Glenn Hughes fa risuonare Vienna da brividi (2017)
Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: Vienna / Simm City / Austria
Data del concerto: 16.02.2017
Numero di spettatori: 350
Prezzo del biglietto: 31,50€
Il grande Glenn Hughes è l’uomo a cui ormai da una vita è rimasto appiccicato il lusinghiero soprannome »The Voice Of Rock«. Dopo una lunga pausa, e soprattutto dopo il periodo passato nei Black Country Communion e la breve parentesi con i California Breed, in meno di due anni torna già per la seconda volta in tour da solo nel Vecchio Continente. L’ultima volta Glenn l’abbiamo ammirato un anno e mezzo fa, quando si è esibito al Rockhouse, in pieno centro a Salisburgo, in Austria. Stavolta il celebre compositore, cantante e bassista è tornato in Europa per un altro giro, e per di più con un disco nuovo, il superbo »Resonate«, con cui è tornato in tutto e per tutto alle sue radici rock.
Hughes è tornato sui palchi europei in compagnia di tre musicisti. Anche nel tour precedente si era esibito in trio: al suo fianco c’erano Doug Aldrich, un chitarrista che oggi vorrebbe in band chiunque, e il batterista svedese Pontus Engborg. Stavolta voleva portarsi in tour l’esperto e stimato chitarrista danese Soren Andersen, che avevamo avuto occasione di incontrare al concerto dei The Dead Daisies, il 21.11.2015, nella sala KC Dražen Petrovič di Zagabria, quando aprirono la serata per i Whitesnake. All’epoca Soren sostituiva nei The Dead Daisies il boss della band, David Lowy. Soren ha anche suonato le chitarre e prodotto l’album Resonate, ma in tour non ha potuto esserci. Al suo posto è arrivato il suo connazionale, l’ottimo Anders Bo. Nel quartetto c’è ancora lo splendido batterista Pontus Engborg, più l’organista Hammond Lachey Doley. Sì, Hughes ha riportato in squadra l’organo, e la mossa è graditissima, perché gli apre la strada a una ricattura, anzi a una ricoltivazione ancora migliore di quelle atmosfere sonore della storia del rock che scrisse un tempo, ai tempi di Deep Purple e Trapeze.
Insomma, come ouverture di una nuova serata con Glenn Hughes di gruppi ne abbiamo avuti ben due. Il primo è stato una “sorpresa”, e talmente tale che non siamo riusciti ad accaparrarci nemmeno il nome. Non l’aveva annunciato nessuno, da nessuna parte. Così la tabella di marcia è slittata e la band è salita sul palco già un quarto d’ora prima delle otto di sera. Alle otto avrebbero dovuto salire i Stone Broken, ospiti speciali di Hughes per l’intero nuovo tour, ma di conseguenza è slittata anche la loro esibizione. Ha mandato in confusione tutti, dal pubblico che arrivava in ritardo ai rappresentanti dei media. Tutto quello che sono riuscito a cogliere è che il quintetto in questione arriva dalla Francia, suona un hard rock melodico potentissimo e piacione, e lo fa con grande sicurezza e senza freni, voce compresa. Sorpresa o no, l’esibizione si è guadagnata il titolo di bel saluto rock d’apertura e di riscaldamento simpatico.
Alle nove e mezza di sera sul palco sono finalmente saliti i giovani discoli dell’hard rock britannico, i monelli in calzoncini corti Stone Broken. Il quartetto è giovane di carriera, in giro dal 2013, ma Hughes e il suo management sapevano benissimo a chi dare una chance in questo nuovo tour. Che il rock’n’roll sia ancora ben lontano dall’essere morto, gli Stone Broken lo hanno dimostrato giocando. Hanno messo in campo un mix di muro di chitarre grasso e schiumante, riffage sicuro e attivo, la voce penetrante e infiammante di Rich Moss, corse continue sul palco e pubblico sempre incitato. E non posso dimenticare il contributo della batterista Robyn Haycock, che col suo cuore ha portato nel suono della band la spinta di una locomotiva a vapore. Un incontro davvero convincente con una banda di giovani promettenti, che in futuro avrà sicuramente ancora tanto da mostrare e porterà a galla un raccolto eccellente di musica propria. Anche se gli Stone Broken suonano riff già sentiti, li affrontano con una gran dose di cuore, combattività teatrale e quella incredibile grinta, quella dedizione, da ragazzini. Professionali.
Glenn Hughes resta oggi uno dei musicisti meglio conservati di quella schiera di diamanti grezzi del rock pionieristico che negli anni Settanta rimisero il rock’n’roll in piedi a testa alta e, con intuito musicale, visione e genialità, aprirono al rock e al metal un sacco di orizzonti di sviluppo musicale e di genere. Di Glenn posso dire che, anche a quasi sessantacinque anni, che da un momento all’altro gli peseranno sulle spalle, resta un eterno ragazzo. Sia nell’aspetto che sul palco.
La sua voce ti fa ancora cadere i pantaloni quando vibra con quella risonanza straordinaria. Resta un risvegliatore d’anime appassionato e sensibile e un acrobata vocale senza rivali. Per espressività e potenza vocale, per l’incredibile camaleontismo, per il senso della morbidezza nell’improvvisazione, lo dico senza giri di parole: resta valida l’etichetta di musicista nero intrappolato nel corpo di un bianco. Dal primo all’ultimo secondo passato insieme il concerto è stato un’esperienza che ti ha lasciato di colpo senza parole e a bocca aperta. Hughes resta brillante nell’esecuzione, resta convincente anche perché è un intrattenitore nato e il palco è la sua seconda casa, se non proprio la prima. Di aneddoti divertenti e rivissuti come quelli che ha raccontato tra un pezzo e l’altro quella sera non ce li aspettavamo davvero. Una loquacità simile, agli incontri con Glenn, non me la ricordo.
