Wacken Rocks South festival – terzo giorno (2009)
Luogo: Rieden-Kreuth / Germania
Data: 29.08.2009
Il terzo giorno del Wacken Rocks South ha servito un cartellone più debole rispetto al secondo, quello chiuso dai grandi patriarchi del thrash metal, gli Slayer. Detto questo, con nomi come Edguy, Stratovarius, Grave Digger, Girlschool,… uno non può che sfregarsi le mani contento. Soprattutto se vive lontano da quelle zone d’Europa disseminate ogni santo giorno di ottimi concerti rock o metal. E questa abbondanza vale ovviamente per tutta la Germania!
Proprio perché i concerti si susseguono di continuo, a due passi da casa tua, i tedeschi sono abituati a vedere dal vivo Edguy, Stratovarius, Grave Digger, Girlschool come se fosse aria da respirare, e così in tanti non si facevano grandi illusioni sul terzo giorno. Gli Slayer, con la loro esibizione del secondo giorno, erano stati il punto più alto del festival, il vero vincitore, e molti visitatori hanno deciso che il terzo giorno non fosse più abbastanza interessante: hanno preso e se ne sono andati, sfilando piano piano fuori dal festival nel corso della giornata.
| AGATHODAIMON: 12.35-13.20 |
Davanti al palco principale siamo arrivati verso l’una del pomeriggio. I black metaller tedeschi Agathodaimon erano già lanciati a tutta nell’ultima ventina di minuti del loro set. Look come si deve: pelle sado-maso, borchie, immancabile “corpse painting” in faccia. Sotto il palco appena 400 curiosi. L’aria, nonostante la giornata limpida, era senza afa, così si respirava normalmente anche sotto il sole. La band ha intitolato il nuovo album, uscito questa primavera, “Phoenix”, guarda caso in linea con i grossi scossoni e i presunti cambi di formazione. Oggi la compongono Sathonys (chitarra, voce pulita), Jan Jansohn (chitarra), Felix Ü. Walzer (tastiere), Till Ottiger (basso) e il nuovo arrivato Manuel Steitz (batteria), più il cantante Ashtrael. Era particolarmente interessante sentire come Ashtrael si sia incastrato con il resto della compagnia, soprattutto con le voci pulite di Sathonys. Gli Agathodaimon hanno dimostrato che anche in pieno giorno sanno tingere di nero la giornata più chiara e soleggiata, nella loro versione più cupa, condita con la loro idea di black metal. Un assalto metal pomposo, melodico ed estremo in sei, con Cellos For The Insatiable, Ne Cheama Pamintul, Ghost Of A Soul, Tongue of Thorns, An Angel’s Funeral, Banner of Blasphemy, Alone In The Dark. L’odissea black metal sinfonica è divampata soprattutto nel finale, quando i ragazzi hanno attaccato Banner Of Blasphemy dal mitico esordio “Blacken The Angel” (1998) e hanno chiuso con un pezzo nuovo di zecca, Alone In The Dark.
| THE NEW BLACK: 13.55-14.40 |
The New Black sono di nuovo tedeschi, e in origine avrebbero dovuto suonare prima degli Agathodaimon, ma per una serie di circostanze i due gruppi hanno scambiato l’ordine. Questi tizi portano avanti una versione rock avvolta nel lutto, segnata da un massiccio muro sonoro di chitarre accordate basse, su cui si stende il tipico falsetto rauco e ornato del cantante. Esibizione meno interessante, quindi l’abbiamo saltata.
