Bang Your Head!!! 2016 – terzo giorno

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Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik

Luogo: Balingen / Messegelände / Germania
Data del concerto: 16.07.2016
Numero di spettatori: 12.000
Prezzo del biglietto: 109,00€ (abbonamento di tre giorni in prevendita) / 135,00€ (il giorno del festival)

Il terzo e ultimo giorno della 21ª edizione del Bang Your Head!!! nella cittadina tedesca di Balingen ci ha regalato finalmente una giornata completamente asciutta e soleggiata. Senza un po’ di afa mattutina ovviamente non poteva andare, ma l’abbiamo domata rifugiandoci nei posti all’ombra del vecchio centro storico. Così i revivalisti svedesi della vecchia scuola heavy metal e heavy rock Black Trip, che hanno aperto il programma dell’ultimo giorno alle undici e mezza in punto sul main stage, li abbiamo presi solo negli ultimi minuti del set. La band, attiva dal 2004, ha due album all’attivo e, dopo i travagli iniziali e i primi anni di rodaggio, ha preso il vento in poppa solo nel 2011, quando si è stabilizzata in una formazione solida. Anche se la band è giovane, i suoi membri sono tutt’altro che alle prime armi. La guida il chitarrista (prima bassista) Peter Stjärnvind, che un tempo suonava negli Entombed e nei Nifelheim, mentre la line-up è completata da due ex Enforcer, il cantante Joseph Tholl e il batterista Jonas Wikstrand, e dal chitarrista Johan Bergebäck e dal bassista Sebastian Ramstedt, arrivati dagli Ordo Inferus. Dopo l’album »Goin’ Under« del 2013, l’anno scorso la band ha pubblicato il secondo disco, »Shadowline«, e così è riuscita a mettere insieme un bel repertorio da 40 minuti, tessuto sulle note di un’ispirazione metal vecchia scuola. Nei minuti finali del set, quelli che abbiamo intercettato, non è stato difficile sentire le influenze di Thin Lizzy, Iron Maiden, Judas Priest e UFO. Se siete fedelissimi della vecchia scuola metal, i Black Trip sono una band da tenere d’occhio.

Sul palco sono poi salite le ragazze. Anzi, diciamo piuttosto le signore. Le veterane dell’heavy metal. La formazione tutta al femminile delle Girlschool. Invece di badare ai nipoti a casa, alla bella età di sessant’anni e passa preferiscono ancora scorrazzare per i palchi del mondo. L’ultimo vero tour l’hanno fatto proprio lo scorso autunno, quando insieme ai Saxon aprivano le serate davanti ai compianti punk del rock’n’roll, gli unici e inimitabili Motörhead. Nell’ultimo tour di Lemmy e soci, dedicato alla promozione dell’album »Bad Magic«. È bello vederle resistere così. Tre di loro sono le originali e inseparabili dal 1977: Enid Williams al basso, la cantante e chitarrista ritmica Kim McAuliffe e la batterista Denise Duffort. Il ruolo di chitarrista solista, dopo la tragica morte (per un tumore al midollo spinale) della componente originale Kelly Johnson, nel 2008 è passato a Jackie Chambers. Il quintetto resta carico a molla. I classici dell’album »Hit And Run«, ben sei in scaletta (C’mon Let’s Go, Future Flash, la title track, The Hunter, Kick It Down, Watch Your Step), funzionano alla grande, sono “sempreverdi”, e il quartetto dimostra anche in età matura una sicurezza incredibile e un’intesa compatta. Gran parte del palco se l’è presa proprio Jackie Chambers, che passeggiava tra Kim ed Enid per poi tornare all’estrema sinistra (la sua postazione). Le Girlschool hanno aperto il set, in gran parte classico, con un brano dell’esordio in studio »Demolitoion«, cioè Demolition Boys, e allo stesso album hanno dedicato attenzione anche nel finale, quando la band ha sparato una cover dei Gun, Race With the Devil, seguita dall’immancabile e attesissima Emergency, chiudendo così in grande stile. In scaletta c’erano anche tre pezzi più recenti: I Spy da »Legacy« (2009) e Come the Revolution e Guilt As Sin dall’attuale album in studio »Guilty As Sin« (2015).  