L’ampio palco del Simm City, che a occhio accoglie un migliaio di spettatori, si è trasformato in un solo attore. Era ovviamente lo straordinario Hughes, che ora si spostava a sinistra con trasporto, ora a destra, tenendo sempre il contatto visivo col pubblico, in particolare con le spettatrici delle prime file. Più volte ha chiesto al tecnico delle luci di puntare le luci bianche sul pubblico, per comunicare meglio con la gente e dire che il suo amore passa sempre dal palco alla sala. Il trio che lo accompagnava ha fatto sì la parte delle comparse assolute, ma i ragazzi, da professionisti rigorosi, hanno offerto a Glenn un supporto eccezionale. Bo alternava una Fender Stratocaster color crema e una Gibson Les Paul dorata (un modello simile di chitarra elettrica lo usava Doug Aldrich nel tour precedente). È chiaro che con la Stratocaster eseguiva i classici dei Deep Purple, mentre la Gibson ruggiva sempre bella grassa quando ci si buttava sulla carriera solista di Hughes e/o sulle mosse di Joe Bonamassa (i pezzi dei Black Country Communion). Bo era piazzato in fondo e durante il concerto non poteva avvicinarsi a Hughes sul bordo del palco. Durante lo show la cosa ha dato un po’ fastidio, perché siamo abituati al riff di chitarra, cuore dell’elementarità rock, sempre in primo piano e al centro dell’attenzione.
Come previsto, l’indiscusso guru e stregone del rock, nella sua nuova visita alla capitale austriaca, si è presentato con i pezzi del nuovo album »Heavy«. Fin dall’inizio ha risuonato la tesa Flow, seguita già nella prima parte da Stumble And Go, e nel bis a completare il quadro è arrivata una delle migliori canzoni dell’album »Resonate«, Heavy. Hughes non ha trascurato nemmeno la parte di carriera segnata dalla collaborazione con Pat Thrall. Così, come aggiunta molto interessante della serata, nel locale è esplosa Muscle And Blood. Il maestro Hughes ha toccato di nuovo i tempi dei Trapeze con la prevista Medusa, mentre dal repertorio del concerto è mancato, quasi in modo scioccante, il classico dei Deep Purple Mistreated, che tutta la sala aspettava in silenzio ma con impazienza per l’intera serata. Al suo posto Glenn ha allungato fino a quattordici minuti pieni il suo ottimo pezzo You Keep On Movin’, che aveva regalato all’album dei Deep Purple »Come Taste The Band«. In apertura ha presentato questo brano come un pezzo scritto con David Coverdale ai tempi prima dell’album »Burn«, ma poi è comparso qualcuno che non ha permesso che finisse su quel disco. Lo stesso »qualcuno« ha insistito che quel pezzo non finisse neppure su »Stormbringer«. Alla fine però è riuscito ad approdare su »Come Taste The Band«. Con il ringraziamento a Tommy Bolin è diventato chiaro che quel »qualcuno« non era nessun altro che, naturalmente, Richie Blackmore. Abbiamo sentito anche due ottimi pezzi d’autore, standard dei concerti di Hughes, Can’t Stop The Flood (album »Building the Machine«) e il fenomenale mix di funk e hard rock Soul Mover (album »Soul Mover«, 2005). Glenn non si è dimenticato nemmeno dei tempi coi Black Country Communion. Così il quartetto ha suonato l’ottima One Last Soul e in chiusura una Black Country velenosamente arruffata. Per il gran finale restava solo una domanda. Stormbringer o Burn? Ci è toccata la seconda e il pubblico del Simm City ha dato di matto per l’ultima volta, perdendo del tutto la testa!
È stato uno di quei concerti che finiscono incredibilmente in fretta, quasi in un attimo. Se un’ora e tre quarti sono volate così, la »colpa« può essere solo dello straordinario Glenn Hughes. Un predicatore rock unico, che a più di sessant’anni suonati sprigiona la potenza di uno stallone ventenne, senza un briciolo di cedimento in energia e vibrazioni. Perfezione esecutiva e acrobazie vocali a cui non ti puoi avvicinare nemmeno di un palmo. In più ha offerto un’eccezionale performance al basso, piena di figure difficilissime. Ce ne sono pochi che raggiungono il suo livello. Qualcuno ce n’è ancora, qualcuno c’è stato, ma fatti di un’altra pasta. Per esempio il compianto John Wetton, Sting e Geddy Lee (Rush). Glenn Hughes resta un velenoso stregone del rock’n’roll che dopo i concerti lascia il pubblico e gli amanti della sua musica pieni di gioia e carichi di energia. E come ha detto lui, è venuto tra noi per poter condividere amore. Le vibrazioni positive sembravano non finire mai e ci hanno riempito ancora per un bel pezzo dopo l’incontro con la celebre leggenda del rock. Speriamo di rivedere Glenn molto presto! Abbiamo vissuto un’altra esperienza indimenticabile e unica con una leggenda del rock!
Scaletta
GLENN HUGHES:
1. Intro
2. Flow
3. Muscle And Blood
4. Gettin’ Tighter
5. Stumble & Go
6. Medusa
7. Can’t Stop the Flood
8. One Last Soul
9. You Keep On Movin’
10. Might Just Take Your Life
11. Soul Mover
12. Black Country
—bis—
13. Heavy
14. Burn
STONE BROKEN:
1. Intro
2. Stay All Night
3. Better
4. Be There
5. Wait For You
6. Just A Memory
7. This Life
8. Not Your Eney
Galleria fotografica






























































