Il duo Halvorson / Fujiwara scalda il terzo giorno del Jazz Cerkno 2017!

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Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik

Luogo: Cerkno / Glasbena šola / Slovenia
Data del concerto: 20.05.2017
Numero di spettatori: 150
Prezzo del biglietto: 8,00€

L’ultimo giorno della 22ª edizione del Jazz Cerkno è arrivato all’insegna di un imprevisto meteo poco gradito. Anzi, di uno solo: una valanga di pioggia, dalle prime luci del mattino fino a sera, praticamente tutto il santo giorno. Dopo un lauto pranzo preparato dalla mano abile e fantasiosa di Dario Cortese, innaffiato con qualche giro di birra di frumento Stiegl, per rimettere in sesto il sangue e mettere un po’ di terra sotto i piedi, e completato con una dose bella robusta di grappa alla calaminta (la calaminta comune, nome latino Calamintha menthifolia),  dove altro se non nel nostro quartier generale di Cerkno, il bar Gabrijel, è arrivato il momento di avviarsi verso la scuola di musica. Una passeggiata breve, insomma. Le cinque del pomeriggio stavano per scoccare. Lì, infatti, era annunciato il concerto di un duo dalla reputazione interessante: la chitarrista Mary Halvorson e il batterista Tomas Fujiwara. Nonostante i cognomi, sono entrambi cittadini statunitensi. Mary è considerata una chitarrista particolare, con uno stile tutto suo. A modo suo e in modo inconfondibile ha fuso elementi jazz e neoclassicismo in un impasto espressivo eclettico. Chitarrista molto richiesta, che però collabora soprattutto con Marc Ribot nei suoi progetti e nelle sue formazioni. Il batterista Tomas Fujiwara è sempre attivo in mille progetti diversi, ma è noto soprattutto per la solida collaborazione con il trombettista Taylor Ho Bynum.

La sala era ben piena. Ci aspettava un’oretta di delizie musicali di origine unica. E così è stato. Mary Halvorson suona una chitarra modificata ad hoc, con sul bordo del corpo un dispositivo che ricorda un Floyd Rose. Dietro il ponte le corde vanno dritte fino al bordo del corpo e sono fissate a quell’aggeggio. Quando la ragazza sfiora le corde con il palmo della mano, queste si piegano, il suono si deforma, e Mary amplifica l’effetto usando allo stesso tempo i pedali, wah-wah compreso. È circondata da pedali, e usa a piene mani anche l’echo delay. Mary ha suonato i suoi pezzi originali, a tratti sviluppando una trama armonica ricchissima, senza dimenticarsi di seguire diligentemente le righe dello spartito. Il suo stile è davvero particolare. A prima vista verrebbe da pensare che sia »scappata« dalla scuola chitarristica di Fripp. Le sue forme atonali ricordano a tratti il melos che Robert Fripp porta nelle sue creazioni, e di conseguenza non sfugge nemmeno l’artismo dei grandi King Crimson: si tratta insomma di un impasto eclettico di elementi jazz e figure neoclassiche. Per questo la nota di musicalità e di forme motiviche compatte è onnipresente. Nessuna frammentazione! Mary sfrutta spesso anche le successioni di accordi dal suono aperto, con cui costruisce una musicalità interessante, che sorprende piacevolmente grazie alle soluzioni atonali che ogni tanto saltano fuori.

In tutto questo Tomas Fujiwara ha trovato un’enormità di spazio per innestare a pieno sangue ogni sorta di melodie e di trucchi, tra improvvisazioni sconfinate e idee a raffica sui tamburi. Sempre all’erta, si è mostrato anche come un musicista di grande finezza, capace di adattarsi con una morbidezza incredibile alle forme espressive guida della musica composta da Halvorson.  L’incontro con i due musicisti è stato breve ma intenso. È finito prima ancora di cominciare, tanto era coinvolgente l’esperienza musicale che ci hanno regalato.

Lo spettacolo è stato accompagnato da un applauso fragoroso e da un entusiasmo generale che non voleva proprio spegnersi. Il duo è tornato per il bis d’obbligo, poi ha salutato definitivamente. Ma solo fino alle nove e mezza di sera dello stesso giorno: Tomas Fujiwara e Mary Halvorson formano infatti metà del Tomeka Reid Quartet, quindi con i due musicisti ci siamo rivisti più tardi, sempre quel giorno. Con ruoli un po’ diversi.

Poi siamo andati a vedere la mostra fotografica di Žiga Koritnik, che Žiga in persona ci ha guidato a visitare al primo piano della scuola di musica, e subito dopo è arrivato l’assalto, ormai attesissimo, al palco del festival. Ma guarda un po’. Dalla direzione dell’hotel arrivava il suono di un concerto. Qualcuno stava già suonando. L’orologio si avvicinava pericolosamente alle sette di sera, anzi le sette erano già passate da un pezzo. Nell’atrio dell’hotel, proprio davanti all’ingresso coperto da una tettoia, suonavano i Neseseri Kakalulu. Ce li aveva spinti il maltempo. Ma questo è già materiale per il prossimo reportage, che racconterà anche il resto del programma del terzo giorno del festival.

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