Dopo di loro è toccato agli olandesi del symphonic power metal Delain, guidati dalla voce inconfondibile della carismatica cantante Charlotte Wessels. Senza particolari sforzi ha stregato il pubblico in un attimo, con la sua presenza scenica curata e una voce ricca di sentimento che domina da sempre il biglietto da visita musicale della band. Il gruppo è in attesa dell’uscita del nuovo album in studio, »Moonbath«, annunciato per la fine di agosto di quest’anno, e oltre a Charlotte la formazione dei Delain comprende Martijn Westerhold (tastiere, capo della baracca), Timo Somers (chitarra), la chitarrista ritmica da poco arrivata Meren Bechtold e il batterista Ruben Israel. Sul palco mancava il bassista. Chi sia il bassista attuale della band lo sanno solo i Delain. Magari lo stanno cercando, visto che la storia si è ripetuta una decina di giorni dopo, il 28.07.2016, anche al loro concerto a Tolmino (Metaldays festival). Questa mancanza di bassi, ovvero della “gamba bassa”, non si è sentita poi così tanto, forse anche grazie alla chitarra a sette corde che Merel usa sul palco e che ha contribuito a un suono più robusto, se non addirittura più grasso, nei giri di chitarra. Comunque sia, per cinquanta minuti il palco è stato di Charlotte Wessels. La ragazza ha subito acceso il pubblico con la sua performance dinamica e con l’incitamento continuo. In scaletta la facevano da padrone i pezzi dell’album »We Are The Others« (Not Enough, Get the Devil Out of Me, Mother Machine, la title track), mentre il concerto è stato aperto da Suckerpunch, tratta dall’EP attuale »Lunar Prelude«. A metà set i Delain hanno deciso di presentare anche un pezzo completamente nuovo, The Glory And the Scum, che troverà il suo posto regolare nel prossimo album in studio. Un’altra tipica composizione dei Delain, tagliata su misura con grande valore musicale, che accompagna il symphonic power metal della band, decorato con tanto di pompa. Il resto del repertorio l’hanno completato i brani di »The Human Contradiction« Don’t Let Go, Army of Dolls e Here Come thre Vultures, mentre la band ha insaporito la scaletta anche con due pezzi dell’esordio in studio »Lucidity«, cioè The Gathering e Sleepwalkers Dream.

Il primo picco dell’ultimo giorno di festival l’hanno portato sul palco i padroni di casa Tankard. Fino a quel momento erano quelli che avevano radunato sotto il palco di gran lunga più fan. Cosa che non sorprende affatto. Il biglietto da visita musicale della band, come suggerisce già il nome, prevede un connubio di suoni taglienti e intrugli alcolici. Ettolitri di birra versati, come vuole la cultura tedesca del bere, e naturalmente riffoni thrash metal velenosi a destra e a manca. È una band che nel suo linguaggio musicale mette sempre “bella grossa” anche la lucidità da burloni, e il creatore di tutto questo teatrino è ovviamente il granitico e colossale Andreas Geremia, incubo di tutte le bilance del mondo. Il quartetto lo completano Andreas Gutjahr (chitarra), Frank Thorwarth (basso) e Olaf Zissel (batteria). Anche se la band ha alle spalle ben 16 album in studio, una misera oretta era decisamente troppo poco per ripercorrere tutta la discografia. Comunque sia. Non è nemmeno la cosa più importante, perché la sola presenza di “Gerre” sul palco è la calamita su cui sono puntati tutti gli occhi e tutte le orecchie. L’omone ha preso in giro per tutto il tempo i cameraman di palco, a cui ha mostrato la pancia nuda da pochi centimetri, e non ha risparmiato nemmeno i fotografi. Particolarmente divertente il terzo pezzo, Rules for Fools,  durante il quale a “Gerri” è volato sul palco un reggiseno “push up”. Che lui, con una bella dose di autostima maschile, dopo una breve ispezione si è ovviamente infilato in testa. Poi, alla fine di The Morning After, che ovviamente prende di mira la testa pesante dopo la sbronza della sera prima, è salito sul palco Horst con la sua squadra. Erano tutti equipaggiati di bottiglie di birra, e i ragazzi hanno portato sul palco due tavoli e degli sgabelli da bar. Il palco si è così trasformato in una vera e propria birreria, dove per il resto del set dei Tankard si è bevuta allegramente un’intera squadra dello staff organizzativo del festival, una dozzina di persone circa. Arrivato sul palco, Horst ha regalato a Gerri perfino una “air guitar”, di cui lui però si è occupato poco. Commenti succosi, autoironia, sfottò a proprie spese, humour nero pungente sul rovescio della vita sbandata nel mondo nuovo e meraviglioso: insomma, bisognava masticare anche un po’ di tedesco, e così il tutto ha raggiunto il suo vero scopo, che difficilmente si dimentica. I Tankard hanno oliato e imburrato per bene il pubblico. Balingen ha profumato di vapori di birra ancora a lungo dopo il concerto. Ancora per un bel pezzo. Dopo che nel finale sono risuonate A Girl Named Cerveza (»La ragazza di nome Birra«) e, a seguire, l’inno conclusivo (e atteso) della band, (Empty) Tankard. Che show pazzesco! »Riposate dunque nella birra!« (Rest in beer).

