Caravan a Trieste: un tuffo nei ricordi dei tempi d’oro della scena di Canterbury (2011)

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Autore: Peter Podbrežnik

Luogo: Castello di San Giusto / Trieste / Italia
Data del concerto: 28.07.2011
Numero di spettatori: 650
Prezzo del biglietto: 0 €

Vedere dal vivo i Caravan, leggendari capostipiti della scena di Canterbury del progressive rock, sul suolo dell’Europa continentale oggi sfiora la fantascienza: nei loro tour escono dalla natia Gran Bretagna solo di rado, al massimo per qualche festival progrock di peso. Del resto, dopo la fine degli anni Settanta, quando hanno toccato il loro apice creativo, semplicemente non gli conviene granché, visto che il loro stile oggi è ‘ultra impopolare’ e ai loro concerti vengono ormai solo i fedelissimi del prog old school. Una realtà triste ma crudele, in un’epoca in cui la messinscena, le provocazioni, la volgarità e il kitsch insopportabile dei popolari ‘musicisti’ e ‘musiciste’ contano più della musica stessa. Per fortuna, appena oltre il nostro confine occidentale, a Trieste, vive un bel gruppo di appassionati di buona musica che da anni, in pieno agosto… pardon, in pieno luglio, organizzano nella loro città eventi progressive rock a dir poco interessanti.

E così, nell’estate del 2011, è successo ‘l’impossibile’: i Caravan hanno accettato di suonare nella cornice idilliaca del castello triestino, il Castello di San Giusto, un’ambientazione tagliata su misura per la loro eredità musicale dal forte timbro lirico anglosassone. I Caravan si sono presentati con una formazione che, oltre all’unico membro originale, il cantante/chitarrista Pye Hastings, comprendeva il tastierista Jan Schelhaas, ben noto anche agli amanti dei Camel, il violista/flautista/occasionale chitarrista Geoffrey Richardson, il bassista/occasionale cantante Jim Leverton e il nuovo batterista Mark Walker, che nel 2010 ha sostituito per i concerti il batterista originale Richard Coughlan, gravemente malato. Quest’ultimo è comunque rimasto nella band, ma a causa della malattia ha dovuto rinunciare a tutte le esibizioni dal vivo future.

L’australiano Walker è parecchi anni più giovane dei suoi colleghi inglesi, temprati da mille battaglie, ma con i suoi virtuosismi esplosivi ed eclettici e un solido background jazz ricorda parecchio Coughlan da giovane, e allo stesso tempo ha portato nella band una ventata di energia fresca e giovanile. La voce così particolare di Pye, dopo tutti questi anni, è ancora incredibilmente in forma, cosa di cui possono vantarsi in pochissimi tra i suoi connazionali cantanti dell’era pionieristica del progressive rock. L’esecuzione tecnica, mentre intrecciavano il loro mix inconfondibile di rock sinfonico, jazz e folk, con arrangiamenti di archi e tastiere in primo piano, è stata di altissimo livello, anche se la band ha avuto bisogno di un po’ di tempo, fino alla terza canzone più o meno, per ‘scaldarsi’ e far decollare davvero il concerto. L’audio era per lo più dignitoso, ma poteva essere ancora un filo meglio, e i Caravan se lo sarebbero meritato di sicuro. I Caravan, per tradizione, non sono dei chiacchieroni, e così Pye, presentando i vari pezzi, ha detto solo l’essenziale, buttando lì ogni tanto qualche aneddoto divertente sulla loro nascita.

I campioni della scena di Canterbury hanno aperto il set con tre classici di tempi molto più romantici, quando la maggior parte del rock si faceva ancora con il cuore. Per scaldarsi hanno sparato il catalizzatore di energia »Memory Lain, Hugh / Headloss« dal capolavoro »For Girls Who Grow Plump In The Night« (1973), seguito da una versione non meno impressionante del sempreverde »And I Wish I Were Stoned« dal loro secondo album »If I Could Do It All Over Again, I’d Do It All Over You« (1970). Al loro disco più celebre, cioè »In the Land of Grey and Pink« (1971), ci hanno fatto tornare per la prima volta quella sera con l’indimenticabile delizia »Golf Girl«. Poi sono passati a due brani più recenti dall’album »The Unauthorised Breakfast Item« (2003), che secondo alcuni fan è addirittura il loro miglior lavoro dalla fine degli anni Settanta. Si trattava di »Smoking Gun (Right For Me)« e della title track del disco appena citato, legata a un aneddoto spassosissimo ma vero su uno strano episodio in un hotel americano.

I Caravan hanno poi suonato, a sorpresa, due pezzi, »Nightmare« e »Give Me More«, che arrivano dall’album meno apprezzato e riconosciuto »Better By Far« (1977), uscito in pieno periodo punk ma accolto comunque in modo inaspettatamente positivo persino da alcuni media ‘mainstream’ dell’epoca. Proprio mentre qualcuno tra il pubblico iniziava a chiedersi perché nella scaletta non ci fossero più sempreverdi dei Caravan, i maestri della scena di Canterbury hanno eseguito in modo magistrale il brano preferito dai fan di »For Girls Who Grow Plump In The Night«, »The Dog The Dog, He’s At It Again«, che con il suo testo birichino e l’atmosfera da farsa è stato uno dei picchi del concerto. Hanno suonato anche »Fingers in the Till« e »I’m On My Way«, due pezzi del nuovo album in studio in arrivo, »Paradise Filter«. Hanno chiuso in grande stile con il loro epico brano più amato, »Nine Feet Underground«, dal capolavoro »In the Land of Grey and Pink«, che, come c’era da aspettarsi, ha scatenato la reazione più calorosa del pubblico di tutta la serata.

Che sensazione pazzesca vedere dal vivo per la prima volta una band prog rock di culto come i Caravan, che oggi è difficilissimo beccare ‘live’ fuori dalle loro isole britanniche. Anche se è solo il batterista Walker a ‘rovinare’ la media dei capelli grigi nel gruppo, i rispettabili anni dei Caravan sul palco non si sentono quasi per niente: i pezzi sono studiati ‘a menadito’ e tra i membri regna un’affiatamento straordinario, come abbiamo potuto constatare a Trieste da pochi metri. L’atmosfera è stata fantastica per tutta la serata, anche grazie alla cornice idilliaca del castello, che per una band così inglese come i campioni di Canterbury non poteva essere più azzeccata. L’ingresso era gratuito, e forse è anche per questo che si è presentata più gente di quanta la maggior parte si aspettasse. Accanto a una manciata di ‘fanatici’ prog sloveni, che un evento così non potevano proprio perdersi per nessuna ragione al mondo, a dominare erano naturalmente i locali. Va detto: insieme a polacchi e olandesi, gli italiani sono quelli che tengono in vita con più slancio la scena concertistica del progressive rock contemporaneo.

Scaletta

1. Memory Lain, Hugh / Headloss
2. And I Wish I Were Stoned
3. Golf Girl
4. Smoking Gun (Right For Me)
5. The Unauthorised Breakfast Item
6. Nightmare
7. Give Me More
8. The Dog The Dog, He’s At It Again
9. Fingers in the Till
10. I’m On My Way
11. Nine Feet Underground

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