Bang Your Head!!! festival 2016 – secondo giorno

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Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik

Luogo: Balingen / Messegelände / Germania
Data del concerto: 15.07.2016
Numero di spettatori: 12.000
Prezzo del biglietto: 109,00€ (in prevendita) / 135,00€ (il giorno del festival)

Ed eccoci al secondo giorno della ventunesima edizione del celebre Bang Your Head!! festival a Balingen, in Germania. La notte è stata fresca e la mattina già decisamente fredda, perché nella notte si è rovesciato un acquazzone che ha scaricato litri d’acqua fino alle prime ore dell’alba. Poi ha smesso di piovere. Per fortuna. Un altro straordinario cartellone di band di primo livello, dal carattere artistico unico, votate ai territori del metal e dell’hard rock, con il baricentro del programma del secondo giorno spostato, benedetto sia, sul thrash metal.

Cosa può fare in musica la formula del trio, in apertura del secondo giorno lo hanno mostrato in modo più che evidente i metallari americani Night Demon, che alle undici e mezza hanno aperto la seconda giornata del festival. Il palco principale si è infuocato in un attimo sotto riff di chitarra marchiati a fuoco, mentre l’indomabile trio formato da Jarvis Leatherby (basso, voce), Brent Woodward (chitarra) e Dusty Squiers (batteria) faceva rotolare i suoi pezzi originali. La band è rodatissima, grazie alla valanga di concerti che si è lasciata alle spalle. Potenza e un uso incandescente dello spazio. Jarvis e Brent hanno corso avanti e indietro per il palco senza sosta.  E come sapete, il palco del Bang Your Head è enorme, ma per un trio così carico e potente è giusto giusto. Dei revivalisti che, col loro cuore, hanno regalato un’apertura eccezionale al nuovo giorno di festival.

Freedom Call sono i famosi buontemponi del power metal. Power metal tedesco dalla testa ai piedi. Una storia tedesca. Chi l’avrebbe mai detto che una band con un approccio così da cliché sarebbe sopravvissuta sulla scena per tutti questi anni. Ma il quintetto la pensa in tutt’altro modo e, tra uscite regolari di album e concerti costanti nel vecchio continente, si è guadagnato una bella schiera di fan di casa che stanno dietro al nome della band. Otto album in studio e il nono in gestazione. Un quartetto in cui in passato hanno suonato anche il chitarrista Sascha Gerstner (Helloween) e il batterista Daniel Zimmermann (ex-Gamma Ray), e che oggi continuano a portare avanti il cantante e chitarrista Chris Bay e il suo compare, il bassista Ilker Ersin. In un’esibizione compatta, ben studiata e, come previsto, più che sicura, la band ha suonato un repertorio fatto di Union of the Strong, Tears of Babylon, Freedom Call, Farewell, The Quest, Hammer of the Gods, Power & Glory e Warriors. Happy metal to the core!!!

Poi le cose sono diventate presto ben più serie, quando sul palco sono saliti i grandi veterani del metal americano, in pratica la band che con la sua visione ha reso popolari, senza volerlo, gli elementi di epicità e bombasticità nelle composizioni che ha creato.  I Manilla Road del Kansas sono comandati dall’indistruttibile Mark »The Shark« Shelton, a cui da anni fa compagnia il vocalist pelato Bryan »Hellroadie« Patrick; alla batteria resta l’abbondantemente stagionato Neudi Neuderth, mentre il ruolo di bassista è occupato dal ben più giovane Josh Castillo. La band ha servito un robusto mix di classici, in cui spiccavano soprattutto le esecuzioni di Crystal Logic, della straordinaria The Mask of Red Death e di Death By The Hammer (queste ultime due dall’album »Mystification«, 1987); poi si sono susseguite Necropolis, The Riddle Master e l’apertura Flaming Metal System. Insomma, come si intuisce dalla frase precedente, la maggior parte del materiale è arrivata dal disco di culto »Crystal Logic« (1983). I Manilla Road non hanno però ignorato neanche l’attuale album in studio »The Blessed Curse«, da cui hanno estratto la canzone The Truth in the Ash. Il resto dell’esibizione è stato riempito da brani dell’album »Open the Gates« (Witches Brew e la conclusiva Heavy Metal to the World), mentre a salvare l’onore dell’ottimo album »Deluge« ha pensato l’esecuzione di Hammer of the Witches. Come previsto Shelton si è caricato sulle spalle anche la parte vocale, che resta particolare. Nasale, cavernosa, cupa. Sembra debole, ma scuote in modo incredibile. Proprio per queste particolarità, che danno ai pezzi una nota speciale e contribuiscono a creare un’atmosfera estremamente tetra. Per questo la sua integrazione nel sound della band è ineccepibile e indispensabile. »Hellroadie« ha ovviamente tenuto il pubblico dalla sua per tutto il tempo con grande mestiere, mantenendo un contatto visivo costante, anche se attraverso gli occhiali da sole. Nel frattempo, come previsto e come richiede la musica dei Manilla Road, ha sparato fuori qualche urlo da perforare i timpani che è volato fin sotto il cielo. Nonostante l’anzianità e gli anni di carriera, la ruggine alla band proprio non si attacca. Quindi epici e grezzi. Un’esibizione magnifica di leggende. Speriamo di riacchiapparli presto su qualche palco.