I Great White, mancati troppo a lungo in Europa, hanno finalmente avuto pietà dei loro fan anche sul vecchio continente. I Great White li abbiamo visti al Bang Your Head!!! già nel 2008, quando suonarono ancora con Jack Russell, quindi è la seconda volta in totale! Da allora la formazione è cambiata di un nome, e proprio al microfono. Era inevitabile e necessario perché la band potesse continuare a esistere e portare avanti la carriera. Il posto di cantante l’ha preso l’esperto Terry Ilous, ex XYZ. Alla chitarra solista resta ovviamente Mark Kendall, alla ritmica gli fa compagnia il suo inseparabile compagno Michael Lardie (che si occupa anche dei sintetizzatori), il bassista dal 2008 è Scott Snyder, e alla batteria, come Lardie dal 1985, resiste Audie Desbrow. La band ha sfoderato un concerto fantastico. Sia dal punto di vista del suono, sia dell’esecuzione, sia dell’energia sprigionata. La gente li aspettava con impazienza. Tutti quelli che si erano radunati nel fan pit. Proprio tutti. E credeteci: di ragazze, e soprattutto di signore un po’ più mature e attempate, in mezzo al pubblico non ne mancavano di certo. La band ha aperto la sua messa hard rock con il nuovo album »Elation« e il brano I’ve Got Something For You, poi ha subito “girato il disco” e si è lanciata verso i classici. Lo ha annunciato l’esecuzione di un hit minore dell’album »Hooked« (1991), Desert Moon, mentre la folla è schizzata in aria quando poco dopo i Great White hanno sparato il classico di »Once Bitten…« Lady Red Light. I ragazzi sono tornati ancora una volta a »Hooked« e da lì hanno tirato fuori la loro versione di Can’t Shake It, originale dei The Angels. Poi il salto all’album ».. Twice Shy« con la splendida House of Broken Love, seguita dal pezzo di »Once Bitten…« Save Your Love. La folla è tornata a ribollire per il classico spasmodicamente atteso di »…Twice Shy«, Mista Bone, mentre la band ha sorpreso con l’esecuzione di Big Goodbye da »Psycho City«. Quando poi i Great White hanno attaccato Rock Me, è stato chiaro che ci stavamo avvicinando alla parte finale del set. Ilous ha tenuto il pubblico in pugno da maestro, e la band ha allungato il pezzo di qualche ritornello nel finale, tirando fuori dal pubblico ancora qualche quanto di energia in più. Il ritornello melodico di Rock Me ha unito ancora una volta la folla in un unico corpo, e per chiudere i Great White hanno suonato l’attesissima, rimpianta e maliziosa Once Bitten, Twice Shy, sulla quale ha ballato tutta Balingen. Ilous è stato il primo e in fondo l’unico enigma del concerto. Voce eccezionale, frontman eccezionale. Terry ha brillato e ha giustificato il fatto di aver calzato le scarpe enormi lasciate da Jack Russell quando ha mollato la band. Speriamo che i Great White visitino l’Europa con una vera serie di concerti da headliner, perché apparizioni sporadiche una volta ogni (quasi) dieci anni non sono più giustificabili da un pezzo.

