Deep Purple conquistano Zagabria sulla strada verso l’infinito (2017)
Autore: Peter Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: Zagabria / Arena / Croazia
Data del concerto: 16.05.2017
Pubblico: 8000
Prezzo del biglietto: 42,00€ (parterre) / 56,00€ (golden ring)
I leggendari giganti del rock Deep Purple quest’anno sono partiti per il tour ‘The Long Farewell Tour’, che dovrebbe segnare l’inizio del loro addio, dopo aver annunciato che »Infinite« (2017) sarà con ogni probabilità il loro ultimo album. Sulla scena hanno resistito più a lungo di quasi tutti i loro coetanei dell’hard rock, Black Sabbath e Led Zeppelin in testa, quindi è davvero difficile credere che facciano sul serio con questo ritiro annunciato. L’anno prossimo festeggeranno cinquant’anni da quando sono esplosi con il loro primo singolo »Hush« e, se manterranno le promesse, lo faranno nel momento più giusto, dopo aver ottenuto in cinque decenni di rock praticamente tutto quello che c’era da ottenere. Sono i problemi di salute dell’unico membro originale, il batterista Ian Paice, ad averli spinti a chiudere piano piano questa storia di successo, anche se la maggior parte dei fan ovviamente spera ancora che l’anno prossimo ci ripensino. Del resto l’attuale formazione dei Deep Purple, insieme dal 2002, è la più stabile di tutta la loro carriera, quindi non suona nemmeno così assurdo che l’addio di un solo membro di questa line-up possa significare la fine della band leggendaria. Durante il tour in corso sono passati anche dalla capitale dei nostri vicini a sud e, nel loro stile inconfondibile, hanno messo in piedi uno spettacolo indimenticabile.
A scaldare l’atmosfera alla Arena di Zagabria ci hanno pensato per prime le leggende dell’hard rock bosniaco Divlje jagode, guidate dall’indomabile chitarrista Zele Lipovača, che per questa serata si sono portati dietro due ospiti speciali: il cantante di culto Tony Martin (ex-Black Sabbath) e il maestro della chitarra Andy LaRocque (King Diamond, Death). Questi due sono saliti sul palco solo nella parte finale dell’esibizione, quando hanno suonato il catalizzatore di energia »Headless Cross« dall’omonimo album e l’immortale ballad »Dying for Love« da »Cross Purposes« (1994), due classici dei Black Sabbath del periodo con Martin in formazione. Mentre LaRocque ha brillato con la sua chitarra, la voce di Martin non è più quella di una volta: nei ritornelli ha avuto bisogno di un bell’aiuto da parte di Livio Berak, l’attuale cantante dei Divlje jagode. I bosniaci, di buon umore, che hanno raggiunto l’apice della popolarità nell’ultimo decennio della ex Jugoslavia, hanno chiuso lo show con il sempreverde »Motori«, dove Martin si è unito al ritornello in modo non proprio riuscitissimo. Anche se negli anni la sua voce è decisamente calata, i suoi compagni sul palco hanno eseguito con sicurezza entrambi i classici dei Black Sabbath, e più di uno avrebbe voluto sentire qualche pezzo in più di questo periodo ingiustamente dimenticato della leggendaria band. Come curiosità, nel 1987 i Divlje jagode hanno collaborato, nel loro unico disco in inglese, con l’attuale tastierista dei Deep Purple ed ex Rainbow Don Airey.
Dopo i Divlje jagode sul palco sono saliti i canadesi Monster Truck, che giurano su un mix parecchio rumoroso di hard rock, southern rock, blues rock e stoner rock. La band, relativamente giovane e in giro dal 2009, ha suonato con sicurezza i suoi pezzi più rappresentativi, senza però entusiasmare più di tanto, perché gruppi simili ai Monster Truck non mancano mai. A casa loro i canadesi, carichi di energia, sono a quanto pare piuttosto popolari, e la loro musica è finita in parecchi videogiochi famosi, soprattutto quelli a tema hockey, come la celebre serie NHL di Electronic Arts. La maggior parte dei brani è fatta ‘con lo stampino’, così alla lunga tutto ha cominciato a stancare, anche se la mancanza di energia e di grinta, con pezzi suonati con sicurezza, è l’ultima cosa che gli si potrebbe rimproverare. Forse è un po’ curioso che la loro musica contenga anche l’organo Hammond, cosa piuttosto insolita per band di questo tipo.
I Deep Purple hanno sorpreso ancora prima che la band salisse sul palco, perché hanno preparato una scenografia impressionante, con ben tre grandi schermi per ricche proiezioni che accompagnavano l’esecuzione dei vari pezzi. Per prima cosa ci hanno conquistati con la geniale grafica di un iceberg con i volti dei membri scolpiti nel ghiaccio, che era più che evidentemente un omaggio al loro album di culto »Deep Purple in Rock« del 1970. Gli indomabili rocker alla fine sono sfilati sul palco e hanno attaccato a tutta forza con il nuovo pezzo »Time for Bedlam«. Il leggendario cantante Ian Gillan era in splendida forma questa sera, considerati i suoi anni e il fatto ben noto che da tempo non riesce più a cantare brani vocalmente impegnativi come, per dire, »Child In Time«. Altrettanto leggendari, Roger Glover al basso e Paice alla batteria erano di ottimo umore sui loro strumenti, e comunque da anni a loro l’allegria non manca mai. Il virtuoso della chitarra Steve Morse e il mago delle tastiere Don Airey sono ormai da tempo i motori dell’attuale squadra, e l’hanno dimostrato a ogni passo, non solo durante gli assoli epici che ai concerti dei Deep Purple non mancano mai, per tradizione.