Particolarmente attraente è stata la visita di Chris Impellitteri, ovvero della band Impellitteri. Una band con uno dei nomi più “rognosi” del pianeta, soprattutto quando si tratta di digitarlo. Chris è quel tizio considerato uno dei chitarristi più veloci della galassia, e funziona come una riuscita combinazione di Eddie Van Halen e Yngwie J. Malmsteen. Possiamo dire: la fortuna nella sfortuna. Cioè è un acrobata inafferrabile, o difficile da afferrare, che però alla lunga, con tutte le note sparate dalle sue raffiche ultrasoniche, può risultare faticoso anche per l’orecchio. Con lui sono saliti sul palco anche lo straordinario Rob Rock (voce), il fedele bassista dal faccione tondo James Pulli e il nuovo arrivato in formazione, il batterista Ander Johansson, che ha una ricca esperienza di collaborazione con Yngwie J. Malmsteen e che è ben noto anche ai fan degli HammerFall.  Chris, con la sua squadra, in un’ora di show ha reso felici i fan del festival con una scaletta “pura”, tutta di materiale proprio. Ha suonato cioè i suoi pezzi. Dai suoi album. Rob Rock, che ogni anno mette su visibilmente qualche chilo “in largo”, ha colpito ancora con un’esibizione curatissima: quando ti giravi a guardare Chris, davanti alle sue prodezze ti nasceva la domanda: »Ma perché diavolo gli Impellitteri suonano così poco per il vecchio continente?« Anzi. In realtà non suonano proprio. Da nessuna parte.  Tra le altre cose la band ha suonato anche due pezzi dall’album fresco di uscita »Venom« (We Own the Night, Time Machine), ha servito l’immancabile Stand in Line, la superlativa Answer to the Master e ancora brani come The King is Rising e Speed Demon, entrambi dall’album »Crunch«. Gli Impellitteri hanno aperto il concerto con l’assalto spavaldo di Warrior (album »Eye of the Hurricane«). Nel mezzo Chris ha intrattenuto i presenti suonando riff sempreverdi di pezzi famosi, come Heaven and Hell e Smoke on the Water, cosa di cui non c’era alcun bisogno, ma evidentemente l’uomo si diverte a »provocare« il suo pubblico. Veloce, più veloce, Impellitteri! Un’apparizione esclusiva e insieme indimenticabile, se non addirittura unica!