A seguire il set dei leggendari heavy metaller tedeschi Grave Digger di Bochum. Il quintetto formato da Chris Boltendahl (voce), Axel Ritt (chitarra), Stefan Arnold (batteria), Jens Becker (basso) e dal nuovo arrivato Marcus Kneip (tastiere) è un vecchio habitué dei palchi di Balingen, e l’ultima volta ci ha suonato due anni fa, come headliner della giornata “di riscaldamento”. Ecco, i Grave Digger hanno offerto un set piuttosto prevedibile, fatto di un repertorio di classici ormai consumati fino all’osso. Una specie di “best of” accorciato, con tutti i pezzi che i ragazzi sono riusciti a stipare nell’oretta scarsa di tempo a disposizione. E le critiche non sono finite. La band ha avuto il coraggio di ignorare anche solo un pezzo del celebrato album che a oggi resta il migliore dell’intera carriera dei Grave Digger, »Knights Of The Cross« (1998). Da notare che ancora una volta è stato trascurato l’ottimo classico »Heart of Darkness« (1995), e fa rabbia.  Anche da »The Reaper« (1993) ci è toccato il già sentito mille volte Wedding Day. La band non ha dimenticato di infilare in scaletta due pezzi nuovi dall’album attuale »Return of the Reaper«, cioè Tattoed Rider e Season of the Witch, e senza alcun bisogno ha toccato anche il non proprio riuscito »The Clans Will Rise Again« (2010) con l’esecuzione di Highland Farewell. Tra gli standard obbligatori, cioè Dark of the Sun (in apertura), poi The Round Table, Excalibur, ovviamente Rebellion ( The Clans Are Marching) e la conclusiva e tirata per le lunghe Heavy Metal Breakdown, il concerto non ha mostrato difetti particolari. Solo quello a cui siamo abituati. Il ruggito tutto particolare di Boltendahl richiede ogni tanto che qualche linea più alta lo “scanni”. A quel punto o riadatta la voce, o risulta proprio teatralmente ridicolo, perché con il suo ruggito le linee alte non riesce più a gestirle bene. Forse è proprio per questo che è saltata dalla scaletta Knights of the Cross, che di norma non può mancare a nessun vero concerto dei Grave Digger.

Durante il concerto dei Grave Digger si è animata anche la vicina sala Messehalle, dove hanno aperto i thrasher tedeschi  Warpath di Amburgo. Vedere la band, nata addirittura nel lontano 1991, valeva senz’altro la pena, specie con il concerto prevedibile dei Grave Digger sul palco accanto. Il quartetto ha suonato in quaranta minuti pezzi dei suoi primi (e unici) quattro album, usciti ancora negli anni Novanta. Ha messo in scena una performance eccellente, stretta nella morsa di un groove di riff solidi, con svolte drammatiche d’atmosfera spinte da una scenografia cupa e dall’occulto, mentre il cantante Arnie con il suo sguardo demoniaco ha stregato i presenti più di una volta. Pare che la band stia lavorando a nuovo materiale. Un’ottima ouverture, insomma, al programma del terzo giorno sul palco più piccolo. Più tardi si è rivelato addirittura che il piccolo palco della Messehalle, per molti versi, rubava l’attenzione a quello che succedeva nell’arena all’aperto del palco grande, dove naturalmente correva la maggior parte dei visitatori del festival.

Così è stato anche dopo, quando sul main stage sono saliti i grandi guru del rock’n’roll Uriah Heep. Nemmeno loro hanno fatto grande impressione con la loro presenza. Sul palco hanno proposto in sostanza una versione accorciata della scaletta del tour europeo da headliner di marzo. Hanno aperto il concerto con due classici incalzanti degli anni Settanta, tappe obbligate del repertorio di ferro, Gypsy e Look At Yourself, a cui è seguito l’unico vero piacere sensuale della scaletta, ovvero l’esecuzione di uno dei migliori, se non almeno dei più interessanti brani dell’album »Look At Yourself«. Parlo della compositivamente interessantissima e misteriosa  Shadow Of A Grief, con la sua parte strumentale dilatata, progressiva e psichedelica. Nell’ora di set la band ha tirato fuori anche tre pezzi nuovi dell’album »Outsider«, cioè The Law, Can’t Take That Away e One Minute, mentre il resto del minutaggio l’hanno riempito la “consumata” Stealin’, la sempre mistica Sunrise, classico di »Magician’s Birthday«, la prevedibilmente obbligatoria Easy Livin’ e, come sempre, il grande hit basato su soli due accordi! Cioè (di nuovo volutamente tirata per le lunghe) Lady in Black. Anche se gli Uriah Heep sono maestri del mestiere di un’esperienza incredibile, visto che calcano la scena da ben 46 anni, è interessante come la loro staticità sull’enorme palco del festival abbia in buona parte annoiato. Anche Bernie Shaw non ha sfruttato granché la passerella e gli spazi vuoti del palco a disposizione. La maggiore energia, con i suoi movimenti, l’ha evocata durante il concerto il nuovo bassista Dave Rimmer, e poi ovviamente l’eterno ginnasta indemoniato della batteria Russell Gillbrook. Nel complesso, uno show di leggende di solito buono, ma di routine e prevedibile.