| DEZPERADOZ: 15.15-16.00 |
Di nuovo sotto il palco, dopo che ci sono saliti i Dezperadoz. Ancora una band tedesca. Questi amanti di dune del deserto, praterie e collezionisti di cactus adorano mettere in scena sul palco la resa dei conti all’O.K. Corral. Sul palco ci sono quindi quattro tizi, ricoperti di tatuaggi, carichi di catenelle tintinnanti da far paura; il cantante Alex aveva legato all’asta del microfono un vero fucile a leva, il bassista un teschio di bovino. Un look curato, elemento importantissimo che a ogni band, oltre alla creatività, regala solo un pizzico di credibilità in più. Però i Dezperadoz non sono riusciti a scaldare gli animi quanto gli arroganti rock n’ roller 9mm, il giorno prima sul Wet Stage. Soprattutto per il canto poco carismatico del cantante Alex, che non può certo vantare il carisma che servirebbe al capo di una band che coltiva un rock sporco di stampo sudista. Il gruppo ha ovviamente infilato in scaletta anche O.K. Corral, e si è buttato su una cover (ormai piuttosto abusata) dei The Doors, Riders On The Storm. Un’esibizione parecchio, parecchio più statica e meno interessante rispetto ai successori Warpath, ma con più gente sotto il palco, perché i Dezperados, essendo tedeschi, sul suolo di casa hanno ovviamente anche più simpatizzanti. Ma con tutto quel “veleno” western messo in mostra, ci si sarebbe aspettati molta più grinta e meno compromessi.
| WARPATH: 16.45-17.45 |
Poi sul palco principale hanno spaccato i giovani musi pallidi Warpath. Arrivano dal Regno Unito e hanno portato sul palco un’esperienza fatta di thrash metal old school alla Megadeth, Testament, Forbidden! Finalmente! Ancora con qualche dente da latte, ma convincenti sotto molti aspetti. Anche nell’aspetto, niente di strano nell’imitare un Dave Mustaine con i jeans strappati, cosa che nel metal di solito non è affatto d’uso. Con la criniera biondiccia, a ricordare l’eroe in questione era soprattutto il cantante e chitarrista ritmico Richard Goss, con la sua chitarra a forma di “rondine”. La band è giovanissima, e si è visto: esibizione poco rifinita, qualche movimento di scena inutile e un girovagare sul palco che dava l’impressione di gente non proprio abituata ai grandi palchi. Però con facce ridanciane apposta e un approccio all’esecuzione del materiale proprio che confermava quanto si divertano da matti lassù. Sotto il palco 300 persone, e Goss si rivolgeva al pubblico in modo timido e poco sicuro di sé. L’inesperienza si è fatta sentire soprattutto quando la band ha tentato ben due volte di lasciare il palco, per poi tornare con la notizia che c’era ancora un po’ di tempo a disposizione e con la domanda “fin troppo onesta” se il pubblico volesse davvero che continuassero a suonare. I Warpath hanno appena pubblicato l’esordio omonimo “Warpath”. C’è materiale per meno di 40 minuti. La band ha suonato tutti e otto i pezzi dal vivo, quindi tutto il disco, e ha rifatto una volta ancora nel bis la superiore e velocissima Damnation, devastante. I Warpath hanno mostrato di saper costruire i pezzi, di saper mettere in risalto un riff e sostenerlo con un telaio ultra pericoloso di doppia cassa, e di avere un’enorme, enorme fiamma creativa. Un quartetto giovane e di grande talento, di cui in futuro sentiremo parlare ancora parecchio. Revival thrash, ma in un’altra sfera, se per un confronto andiamo a cercare i fratelli britannici Evile.
| CRIPPER: 17.50.18.25 |
Sul Wet Stage, nel capannone, poco prima delle sei del pomeriggio sono saliti i death/thrash metaller tedeschi Cripper. Ci interessavano soprattutto per la cantante Britta. La cosa più sconvolgente è che la band costruisce la propria identità su riff thrash tedeschi di vecchia scuola, avvolti nel growl di Britta, che ricorda più di tutto le doti vocali di Sabina Classen degli Holy Moses. Britta è una “sporcacciona” del palco, che fa ribollire gli animi mentre la guardi. Non si trattiene granché e smonta in un attimo la finta barriera secondo cui le voci estreme non starebbero bene alle donne. La ragazza se la cava con lo stile growl in totale souplesse! I Cripper hanno appena pubblicato il secondo album in studio “Devil Reveals”, che hanno presentato a un pubblico sparuto ma di ottimo umore, con le prime file che facevano girare la testa attorno al proprio asse spinale come si deve. Una band eccellente, con la base di riff alla Kreator, Destruction e l’assalto sicuro della voce estrema di Britta: valeva ogni prova!