Per i palati fini del thrash metal, l’esibizione dei veterani Sacred Reich, di casa nella rovente Phoenix, in Arizona, è stata più che azzeccata. La band suona nella formazione originale a quattro, composta dal cantante e bassista Phil Rind, dal chitarrista solista Willey Arnett, dal chitarrista ritmico Jason Rainey e dal batterista Greg Hall. Un gruppo di due chitarristi taglienti e di una sezione ritmica pesantissima! Dopo l’esibizione al BYH del 2009, i Sacred Reich hanno suonato qui per la seconda volta nella loro carriera. È difficile beccarli su un palco e quest’anno arriveranno anche al Metaldays festival, quindi vale decisamente la pena fare un salto anche lì. Soprattutto se i Sacred Reich non li avete ancora visti dal vivo. Suonano in modo eccezionale. Un team affiatato e compatto, la voce di Rind lo serve ancora degnamente, Arnett è un solista pazzesco e la band ha portato un sacco di classici, senza trascurare nemmeno i pezzi degli album più sperimentali come »Independent« e »The American Way«. Naturalmente insieme all’immancabile carrellata di evergreen di culto dei primi due album in studio, cioè »Surf Nicaragua« (1988) e l’esordio »Ignorance« (1987).   

Metal Church, altri grandi veterani dell’heavy metal americano, sono saliti sul palco nel momento di massima calura, come due anni fa a Tolmin, ma stavolta a salvarli dalla sofferenza da caldo  ci ha pensato una bassa nuvolaglia che è spuntata all’improvviso sopra l’area del festival da dietro le colline vicine. Rinforzati dal ritorno di Mike Howe, uomo dalle altezze vocali insospettabili, e nel formato standard che, oltre al capo e chitarrista Kurdt Vanderhoof, vede il batterista Jeff Plate (Savatage), Steve Unger (basso) e il chitarrista Rick Van Zandt, i Metal Church hanno portato uno show eccezionale, soprattutto grazie a una scaletta variopinta con cui hanno ripercorso tutte le ere della loro carriera. Con in testa la superba mini suite Watch the Children Pray, a cui in scaletta faceva compagnia un’altra classica di »The Dark«, Start the Fire. Con il ritorno di Howe in formazione è tornato dal vivo anche il materiale degli album »Blessing in Disguise« (l’apertura Fake Healer, poi più avanti Badlands) e »The Human Factor« (la title track con cui hanno chiuso il concerto, più Date With Poverty e In Morning). La band ha dedicato attenzione anche al nuovo (e ottimo) album »XI« con i pezzi No Tomorrow e Killling Your Time, e ha sparato fuori una chicca dall’esordio omonimo »Metal Church«, intitolata Beyond. I Metal Church hanno sorpreso del tutto anche inserendo Gods of Second Chance, che arriva da »Hanging In Balance«, un album trascurato e (spesso ingiustamente) »odiato« dai fan. Insomma. Energici, compatti, affiatati, vorticosi e indomabili. Howe ha stregato con la voce, tanto che gli si sono gonfiate tutte le vene del collo, e l’uomo è ovviamente diventato in faccia rosso fuoco nel giro di un’ora.  Chitarre sgranate con una concentrazione incredibile, sezione ritmica con potenza da cannone e precisione da filigrana. Insomma. Un’esibizione magnifica di una band leggendaria, che fa volare in un attimo gli amanti dell’heavy metal classico nei paradisi metallici che desiderano.

Ancora prima dell’esibizione dei thrasher canadesi Annihilator, gli spazi della vicina Volksbankmesse halle sono stati scossi dai suoni di un violento glam metal gallese. Su quel palco si “sbraitavano” infatti i Tigertailz. Dei furfanti che a fine aprile di quest’anno hanno suonato anche a Vrba, in Carinzia, e che hanno trascinato nella sala di sicuro 1500 curiosi, che avevano qualcosa da vedere e da sentire. La band ha giustificato con sicurezza la sua natura scatenata e il suo aspetto ricercato con un eccellente spettacolo da vera showband, uno sfruttamento astuto del palco e un efficace incitamento del pubblico, che durante il concerto si è anche mescolato concretamente a loro.  Come previsto il quintetto, composto da Berty Burton  (basso),  Matthew Blakout (batteria), poi dall’unico membro originale dell’attuale formazione Jay Pepper (chitarra, cori) e dal comandante alla voce Rob Wylde, si è appoggiato al suo album di maggior successo in carriera, intitolato »Bezerk«, che di conseguenza era rappresentato e suonato in buona metà del repertorio. Scandaloso e spietato. Una cannonata originale di glam metal, dritta in fronte, da sciocchi!