Come durante il concerto dei Grave Digger, anche durante quello degli Uriah Heep valeva la pena fare un salto nella Messehalle. Il concerto degli Uriah Heep si sovrapponeva infatti all’esibizione delle icone americane del rock melodico Tyketto. La band, che per quest’autunno ha confermato qualche data in Europa, tutte nel nord del continente, ha deciso di suonare, nel minutaggio disponibile, il suo classico album »Don’t Come Easy« (1991) per intero. Ma non come saremmo abituati, bensì dalla fine. Dall’ultimo pezzo al primo. Così hanno furbamente tenuto da parte per la fine del concerto il loro grande hit Forever Young. Siccome però Danny Vaughn e soci hanno deciso di scaldare fino in fondo la sala, piena da far invidia, nella seconda parte del concerto hanno infilato altri tre pezzi di fila da »Strenght in Numbers« (1994): Rescue Me, Meet Me In the Night e The Last Sunset! Poi il grande finale con Wings e, ovviamente, la già citata Forever Young, che ha chiuso il concerto. Danny Vaughn, che ha compiuto 56 anni, sembra un ventenne. Per la voce eccellente e incredibilmente conservata, per la stazza, per l’agilità sul palco. L’uomo è incredibile. Con tutto il carisma e la sola figura scenica. Un generatore di energia e di buonumore che ha pervaso l’intera sala durante il concerto. Resta insomma un frontman straordinario. La formazione degli odierni Tyketto è completata dal bassista Chris Childs (Thunder), dal membro originale Michael Clayton Arbeeny (batteria), da Ged Rylands (tastiere) e Chris Green (chitarra). La band, che ha appena annunciato l’uscita del nuovo album in studio, »Reach«, in arrivo in Europa a metà ottobre di quest’anno, si è presentata con un set di bravura. Perfezionismo a tutto campo. Sia nel suono sia nell’esecuzione. Dalla testa ai piedi. Dopo il set dei rocker melodici Dare, finalmente un secondo artista dello stesso genere al festival, e per di più difficilissimo da beccare sui palchi d’Europa! Attraente ed esclusivo! Possiamo anche dire questo: difficilmente a un appassionato di concerti sloveno ricapiterà un’occasione di incontrare i Tyketto come quella offerta da quest’edizione del Bang Your Head!!!.