| GIRLSCHOOL: 18.30-19.30 |
Le Girlschool, formazione britannica leggendaria, un quartetto di quattro ragazze, oggi diremmo ragazze “mature”: Enid Williams (basso, voce), Kim McAuliffe (chitarra ritmica, voce), Denise Dufort (batteria), strette collaboratrici dal 1978, e al posto della (compianta) Kelly Johnson, stroncata l’anno scorso da un tumore al midollo spinale dopo sei anni di battaglia, la chitarrista fissa dal 2000 Jackie Chambers, erano ovviamente un’attrazione a sé del Wacken Rocks South. Vecchia scuola, approccio da pionieri autentici, dei tempi in cui il rock n’ roll era ancora giovane. Il concerto è partito con un’intro di batteria di Denise, con tanto di berretto con visiera e occhiali da sole, che spuntava da dietro i tamburi come una tartarughina dal suo guscio. Il sole del pomeriggio durante l’esibizione delle Girlschool picchiava proprio sui primi metri del palco, e così nemmeno Jackie Chambers si vergognava dei suoi occhiali da sole. Le Girlschool hanno messo insieme gran parte della scaletta dai primi due dischi, “Demolition” e “Hit And Run”, considerati classici di culto. Senza scherzi, hanno sparato il loro rock n’ roll indiavolato, fatto di riff celebri, monosillabici ma tremendamente invasivi e subdolamente seducenti, come si facevano nei migliori tempi del rock. Del quartetto, ha colpito soprattutto la bassista Enid: con lei alla voce i pezzi funzionano ancora meglio che quando a cantare è Kim. Gli anni le ragazze li hanno nascosti bene con i noti rimedi che si trovano in ogni profumeria ben fornita, e hanno coronato la presenza scenica con un look curatissimo (outfit). Qui la vittoria piena è andata ovviamente a Enid, una puledra di pelle rifinita fino all’ultimo dettaglio, che strapazzava con foga il basso a cinque corde e sul palco ha percorso più metri di tutte e tre le chitarriste. La band ha entusiasmato con un’esibizione energica che comprendeva i classici Future Flash, C’mon Let’s Go, Not For Sale, Hit And Run, Coming At You, I Spy, Race With The Devil, Demolition Boys. L’unico neo: mancava Emergency. Durante Demolition Boys i teloni dietro Denise si sono alzati e i roadie hanno iniziato a preparare il palco per i Grave Digger. Il tempo per Emergency è proprio mancato? Resterà un mistero. Il modo in cui hanno tolto dal palco una band leggendaria, con organizzatori ossessionati dal rispetto millimetrico dei minuti, non fa certo onore alla fama dei migliori palcoscenici tradizionali dei festival rock e metal in Europa!
| GRAVE DIGGER: 20.25-21.25 |
Il palco principale ha cominciato lentamente ad avvolgersi nel buio. Poco dopo le otto di sera ci sono saliti i boscaioli del heavy metal teutonico, i Grave Digger. Avevamo avuto l’onore di vederli nel tour di febbraio, quando hanno suonato anche a Lubiana e il giorno dopo a Zagabria. Sono dei fenomeni al 100% della scena heavy metal europea e vale sempre la pena ascoltarli. Per la prima volta ho anche visto il tastierista H.P. Katzenburg, da sempre vestito da morte, per tutto il concerto della band sul palco. Finora ai concerti dei Grave Digger era sempre nascosto da qualche parte dietro le casse dei monitor. L’altra particolarità degna di nota è che la band ha mandato via il chitarrista Thilo Hermann, nel gruppo nel 2008 e fino alla fine del tour di “Ballads Of A Hangman” nel 2009. Anche se tutto sembrava funzionare alla grande e la presenza scenica dei Grave Digger ne usciva persino rafforzata, evidentemente qualcosa nella band cigolava, e il vero motivo del licenziamento di Thilo lo conosce solo il capo Chris Boltendahl. La formazione ha aperto con la title track del nuovo album “Ballads Of A Hangman”. Niente di particolare: i Grave Digger sono arrivati, hanno visto e si sono presi il trono del palco. Chris era in ottima forma e, parlando spesso al pubblico, lo ha scosso dal torpore