Alle sei e un quarto del pomeriggio è salito sul palco il celebre Jeff Waters. Uno dei chitarristi più interessanti e particolari dell’era del metal e, naturalmente, il superboss delle leggende canadesi del thrash metal Annihilator. Già dall’inizio la vista dell’uomo ha sorpreso, perché Jeff non ha cominciato il suo show con addosso la sua famosa Flyin’ V (rossa o nera), ma aveva con sé una replica della Gibson modello SG. Bellissima, di un rosso cinabro metallizzato. Velenosa! Jeff ha cambiato di nuovo completamente la formazione. Chissà quante volte ormai. Oltre a Jeff, gli Annihilator oggi sono completati dal chitarrista ritmico Aaron Homma, arrivato nel gruppo l’anno scorso, e dalle due vere novità di quest’anno, Fabio Alessandrini, con in testa un’acconciatura che starebbe bene nella formazione di una qualsiasi band glam metal, e il bassista dalla chioma riccia e dagli “occhietti particolarmente sbarrati” Rich Hinks. Jeff, come previsto, si è preso i compiti vocali e ha aperto il concerto, come poco meno di un anno fa a Lubiana, con il classico King of the Kill. A questa si è unita più tardi, dall’omonimo album, anche Second to None. Di certo i ragazzi non hanno saltato il classico W.T.Y.D., è risuonata anche l’immancabile Set the World on Fire, più la recente Creeping Death dall’attuale »Suicide Solution«. Naturalmente gli Annihilator non si sono dimenticati nemmeno di Never Neverland e Phantasmagoria, mentre Jeff ha tenuto da parte la sua ultra-classica Allison Hell per la fine dello show, che proprio in chiusura ha raggiunto il suo apice di umore.  Waters resta dunque un mago straordinario e il suo modo di suonare è, naturalmente, poesia unica della bibbia a sei corde. Gli Annihilator restano quindi sulla scena, per molti versi, una dottrina unicamente eclettica di una missione artistica tutta loro. Giù il cappello davanti a una leggenda come Jeff Waters!

Se gli Impellitteri sono stati l’apparizione esclusiva del secondo giorno di festival, il vertice dell’esecuzione della giornata l’hanno evocato, salendo sul celebre palco di Balingen, i fenomenali Testament. I grandi maestri del mestiere di suonare thrash metal. Il celebre duo di chitarre Eric Peterson / Alex Scolnick resta il terrore e il tremore di tutti i palchi del mondo e una grande ispirazione per molti chitarristi! Alla guida del gruppo comanda ancora l’indistruttibile capo indiano Chuck Billy, mentre la band è rinforzata dal tandem del Death to All Tour alla sezione ritmica. La compongono infatti lo straordinario Gene Hoglan alla batteria e uno dei migliori bassisti del mondo del metal, il barbuto Steve DiGiorgio. Una formazione eccezionale, una fortezza eccezionale. Dal vivo i Testament distruggono. Le lingue di fuoco dei loro riff taglienti hanno divorato inarrestabili l’area del festival, hanno rubato più volte la scena persino all’enorme ego di Chuck e, soprattutto, come previsto il piacere maggiore dell’esperienza live l’hanno regalato gli assoli straordinari dei due chitarristi, in particolare i momenti dei duelli solistici condivisi. Peterson e Scolnick oggi sono considerati un duo di chitarre di culto, come un tempo K.K. Downing e Glen Tipton nei Judas Priest. Anche se all’orizzonte si profila un nuovo album in studio, annunciato per ottobre di quest’anno (è già annunciato anche il tour in cui i Testament aprono le serate prima di, hjammm…. Amon Amarth), la band ha sparato ben tre pezzi dall’ancora attuale »Dark Roots of Earth«, con cui nel 2012 aveva fatto visita anche a Tolmin (i Testament verranno a Tolmin anche quest’anno, quindi siate lì). Il cuore del repertorio era fatto dei classici di culto Into the Pit, The Preacher, The New Order e Disciples of the Watch (tutti dall’album »The New Order«). L’unico classico di »Legacy«, Over the Wall, è finito in scaletta proprio all’inizio dello show, catapultando subito in aria la folla in modo efficace. Non poteva mancare Practice What You Preach, e i Testament hanno condito il loro show anche con due pezzi di uno degli album più aggressivi della loro carriera, cioè »The Gathering« (D.N.R., Three Days in Darkness). I Testament ammazzano. Un’esecuzione al top e un’eccellenza esecutiva, da squadra di musicisti di primissimo livello! E come detto! Di conseguenza, il culmine del secondo giorno di festival.

