mentre alla batteria, a fare da padrone del tempo, resta come sempre Andreas Werliin. Per l’occasione la band ha invitato a collaborare anche la cantante Mariam Wallentin, tra l’altro moglie di Werliin, con cui prima dei Fire! aveva suonato nei Wildbirds & Peacedrums, ospite nel disco d’esordio del gruppo del 2009, intitolato «You Liked Me Five Minutes Ago», e che in realtà opera nella versione allargata, cioè orchestrale, della formazione Fire! (Fire! Orchestra). Considerando i successivi intrecci dei Fire! in vari organici musicali e le relative uscite discografiche, il nuovo album attuale della band, «The Hands» (2018), è in fondo una specie di parziale ritorno alle radici, cioè al debutto, registrato in stile trio d’urto, proprio come quello.
Fire!«, collaborazione svedese-norvegese, ovvero l’«approccio scandi» a una fusione potente di rock e bizzarrie jazz contemporanee, nel grembo dell’eclettismo avant, suona davvero come un conglomerato specifico della ricca scena scandinava dell’insolito, fatta di tanti estremisti musicali, tra i quali possiamo contare senza problemi anche il trio sperimentale Fire! Sul palco hanno portato una sintesi di punk, improvvisazioni jazz con schegge di free jazz e perfino noise. Ma sempre compatta e concisa. Più i minuti del concerto scorrevano, più i protagonisti sul palco facevano il broncio e alzavano casino e baccano. Alla fine la band, sotto il comando dei solidi motivi di Gustaffson e Myhre, si rifugiava quasi in un puro sangue punk fracassone, e ci metteva del suo l’eccellente cantante Mariam Wallentin, che con il suo approccio stravagante alla ricerca di forme vocali musicali insolite, che hanno persino un pizzico di simpatia con la voce di Björk, si è incastrata alla perfezione nella natura musicale del trio, spumeggiante ma per la maggior parte spiritosamente esplorativa. Mariam, naturalmente, nei passaggi in cui la band sviluppava la sua natura strumentale, usava oggetti tintinnanti aggiuntivi,che completavano il suono. La band non incarna solo puro fracasso e suonare a tutta forza. Sa calmarsi in modo straordinariamente affiatato, e qui la fantasia di Werliin, nella luce di una spazzolata delicatamente sensibile (sull’hi-hat posava spesso un tamburello), nel coprire i piatti con un panno, accanto alla cinetica esplosiva, per il resto straordinaria, con cui riempiva lo spazio (sotto i motivi) con i tamburi, arriva a un’espressione ancora più contrastante. Gustaffson e Myhre si occupavano dunque di creare un suono a valanga, in cui l’intervento vocale di Miriam Wallentin funzionava per lo più come voce aggiuntiva, anche se dietro il canto c’è pure della poesia. Era interessante seguire le deviazioni dissonanti tra le linee vocali e quelle dei sassofoni, del sequencer e del basso, che un attimo dopo, incredibilmente, quasi d’istinto, si intendevano e creavano insieme (in senso musicale) un’armonia quanto mai tangibile.
Gustaffson usava il sax baritono e il tenore e, nel frattempo, integrava a tratti il basso dal suono profondo e rimbombante nello spazio, anche con la manipolazione sonora del sequencer. Il basso effettato e il sequencer nella costruzione del suono sfoderavano parecchi trucchi noise. A volte gli elementi jazz sono così nascosti che del jazz non si può quasi più parlare, e l’estetica musicale e l’eclettismo del gruppo in questi momenti si alleano in modo molto particolare, accanto alla solita molla di fondo punk, anche con la progressione d’avanguardia e oltre, con il rock in opposizione (RIO).
I Fire! si rivolgono all’ascoltatore, come dice il loro nome, senza compromessi e lo sommergono di suono da tutte le posizioni disponibili. Werliin, come rappresentante della tipica scuola batteristica jazz scandi, sfruttava di continuo, con foga e dinamismo, lo spazio per improvvisazioni di batteria che non sembravano finire mai. Un set classico di tamburi, con un tom basso profondo e un timpano più grande e uno più piccolo. Colpi devastanti, suonati con tutto il corpo, a cui di sicuro non manca la potenza sonora nel linguaggio musicale comune del gruppo.
La band, insomma, si è sciolta del tutto e si è staccata dalle briglie, soprattutto negli ultimi due pezzi, facendo alzare in piedi il pubblico fino al punto di ebollizione atmosferico del crescendo conclusivo del concerto. Erano passate abbondantemente le undici di sera quando l’esibizione è finita, e con lei anche la parte di programma della seconda giornata della 60ª edizione del Jazz festival Ljubljana.
autore: Aleš Podbrežnik
foto: Aleš Podbrežnik