causato dal freddo serale tremendo e innaturale per questa stagione. A tirare fuori dal sonno la buona affluenza sotto il palco è stato soprattutto il classico Excalibur, e i Grave Digger hanno entusiasmato anche con l’inserimento di Wedding Day, perla di “Reaper” (1993). Ancora una volta è stato un piacere guardare Manni Schmidt, che ha affascinato ancora una volta con quanto spazio sonoro possa riempire una sola chitarra nell’heavy metal. Boltendahl era in giornata di grazia. Ha cantato senza problemi anche le parti più difficili delle sue linee vocali, soprattutto il ritornello del cult obbligato Knights Of The Cross. Dopo questo pezzo è arrivato il momento solenne: Chris ha annunciato il festeggiato del 29.08.2009, il batterista della band Stefan Arnold, che proprio il giorno del concerto al Wacken Rocks South si è messo in groppa un altro anno, e il pubblico, insieme alla band e con le tastiere in accompagnamento, ha cantato a Stefan gli auguri di compleanno. Come previsto, i Grave Digger hanno chiuso l’ennesimo ottimo concerto con il classico dell’omonimo esordio “Heavy Metal Breakdown”, tirato per le lunghe con la solita routine, da classica uscita metal. Proprio in quel momento la serata con i Grave Digger ha raggiunto il suo finale spettacolare.
| FATAL SMILE: 21.20-21.55 |
Dopo il concerto dei Grave Digger sono corso come un matto nel capannone dov’è il Wet Stage, perché lì stavano già strimpellando i fantastici hard rocker svedesi di Stoccolma, i Fatal Smile. Questi ragazzi avrebbero dovuto suonare anche a marzo di quest’anno a Cerknica, in Slovenia, dove ci hanno fatto visita i finlandesi Lordi, e loro dovevano aprire. Ma il loro concerto è saltato. Il motivo? Mi chiedete troppo, non lo so! Insomma, era l’occasione per recuperare il tempo perso. E c’era un bel po’ da vedere. Un viaggio tra gli ingredienti del sleaze rock. Giacca da ammiraglio sul cantante “Blade”, folta criniera bionda cotonata, tanto trucco intorno agli occhi, un’attitudine da palco senza pari, con spudorati colpi di anca a destra e a sinistra. Questo cantante è un rinforzo straordinario per la band, di cui fanno parte anche il chitarrista “Y”, il batterista “Zteff” e il bassista “Alx”. Asta del microfono brandita in alto in aria, ereditata dal cantante degli Europe Joey Tempest, gesticolare eccezionale e battute spiritose al pubblico in inglese. Dei tedeschi piuttosto freddi e assenti hanno comunque preparato alla band una sorpresa audace. Proprio in prima fila c’era una coppia travestita da membri dei Kiss. Lui con il costume di Gene Simmons, completo dalla testa ai piedi, lei con quello di Paul Stanley. Ti ammazzi dalle risate a vederli. Il finto Gene sta immobile per tutto il concerto, fissa il palco e ogni tanto tira fuori la lingua, come l’originale. Ma cosa non fa la gente? E meno male che lo fa. Il rock n’ roll in fondo è pensato dalla testa ai piedi prima di tutto come presa in giro e festa, tutto il resto viene dopo. I Fatal Smile sono un quartetto affiatatissimo, con una voce eccezionale, un carisma eccezionale, una presenza scenica eccezionale. Appartengono alla cerchia delle band hard rock scandinave new wave come H.E.A.T., Wig-Wam, Crash Diet, Hardcore Superstar,… Magari avete beccato la band a giugno di quest’anno prima dei Queensrÿche a Monaco di Baviera. Il gruppo ha acceso alcuni pezzi dal nuovo album “World Domination”, come S.O.B., con cui hanno chiuso il concerto, poi Run For Your Life e Out Of My Head, e dall’album “Neo Natural Freaks” Learn-Love-Hate, Crash & Burn, e ha sorpreso in particolare con Hip M.F., uscita come primo singolo, prima ancora di qualsiasi album in studio. Uno dei pochi momenti veri in cui i sleaze hard rocker doc si sono goduti questo Wacken Rocks South. Una presentazione fantastica della band, con una carica erotica enfatizzata! Mordete la palla!