Nello stesso momento in cui suonavano i Testament, nella sala Volskbankmesse si svolgeva un’esibizione interessante. In realtà sarebbe dovuta cominciare quasi mezz’ora prima dei Testament, ma la band ha tirato per le lunghe. Ha tirato per le lunghe alla grande. Quando arrivi al nome, a chi sia questa band, il tirare per le lunghe sembra quasi scontato. Soprattutto quando ti ricordi tutta la celestiale sbronza rotolante della stessa band sul palco delle Križanke di Lubiana, quel lontano 20.09.2012. Signore e signori! I veterani scozzesi dell’hard rock Nazareth. Ora rinforzati dal cantante Carl Sentance, che nel gruppo ha ereditato le scarpe enormi del ritirato Dan McCafferty. Finalmente un cantante che dopo l’addio di McCafferty ha finalmente “attecchito” nella band. Carl Sentance era infatti il punto focale dell’esibizione. Come sarebbe suonata la sua voce, visto che nessuno riesce a immaginare bene chi mai possa, sotto tutto questo cielo empio, sostituire l’inconfondibile figura vocale di Dan McCafferty.  Cominciando con Razamanaz, poi con This Flight Tonight (orig. Joni Mitchell), l’ottima ballata Dream On, la maliziosa Hair of the Dog, l’attesa e immancabile Love Hurts (orig. The Everly Brothers), con cui si scioglievano le “signore” più mature del pubblico, e infine con Broken Down Angel nei bis, i Nazareth hanno ricordato che perseverare ripaga, e come. Sentance non è così gutturale e urlante come McCafferty (che ancora oggi passa per la vera versione maschile della compianta icona Janis Joplin), ma è incredibile scoprire quanto bene faccia il suo timbro ai classici della band . Una sorpresa. I Nazareth resistono e non hanno ancora detto l’ultima parola.

Il secondo giorno è stato speciale anche per l’affluenza più alta dei tre giorni di festival. Nel ruolo di headliner della giornata si sono infatti esibiti i Twisted Sister, che dopo 40 anni di attività (finalmente) si congedano. La formazione originale, con l’eccezione del batterista, ruolo occupato dall’ex batterista dei Dream Theater, ovvero dal signore di nome»Se i Dream Theater non mi vogliono più, mi vogliono nelle formazioni tutti gli altri artisti della Via Lattea« Mike Portnoy, ha avuto a disposizione ben un’ora e cinquanta minuti di show. Con una modesta offerta discografica, la band come previsto ha tirato lo show in lungo con mestiere, in modo che il chiacchierone del gruppo, cioè naturalmente Dee Snider, tra una pausa e l’altra raccontasse divertenti aneddoti dal mondo del rock’n’roll, mentre parte dei minuti dell’esibizione è stata mangiata anche da un’esecuzione del tutto inutile dello standard dei The Rolling Stones It’s Only Rock’N’Roll e da una versione notevolmente dilatata del mega-hit We’re Not Gonna Take It. La band ha servito anche il condimento pirotecnico dello show, come due anni fa, quando si è esibita qui l’ultima volta. Inoltre i Twisted Sister hanno permesso a tutti i fotografi di scattare l’intero concerto da distanza ravvicinata, cioè dal cosiddetto photo pit. Dal primo all’ultimo secondo. Per il resto, suonato e cantato con eccellenza. Non c’è nulla da rimproverare. Il pubblico era entusiasta, commosso, visibilmente incantato, e questo era anche l’obiettivo principale e fondamentale della band. Servire uno spettacolo rock’n’roll superiore. Vedremo se la promessa verrà davvero mantenuta e se i Twisted Sister, per via del ritiro annunciato, in futuro non li vedremo più davvero sui palchi del mondo.