Nel tardo pomeriggio il Bang Your Head!!! sul main stage aspettava una presenza interessante! La formazione Dirkschneider, che per l’occasione speciale, l’anno scorso, si è ribattezzata temporaneamente a partire dagli U.D.O. Il suo leader è ovviamente Udo Dirkschneider, il celebre ex primo cantante degli Accept. Udo ha fatto questa scelta, naturalmente, per attirare di nuovo più pubblico su di sé e sul nome della sua band. Il repertorio dei Dirkschneider abbraccia, in forma pura, solo il materiale degli Accept nato con Dirkschneider in formazione. E siccome la voce dello zio Dirkschneider lo serve praticamente alla perfezione anche in età matura, come ha confermato senza dubbio anche la sua prova di questa volta a Balingen, Udo ha ponderato molto bene la decisione di non voler più tornare nella squadra degli odierni Accept, di nuovo in attività dal 2009.  La decisione è di pura natura commerciale. Ha calcolato infatti che da solo, con la sua band, può guadagnare parecchio di più che suonando i classici degli Accept in compagnia degli ex compagni Wolf Hoffmann e Peter Baltes. Dunque, il quintetto comprende, oltre a Udo Dirkschneider, l’eternamente fedele, ovvero storico membro della squadra, il bassista Fitty Weinhold, poi il batterista (e figlio di Udo) Sven Dirkschneider e i chitarristi, il russo Andrey Smirnov, incaricato della maggior parte degli assoli, e il finlandese Kasperi Heikkinen. L’area è diventata gremita fino all’ultimo posto quando Udo, tra la nebbiolina, è arrivato sul palco con aria cupa e fredda e con la band ha attaccato con forza una nuova marcia in stile Accept, aperta da Starlight! Tutta. Tutta la gestualità scenica tipica degli Accept i Dirkschneider l’hanno trasferita nel proprio show.  Di conseguenza hanno occupato e sfruttato il palco in modo incredibilmente abile e ottimale. Udo possiede un carisma eccezionale, quindi non ha dovuto sforzarsi granché per far partecipare il pubblico con foga. Semplicemente la sua figura basta perché il pubblico gli mangi in mano. La band ha inserito in scaletta anche l’ottima Midnight Mover, che con l’efficacia del suo ritornello melodico ha incollato ancora più saldamente il pubblico a sé. Poi sono arrivate le non meno cult London Leatherboys,  (molto presto in scaletta) anche Princess of a Down, poi Breaker, Restless And Wild, Son of A Bitch, Screaming for a Love-Bite, e nella seconda metà il concerto è salito fino al culmine, quando i Dirkschneider hanno rifornito senza pietà un’area affamata di musica degli Accept con i riff di chitarra cult dei più nobili elementi dell’origine metal teutonica, in testa i prevedibili Metal Heart, Fast As A Shark, Balls to the Wall, mentre a chiudere il concerto è stata Breaker, un pezzo che gli Accept non mettono in scaletta nei tour attuali da parecchio tempo. Dal primo all’ultimo secondo, un massacro perfetto. Atmosfera infernale. Il celebre metal tedesco fino al midollo ha soggiogato per una buona ora il pubblico di casa, cullandolo e coccolandolo tra le sue braccia. Ipnotico. Fanatico. È incredibile cosa tira fuori il pubblico tedesco con tutta la sua devozione alla magia del metal. Specie quello di produzione nazionale. I Dirkschneider vanno dunque assolutamente visti nei concerti in Germania! Arrivederci, allora, all’appuntamento d’autunno.