| STRATOVARIUS: 22.10-23.25 |
Gli Stratovarius sono la band del grande ritorno sulla scena, quella che personalmente mi faceva porre più domande: come avrebbe portato il nuovo chitarrista Matias Kupiainen le scarpe giganti dell’ex chitarrista Timo Tolkki? A maggio di quest’anno gli Stratovarius hanno pubblicato il nuovo album “Polaris”, dalle sensazioni contrastanti. Qualche pezzo interessante, soprattutto i primi tre, e qualche cliché annacquato che ricorda troppo cose già dette dalla band. La formazione ha preso il vento in poppa e i vecchi stalloni, guidati dal cantante Timo Kotipelto, dal batterista Jörg Michael e dal tastierista Jens Johansson, sanno che dopo l’apocalisse con Timo Tolkki e la resurrezione della band bisogna riconquistare fan e pubblico. Far notare che sei vivo e che scalci più di prima. E così hanno costruito anche la scaletta! Con i classici. Prima di tutto hanno sorpreso tutti sotto il palco con la mini suite epica d’apertura Destiny. Già il pezzo iniziale ha risposto a tutti i dubbi e le congetture. Matias funziona alla grande nella formazione. È dannatamente veloce, preciso fino al cavillo, un chitarrista di formazione neoclassica che cammina con successo sulle orme difficilissime da seguire di Timo Tolkki. Oltre agli assoli di bravura, lo ha confermato anche il celebre fuoco incrociato di assoli, ogni tanto, tra le tastiere di Jens e la chitarra di Matias, uno dei marchi di fabbrica della band dei tempi più importanti dell’era Tolkki. E Kotipelto? In ottima forma vocale. A questo tipo la voce non si è scalfita nemmeno un po’ in anni di canto. Nella sua tipica presenza scenica ha comandato sicuro il quintetto per tutto il tempo e tenuto il pubblico sotto il palco vicino a sé. Per molti, quel giorno, gli Stratovarius sono stati il culmine, perché soprattutto nelle prime file è cresciuto il numero di visitatori da altri paesi. Sulla transenna in prima fila era appesa per esempio una bandiera slovacca, e si vedeva anche qualche visitatore asiatico, che apprezza in particolare la melodia sinfonica europea (da Deep Purple in su, ovviamente) nella musica rock e metal. Gli Stratovarius hanno davvero affascinato con la scaletta, dove non mancavano gli immancabili classici Speed Of Light, Kiss Of Judas, Visions, Hunting High And Low,… La band ha dovuto affrontare una peripezia simile a quella delle Girlschool prima di loro. Verso la fine del concerto, mentre il gruppo eseguiva il pezzo più evergreen della carriera, Black Diamond, che non può assolutamente mancare nella scaletta degli Stratovarius, i tecnici hanno alzato di nuovo il telone sullo sfondo dietro il batterista Jörg Michael e hanno già iniziato a smontare le scenografie. Così la band ha finito il pezzo a malapena e non ha avuto il tempo di salutare con dignità il pubblico di circa 4000 persone, davanti al quale si era mostrata sotto una luce davvero potente. I ragazzi partono per un tour mondiale, in cui all’inizio toccheranno tutti i continenti oltreoceano, per poi tornare nel 2010 nel vecchio continente. Gli Stratovarius, anche senza Tolkki in formazione, conservano tutto il loro noto fascino sul palco!