Per tutti quelli che si sono (o ci siamo) un po’ annoiati durante l’esibizione prevedibile dei Twisted Sister e le trecce verbali di Snider, il conforto veniva dalla visita degli oscuri death metaller svedesi Grave, che si svolgeva in contemporanea nella Volksbankmesse. Dei cupi dall’occultismo letale e il già proverbiale perfezionismo esecutivo svedese »par excellence« hanno tenuto testa più che egregiamente, per un pubblico decimato, alla maniera glam metal superficiale del celebre approccio americano da »show off« che imperversava, a poco meno di cento metri di distanza, nell’area del palco principale del festival.

Circa 20 minuti dopo i Twisted Sister, nella sala ai Grave sono subentrati i veterani britannici della NWOBHM Satan. Quanto a questo nome, in futuro si vorrebbe incontrare a festival di questo tipo ancora più band con un’anzianità da pionieri. Cioè quelle che sono un vero derivato del movimento New Wave of British Heavy Metal. La band ha usato il concerto per presentare in modo granitico l’ottimo nuovo album in studio »Atom by Atom«, da cui è risuonata anche la prima classe della mini suite epica The Fall  of Persephone e, prima ancora, Ruination, My Own God, Fallen Saviour e la title track Atom By Atom. Brian Ross resta l’incarnazione del vocalist estremamente carismatico. L’anno scorso è salito sui palchi del Metaldays festival di Tolmin, come parte della formazione di altri veterani della NWOBHM, i Blitzkrieg. Brian ha entusiasmato ancora con una potenza vocale straordinaria e con acuti al limite della follia, con cui impressiona nelle sue esibizioni anche in età matura. Il cantante ha naturalmente condito il suo show con le celebri riflessioni di nero umorismo britannico. A Steve Ramsey, membro originale e leader dei Satan, ora fa compagnia l’ottimo giovane chitarrista Russ Tippins, che ha suonato la maggior parte delle parti di chitarra più difficili, soprattutto gli assoli. La formazione degli attuali Satan è completata dal bassista originale Greame English e dal batterista Sean Taylor. Naturalmente la band ha dedicato attenzione anche all’esecuzione dei classici dei primi due album »Court in the Act« e »Suspended Sentence«, e a Ross, dopo l’esecuzione di Opression, nella prima strofa della conclusiva Time to Die è capitata una disavventura estremamente spiacevole e insolita. Ha infatti dimenticato i versi, e sul palco si è visibilmente arrabbiato. I Satan sono un obbligo per tutti gli amanti della vecchia scuola dei pionieri del metal! Potete beccarli all’edizione di quest’anno del Metaldays festival, nella slovena Tolmin!

Quando i Satan hanno finito di suonare, nella sala Volksbankmesse sono rimasti solo quei festivalieri che proprio non avevano sonno. Erano meno di duecento. Tutti ubriachi. O ubriachi almeno al 95% degli onnipresenti. Sul palco sono saliti così i Killcode. Una band che è un incrocio riuscito di più generi musicali. Sono una band relativamente giovane, cioè nuova, ma con un’arte rifinita e una padronanza del palco. Insomma, una band con chilometri alle spalle. Si sentiva nell’esecuzione omogenea e compatta. La band unisce elementi di rock’n’roll grezzo, incrociato con elementi di punk, spesso tira il tutto persino verso i Guns  N’ Roses, a cui aggiunge l’immagine cupa di qualcosa come i The Cult, e il tutto, soprattutto dal punto di vista sonoro, è orientato verso approcci moderni e la creazione di un groove bello grasso. Non mancano nemmeno ottimi assoli. Il quintetto aveva un’ora a disposizione. Dopo di che sul palco è salito a sorpresa l’organizzatore del festival Horst e ha distribuito una birra ai ragazzi. Scendendo dal palco ha detto che possono suonare fino alle due di notte, o finché il pubblico glielo permette. Carichi e incoraggiati, i Killcode sono tornati sul palco e hanno suonato ancora un pezzo. Un’esibizione eccellente per la tarda notte del secondo giorno, che lentamente ma inesorabilmente scivolava verso un nuovo mattino! All’orizzonte si affacciava il terzo e ultimo giorno del festival.

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