Il seguito di questo reportage suonerà blasfemo a più di un fedele difensore del settore heavy metal tedesco. Anzi di più. Con questo mi posso attirare l’ira del 97% dei visitatori del festival. Perché. Nella vicina Messehalle, mentre sul main stage il concerto dei Dirkschneider era nel suo pieno splendore, i cult britannici del prog metal Threshold facevano il loro soundcheck da soli, in modo del tutto umile e silenzioso. Sì. Da soli, i loro roadie, cioè i tecnici del suono. Anche se la band anni fa si è esibita all’Orto bar e a Gradisca d’Isonzio, nel cuore del territorio sloveno d’oltreconfine, i concerti di questa formazione vicino alla Slovenia restano una vera rarità. Trattandosi di un quintetto di assoluti perfezionisti musicali e grandi maestri dell’artigianato musicale, raffinati sia nella composizione sia nel suono, i Threshold hanno portato per i veri buongustai della musica, quelli che cercano un’esecuzione dal vivo vicina alla perfezione, un vero balsamo sulla ferita. E infatti. In un’ora, dalla prima all’ultima secondo, i Threshold hanno mantenuto un suono eccezionale. Gli strumenti, con la voce di Wilson al centro (che ha servito una nuova, fantastica prova vocale), stavano in un equilibrio brillante, esattamente come desiderato. Si sentiva proprio tutto. Distintamente. La band ha di nuovo entusiasmato con una cinetica incredibile e una dinamica di palco spettacolare durante l’esecuzione. I due chitarristi, Karl Groom e Pete Morten, correvano continuamente da sinistra a destra, si piazzavano uno di fronte all’altro con le chitarre incrociate, oppure spalla a spalla, rivolti verso il pubblico. Ogni tanto si univano a loro anche il bassista Steve Anderson e ovviamente Damian Wilson, che ancora non si è rasato la barba da uomo di Neanderthal. Quest’ultimo si è di nuovo concesso un intero teatrino durante il concerto, quando è saltato giù dal palco e ha cominciato a passeggiare libero tra il pubblico. Non sono mancati commenti del tipo: »Oh, che bello poter stare dove voglio e cantare allo stesso tempo«. Quando su uno dei monitor ha cominciato a ronzare qualcosa di sospetto, Wilson ovviamente ha pensato che la colpa fosse del suo impianto. Anche questo enigma il cantante granitico l’ha risolto passeggiando dal palco fino al mixer, dove il tecnico del suono gli ha sussurrato che a “scoppiettare” era l’amplificatore di Anderson. Wilson ha quindi proclamato subito Anderson »It was you Steve. You Mr. Crackler!« Wilson ha così cantato in mezzo al pubblico quasi l’intero super EP The Pilot in the Sky of Dreams, che ancora una volta è stato il culmine dell’intero set dei Threshold. A un certo punto del concerto sul palco è comparsa per un attimo la sagoma di un’eminenza del rock. Il chitarrista degli Uriah Heep Mick Box, che si erano appena esibiti sul main stage, è salito un momento sul palco, ha stretto la mano a Wilson e, guardando il concerto dalle quinte dietro i monitor sul lato sinistro del palco, ha espresso così il suo rispetto alla band.  La band ha aperto il suo concerto con Slipstream, tratta da »Dead Reckoning« (2007), catalizzatore di un riff travolgente che con il suo ritornello contagioso ha costruito nella sala un’atmosfera fenomenale. Gli stati d’animo hanno ovviamente avuto un effetto malinconico: la malinconia britannica è incredibile. Così come la mistica. I Threshold sanno evocare la mistica. Specie combinando la loro musica con armonie vocali a più parti, con Richard West che, come d’abitudine e di standard nei concerti dei Threshold, si è aiutato anche con il vocoder.  La pelle d’oca, con questa esecuzione e questo suono perfetto, non è mancata. L’attuale album in studio »For the Journey« (2014) era rappresentato da Turn to Dust e, verso la fine del concerto, da Watchtower on the Moon. Accanto alla catartica Pilot in the Sky of Dreams, il fulcro dello show dei Threshold, si sono susseguite The Art of Reason (»Subsurface«, 2004). Long Way Home (»Hypothetical«, 2001), Mission Profile (»Subsurface«, 2004) e il pezzo Ashes (»March of Progress«, 2012), con cui i Threshold hanno chiuso la loro esibizione eccezionale. Brillante. Senza peli sulla lingua. Una delle prove più forti dell’intero festival. I “modesti” Threshold, abituati al peggio e a suonare, se serve, anche nei “buchi” dei programmi, hanno sparato verso il cielo della perfezione artistica ed esecutiva un pubblico di circa 1500 persone che se ne infischiava del concerto dei Dirskchneider in mezzo al main stage. Momenti da concerto così sono tra quelli che vorresti non finissero mai.

Gli headliner del terzo giorno di festival, gli Iced Earth, sono entrati in programma all’ultimo momento. Pare che l’organizzatore si fosse già accordato con un altro artista che avrebbe dovuto fare da headliner, ma la cosa è saltata, e gli Iced Earth, su richiesta di Horst e della sua squadra, sono volati letteralmente dritti dallo studio, dove stanno registrando il nuovo album, dagli USA alla Germania, salvando così il festival. Lo è venuto a dire sul palco alla band anche Horst di persona, ringraziando di cuore gli Iced Earth. Diciamocelo però. Senza che l’organizzatore mettesse mano al portafoglio con un cachet molto, molto buono per la band e per la squadra che la segue in concerto, gli Iced Earth non avrebbero mai attraversato l’Atlantico. Dietro a tutto ci sono quindi i soldi, e per Schaffer conta anche il prestigio, visto che finora al Bang Your Head avevano suonato solo a metà programma e mai da headliner, come si è presentata l’occasione proprio adesso.