I Deep Purple sono tornati in fretta ai ‘bei vecchi tempi’ e ci hanno fatto impazzire con versioni sfrenate dei sempreverdi »Fireball«, »Bloodsucker« e »Strange Kind of Woman«. Quest’ultima era accompagnata sullo sfondo da un ‘video’ relativamente erotico, che ha dato un tocco in più a uno dei loro più grandi successi. Poi è toccato a tre pezzi più recenti, »Johnny’s Band, »Uncommon Man« e la delizia progressive rock »The Surprising«, che per molti è il punto più alto del nuovo album »Infinite«. Gillan, che già dopo il primo pezzo si è tolto la giacca e i suoi occhiali un po’ buffi, questa sera ha tirato fuori più battute del solito e ogni tanto, tra un sempreverde e l’altro, ha ripescato ricordi dei giorni più giovani. »Lazy« è stata, come da tradizione, allungata per bene, stavolta con l’aiuto di un’intro di tastiere pomposa. Dopo due standard moderni, »Birds of Prey« e »Hell to Pay«, è arrivato l’assolo di Airey, che come sempre è stato pieno di piacevolissime sorprese d’improvvisazione, seguito dal passaggio trionfale al classico »Perfect Strangers« dall’omonimo album della ‘reunion’. Stavolta, curiosamente, l’assolo di Morse non c’era, ma non ne ha sentito la mancanza nessuno, perché ha avuto più che abbastanza occasioni per mostrare le sue ammirevoli doti da virtuoso.
Riuscitissima, quella sera, anche la sempre spericolata »Space Truckin’«, con Gillan che ha spremuto fuori tutti gli ‘atomi’ vocali disponibili, mentre il culmine e la chiusura della parte regolare del concerto sono stati, come c’era da aspettarsi, il più grande successo dei Deep Purple, »Smoke on the Water«. Sullo sfondo era accompagnata da proiezioni pittoresche e quasi commoventi: Frank Zappa, il fumo sopra il lago di Ginevra, la sala in fiamme e l’immagine del foglio con il testo di questo grande successo scarabocchiato in fretta e furia. Il bis non si è fatto aspettare a lungo, perché questa è una band che coi fan non ha mai giocato a ‘nascondino’, anzi ha sempre apprezzato moltissimo il suo pubblico fedele e ha sempre saputo ricompensarlo come si deve. I Deep Purple sono tornati sul palco con la sempre impegnativa »Highway Star«, da cui Gillan se l’è cavata piuttosto bene, mentre »Hush«, il loro primo successo, è stata anche stavolta l’unico pezzo dei rari periodi della loro storia in cui al microfono non c’era Gillan. Per il finale è arrivato un po’ a sorpresa l’assolo di Glover, con improvvisazioni al basso, e poi il classico che ci si aspettava, »Black Night«, che ha messo il sigillo al concerto dei Deep Purple a Zagabria in modo davvero riuscito.
Per tanti presenti alla Arena di Zagabria è stato un peccato che il concerto di questi rocker indistruttibili, tra i classici sempreverdi e irripetibili dei Deep Purple, sia volato via in un lampo: i vecchi maestri hanno dimostrato ancora una volta di non avere rivali quando si tratta di creare un’atmosfera da concerto fuori dal comune. Per tutto lo show i Deep Purple hanno riempito il palazzetto di un’energia positiva pazzesca, tanto che perfino chi scrive, seguendo il loro concerto, è quasi guarito, dopo aver passato una brutta influenza e aver lottato per tutto il tempo con un caldo insopportabile. I Deep Purple hanno confermato ancora una volta di far parte dell’élite di quelle band la cui musica ha un effetto curativo su corpo e anima e che è meglio vivere ‘dal vivo’. Una volta, all’inizio degli anni Settanta, erano considerati la migliore live band del mondo e anche adesso, dopo quasi cinque decenni, sotto questo aspetto pochissimi loro coetanei riescono ad avvicinarsi. L’impianto audio è stato più che decente per tutto il concerto, quindi anche su questo fronte non c’è nessun motivo di muovere critiche. Tra i grandi successi dell’era classica quella sera sono mancati solo »Speed King« e, per ovvi motivi, »Child In Time«, mentre di grandi sorprese, a parte forse »Bloodsucker«, stavolta non ce ne sono state. Tra i pezzi più recenti, con l’accento su »Infinite« e sul predecessore »Now What?!« (2013), hanno scelto alcune delle cose migliori, così nessuno si è lamentato che ce ne fossero troppi. Il vecchio è stato unito al nuovo con grande successo, per quanto riguarda la scelta dei brani, mentre i ‘vecchi gatti’ traboccavano di energia vitale, tanto che è difficilissimo rassegnarsi all’idea che il tour in corso sia con ogni probabilità l’ultimo.
Scaletta
DIVLJE JAGODE:
1. Let na drugi svijet
2. Divlje jagode
3. Želim da te imam
4. Ciganka
5. Kap po kap
6. Headless Cross (cover dei Black Sabbath)
7. Dying for Love (cover dei Black Sabbath)
8. Motori
MONSTER TRUCK:
1. Why Are You Not Rocking?
2. Old Train
3. Don’t Tell Me How to Live
4. The Enforcer
5. She’s a Witch
6. For the Sun
7. Sweet Mountain River
8. The Lion
2. Fireball
14. Smoke on the Water
15. Highway Star
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