| EDGUY: 00.20-01.35 |
E per chiudere il festival ci sono ancora gli Edguy! Solo tre anni fa, al Gods Of Metal 2006, il programma voleva gli Edguy sul palco per primi e solo dopo, più in alto in cartellone, gli Stratovarius. Ma i tempi cambiano. Gli Edguy sono una band heavy metal amatissima e stimata, che però per la maggior parte dell’ultimo decennio scrive musica con un forte retrogusto di hard rock melodico. La formazione Tobias Sammet (voce), Jens Ludwig (chitarra solista), Dirk Sauer (chitarra ritmica), Tobias “Eggi” Exxel (basso) e Felix Bohnke (batteria) lavora in questa compagnia da una buona decina d’anni. La macchina ben oliata è ogni tanto costretta a trattative sulle priorità dell’arte musicale, ogni volta che Tobias attiva il suo side project Avantasia. Gli Edguy, che avevano a disposizione un’ora e venti di set, si sono buttati subito a far rivivere l’album “Tinnitus Sanctus” (2008), con la sequenza Dead Or Rock e Speedhoven. È interessante osservare la disposizione dei membri. All’estrema destra guardando il palco sta il chitarrista solista Jens Ludwig, tutto solo, sul lato opposto invece uno accanto all’altro il bassista Tobias Exxel e il chitarrista ritmico Dirk Sauer. Così si libera un sacco di spazio per l’incredibile diavolo scatenato del palco, il cantante Tobias Sammet, che con il suo microfono wireless corre per gran parte del concerto. Anzi. La band ha spostato i monitor frontali dal bordo del palco di almeno due metri verso l’interno, così Sammet poteva correre libero da un capo all’altro, proprio davanti al pubblico. In realtà la dinamica e la vivacità di un’esibizione degli Edguy dipendono quasi interamente dall’umore del giorno di Sammet. Nonostante il freddo pungente che paralizzava il pubblico, Tobias con il suo cordiale senso dell’umorismo ha sciolto tutto il ghiaccio e ha tenuto la gente di ottimo umore per tutto il concerto. La comunicazione genuina e senza arie tra pubblico e cantante è uno dei marchi di fabbrica più importanti degli Edguy, e ci spiega subito perché questa band è così amata. Tra i pezzi del nuovo album gli Edguy hanno infilato i vertici dei dischi più vecchi, soprattutto Vain Glory Opera, Babylon e Tears Of A Mandrake, e un momento speciale del concerto è arrivato quando la band, insieme al pubblico, ha cantato gli auguri al chitarrista Jens per il suo 32° compleanno. Quindi, se riavvolgiamo in fretta il nastro, l’ultimo giorno del festival abbiamo avuto ben due festeggiati (l’altro è Stefan Arnold, batterista dei Grave Digger).
Tobias Sammet ha approfittato di qualche pausa per un bel po’ di battute pungenti. Proprio non gli andava giù la relativa freddezza del pubblico. Quando ha chiesto quanti di noi conoscessero il nuovo album della band, il pubblico ha risposto molto debolmente. Tobias non ha potuto fare a meno di ammettere che sotto il palco ci sono evidentemente solo fan degli Slayer. Ha trovato subito l’ancora di salvezza e ha indicato Sauer, dicendo che anche gli Edguy hanno il loro Kerry King (Sauer è noto per la fronte alta), e allo stesso tempo si è preso in giro per la sua attaccatura sempre più in ritirata, dicendo che il King lo raggiungerà anche lui tra un paio d’anni. Con battute così Tobias ha davvero aiutato il pubblico a sopportare il freddo insopportabile di quella notte di concerto. A un certo punto ha chiesto se in mezzo al pubblico ci fosse qualche ragazza. Di nuovo una risposta fiacca. E Tobias, invece di dedicare sdolcinatamente un pezzo alle ragazze, ha solo punzecchiato: “Non c’è da stupirsi allora se l’heavy metal è in declino!”
Agli Edguy è toccato a ragione il ruolo di headliner del festival, anche se si tratta di una band di dimensioni medie, che tranquillamente avrebbe potuto essere seguita sul palco da gruppi che hanno scritto il volto degli anni Ottanta, come per esempio Scorpions, Queensrÿche, Def Leppard eccetera… Evidentemente quest’anno l’organizzatore del Wacken Rocks South ha deciso di andarci più cauto con gli investimenti. La band si è presentata in forma straordinaria e ha promesso che ci rivedremo l’anno prossimo. Gli Edguy hanno chiuso la prima parte del tour di Tinnitus Sanctus a gennaio di quest’anno, a settembre li aspetta il Nord America, e sui palchi europei tornano a dicembre 2009. Se la fortuna ci assiste, non c’è motivo al mondo per cui non dovremmo andarli a trovare di nuovo!