Siccome quest’anno la band festeggia il 20° anniversario dell’uscita del classico album »The Dark Saga« (1996), gli Iced Earth hanno piegato la scaletta in modo che si inchinasse ai pezzi di quel disco. Dato che gli Iced Earth avevano suonato il loro ultimo concerto quest’anno all’edizione del festival “su nave” 70.000 Tons of Metal, all’inizio di febbraio, la loro apparizione sui palchi di Balingen era un’esclusiva a tutti gli effetti. Già in apertura la band ha annunciato che il concerto sarebbe stato dedicato a ripassare il materiale dell’album »The Dark Saga«, e così è partita con l’esecuzione cominciando proprio da The Dark Saga. Gli Iced Earth durante il concerto sono una band abbastanza statica, con l’eccezione del basso di statura e minuto, ma agilissimo corridore e fenomenale urlatore Stu Block. In un’ora e mezza la band ha sparato in tutto 16 pezzi, di cui ben cinque sono toccati agli ultimi due album in studio, »Plagues of Babylon« (Chthulu, la title track e Democide) e »Dystopia« (V, la title track), mentre il resto del materiale è andato agli anni classici della band. Cioè al materiale registrato fino al 2001. L’album »Something Wicked This Way Comes« (1998) era rappresentato dall’eccellente Burning Times, poi da My Own Savior, che ha chiuso la parte regolare del concerto, e da Watching Over Me, suonata proprio in coda, nel bis, che ha cantato insieme a Block tutta Balingen. L’album »The Dark Saga«, oltre alla title track d’apertura, è risuonato con altri cinque pezzi: l’intransigente Vengeance Is Mine, la ballata attesa sottovoce I Died for You, la sorpresa della scaletta Slave to the Dark, seguita logicamente subito da Question of Heaven, e nel bis obbligato la fenomenale The Hunter. Del materiale più vecchio la band ha toccato solo Pure Evil, lasciando completamente da parte l’album »Burnt Offerings«, ma non ha dimenticato l’esecuzione di Damien (»Horror Show«, 2001),

Nella formazione attuale è tornato ancora una volta il batterista Brent Smedley. Chissà per la quantità di volte. Evidentemente è uno dei pochi membri di cui Schaffer si fida a pieno sangue e di cui rispetta con coerenza i desideri. Insomma, non passa tour senza che Schaffer cambi almeno un membro della band. Per il resto, un’esecuzione brillante del materiale, con qualche matrice sonora aggiunta, cioè cori e orchestrazioni preregistrati, il che, visto il contenuto dei pezzi di »The Dark Saga«, è del tutto logico e opportuno. Ha sorpreso la scoperta che gli Iced Earth non hanno chiuso il concerto con il pezzo Iced Earth. Né nella parte regolare, né proprio in coda, nel bis obbligato. Per il resto, non c’è da lamentarsi di quel che si è visto e vissuto. Uno spettacolo. Ottima scaletta, esecuzione eccellente del gioco di squadra. Caratteristiche sonore ottimali. Le luci di scena non da meno.  Con tutto ciò forse si sente la mancanza di qualche pezzo più vecchio, soprattutto dei primi tre album, che avrebbe potuto sostituire in scaletta uno dei brani più recenti, ma per il resto, come detto. Nulla da eccepire.

Il terzo giorno di festival è finito. Sul palco è salito nientemeno che il collega Horst con la sua figlioletta, ha distribuito qualche bel fiore di parola tra il pubblico, che aspettava il magnifico spettacolo pirotecnico che è seguito. E c’è stato davvero. Eppure il festival non era ancora finito. Durante tutto il concerto degli Iced Earth, quelli a cui gli Iced Earth non vanno a genio potevano seguire sul palco della Messehalle il concerto dei cult del death metal svedese Unleashed, che hanno sicuramente consegnato un altro concerto fenomenale. Dopo il concerto degli Iced Earth è rimasto tempo a sufficienza perché tutto il pubblico che ancora non aveva avuto il suo giusto appagamento musicale si stipasse nella sala a seguire l’esibizione degli industrial metaller tedeschi Crematory, che abbiamo preso al volo e visto anche noi, ma con le batterie scariche presto ce ne siamo andati, avviandoci verso le tende, dove ci aspettava un meritato sonno e il giorno dopo il ritorno in Slovenia. Tirando le somme posso scrivere che questa è stata la seconda edizione di tre giorni, la ventunesima in totale. È filato tutto a meraviglia. Senza ritardi, quasi tutte le esibizioni sono riuscite in pieno. Anche il meteo, nonostante le previsioni nere, ha tenuto. Ha piovuto solo un acquazzone il primo giorno, durante il concerto dei Candlemass, e un altro nelle prime ore del mattino del secondo giorno di festival. Così il cielo sopra il festival è stato per lo più nuvoloso, e ci ha risparmiato la perdita di liquidi. Alla prossima! Bang Your Head!!!! Ci rivediamo.

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