Appena gli Edguy hanno finito il bis obbligato con King Of Fools, i buttafuori hanno cominciato a mandare via la folla da sotto il palco. Il festival si stava spegnendo. La maggior parte dei chioschi era già chiusa, e gli ultimi stavano chiudendo bottega. L’area con i souvenir ufficiali delle band era stata sistemata con cura già da un pezzo. I festeggiamenti sono continuati nel capannone e sul palco “bagnato”, ma noi, piuttosto sfiniti, abbiamo puntato la bussola verso la tenda e i sacchi a pelo. Domani ci aspetta un lungo viaggio verso la Slovenia.
Così si è chiusa la vera stagione dei festival per il 2009. Carica di vibrazioni positive, di sensazioni e di batterie ricaricate, l’esperienza di Rieden-Kreuth ha confermato che la nazione tedesca respira e vive la cultura rock/metal, perché apprezza e rispetta la musica e i gruppi. Da quelli internazionali a quelli di casa. Vero, la cifra di 8.000 visitatori non dice molto, ma per tradizione i tedeschi conoscono le regole del gioco, le regole del comportamento. Rispettano i confini tracciati, che valgono per tutti. Quando bevono, bevono quanto ne entra, ma mantengono comunque un sano limite che dice loro di farsi da parte quando è ora di smettere, e non fanno le stupidaggini tipiche dei metallari e rocker sloveni. La Slovenia può solo imparare da queste esperienze, e continuerà a imparare ancora per un bel pezzo. Semplicemente siamo un altro popolo, che questi elementi della cultura rock e metal non li ha mai avuti nel sangue. Se mai ce li becchiamo, benissimo, altrimenti noi, un pugno di fanatici sloveni della musica, continueremo volentieri ad andare e a divertirci agli altri festival europei.
autore: Aleš Podbrežnik
foto: Aleš Podbrežnik
BAND IN SCALETTA:
MAIN STAGE
11:15 – 12:00 BELOVED ENEMY
12:35 – 13:20 AGATHODAIMON
13:55 – 14:40 THE NEW BLACK
15:15 – 16:00 DEZPERADOZ
16:45 – 17:45 WARPATH
18:30 – 19:30 GIRLSCHOOL
20:25 – 21:25 GRAVE DIGGER
22:10 – 23:25 STRATOVARIUS
00:20 – 01:35 EDGUY
WET STAGE
10:45 – 11:10 TRIBE
12:05 – 12:30 PUSSY SISTER
13:25 – 13:50 HÄMATOM
14:45 – 15:10 EMERGENCY GATE
16:05 – 16:40 GRAND MASSIVE
17:50 – 18:25 CRIPPER
19:35 – 20:10 FIVE AND THE RED ONE
21:20 – 22:55 FATAL SMILE
23:20 – 23:55 FEUERSCHWANZ
01:20 – 01:50 DEFY THE LAWS OF TRADITION
02:10 – 2:40 ELA
03:00 – 3:30 BULLET MONKS
Scaletta dei GRAVE DIGGER:
1. The Gallows Pole (intro)
2. Ballads Of A Hangman
3. Excalibur
4. Hell Of Disillusion
5. Wedding Day
6. In The Dark Of The Sun
7. Knights Of The Cross
8. The Roundtable
9. Valhalla
10. The Last Supper
11. Rebellion (The Clans Are Marching)
12. Heavy Metal Breakdown
Scaletta degli STRATOVARIUS:
1. Destiny
2. Hunting High And Low
3. Kiss Of Judas
4. Deep Unknown
5. Million Light Years Away
6. Will The Sun Rise
7. Winter Skies
8. Phoenix
9. Higher We Go
10. Eagleheart
11. Visions
12. Black Diamond
Scaletta degli EDGUY:
1. Dead Or Rock
2. Speedhoven
3. Tears Of A Mandrake
4. Lavatory Love Machine
5. Vain Glory Opera
6. Ministry Of Saints
7. Save Me
8. Mysteria
9. Superheroes
10. Babylon
—bis—
11. King Of Fools



























































