Deep Purple conquistano Zagabria lungo la strada verso l’infinito (2017)

foto: ALEŠ PODBREŽNIK 2017
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Luogo: Zagabria / Arena / Croazia
Data: martedì, 16.05.2017


I leggendari giganti del rock Deep Purple quest’anno sono partiti per il tour ‘The Long Farewell Tour’, che dovrebbe segnare l’inizio del loro addio, dopo aver annunciato che »Infinite« (2017) sarà con ogni probabilità il loro ultimo album. Sulla scena hanno resistito più a lungo di quasi tutti i loro colleghi dell’hard rock, Black Sabbath e Led Zeppelin in testa, quindi è francamente difficile credere che facciano sul serio con questo annunciato ritiro. L’anno prossimo festeggeranno cinquant’anni da quando si sono affacciati sulla scena con il loro primo singolo »Hush« e, se manterranno la parola, lo faranno nel momento più azzeccato, dopo aver raggiunto in cinque decenni di rock praticamente tutto ciò che c’era da raggiungere. A spingerli a chiudere piano piano una storia di successo sono i problemi di salute dell’unico membro originale rimasto, il batterista Ian Paice, anche se la maggior parte dei fan ovviamente spera ancora che l’anno prossimo ci ripensino. Del resto l’attuale formazione dei Deep Purple, insieme dal 2002, è la più stabile di tutta la loro carriera, quindi non sembra nemmeno così assurdo che l’uscita di scena, o il ritiro, di un solo membro di questa line-up possa significare la fine della celebre band. Durante il tour in corso hanno fatto tappa anche nella capitale dei nostri vicini meridionali e, nel loro stile inconfondibile, hanno messo in piedi uno spettacolo live indimenticabile.

A scaldare l’atmosfera alla Arena di Zagabria ci hanno pensato per primi gli hard rocker bosniaci Divlje jagode, guidati dall’indomabile chitarrista Zele Lipovača, che per questa serata si sono portati dietro due ospiti speciali: il cantante di culto Tony Martin (ex-Black Sabbath) e il maestro della chitarra Andy LaRocque (King Diamond, Death). I due li hanno raggiunti sul palco solo nella parte finale dell’esibizione, quando è partito il catalizzatore di energia »Headless Cross«, dall’omonimo album, insieme alla ballata immortale »Dying for Love« da »Cross Purposes« (1994), due classici dei Black Sabbath del periodo con Martin in formazione. Mentre LaRocque brillava con la sua chitarra, la voce di Martin non è più quella di una volta e nei ritornelli ha avuto bisogno di un bell’aiuto da parte di Livio Berak, l’attuale cantante dei Divlje jagode. I campioni dell’hard rock bosniaco, di ottimo umore, che hanno toccato il picco di popolarità nell’ultimo decennio della ex Jugoslavia, hanno chiuso il set con l’evergreen »Motori«, dove anche Martin si è unito al canto sul ritornello, con risultati non proprio riuscitissimi. Anche se negli anni la sua voce è calata parecchio, i suoi compagni di palco hanno eseguito entrambi i classici dei Black Sabbath con sicurezza, e in tanti avrebbero voluto sentire qualche pezzo in più di quel periodo ingiustamente dimenticato della leggendaria band. Come curiosità, vale la pena ricordare che nel 1987, nel loro unico disco in inglese, i Divlje jagode hanno collaborato con l’attuale tastierista dei Deep Purple ed ex Rainbow Don Airey.

Dopo i Divlje jagode sul palco sono saliti i canadesi Monster Truck, che puntano su un mix piuttosto rumoroso di hard rock, southern rock, blues rock e stoner rock. La band, relativamente giovane e in giro dal 2009, ha suonato con sicurezza i suoi pezzi più rappresentativi senza però entusiasmare più di tanto, perché gruppi simili ai Monster Truck non mancano mai. I canadesi, carichi di energia, a quanto pare in patria sono abbastanza popolari e la loro musica è finita in parecchi videogiochi di successo, soprattutto in quelli a tema hockey come la popolare serie NHL di Electronic Arts. La maggior parte dei loro brani è fatta ‘con lo stampino’, tanto che a un certo punto tutto ha cominciato a diventare un po’ noioso, anche se mancanza di energia e di impegno è l’ultima cosa che si potrebbe rimproverare loro, vista la sicurezza con cui hanno suonato. Forse è un po’ curioso che nella loro musica ci siano anche gli organi Hammond, cosa abbastanza insolita per band di questo tipo.

I Deep Purple hanno stupito ancora prima che la band salisse sul palco, con una scenografia impressionante e ben tre grandi schermi per le ricche proiezioni che accompagnavano i singoli brani. Per cominciare ci hanno conquistati con l’idea grafica di un iceberg con i volti scolpiti dei membri della band, un omaggio più che evidente al loro album di culto »Deep Purple in Rock« del 1970. Alla fine questi rocker inossidabili sono entrati in scena e hanno attaccato a tutto volume con un pezzo nuovo, »Time for Bedlam«. Il leggendario cantante Ian Gillan era in forma smagliante, se si considerano la sua età e il fatto ben noto che da tempo non riesce più a cantare i pezzi vocalmente più impegnativi come »Child In Time«. Altrettanto leggendari, Roger Glover al basso e Paice alla batteria erano di ottimo umore sui loro strumenti, e del resto a loro la voglia di divertirsi non manca da anni. Il virtuoso della chitarra Steve Morse e il mago delle tastiere Don Airey sono ormai da tempo i motori dell’attuale squadra, e l’hanno dimostrato a ogni passo, non solo nei soli epici che ai concerti dei Deep Purple da tradizione non mancano mai.

I Deep Purple sono tornati in fretta ai ‘bei vecchi tempi’ e hanno esaltato tutti con versioni sfrenate degli evergreen »Fireball«, »Bloodsucker« e »Strange Kind of Woman«. Quest’ultima era accompagnata sullo sfondo da un video piuttosto erotico, che ha dato un tocco in più a uno dei loro più grandi successi. Poi è toccato a tre brani più recenti, »Johnny’s Band, »Uncommon Man« e la prelibatezza progressive rock »The Surprising«, che per molti rappresenta il vertice del nuovo album »Infinite«. Gillan, che già dopo il primo pezzo si è tolto la giacca e i suoi occhiali un po’ buffi, quella sera ha sparato qualche battuta più del solito e ogni tanto, tra un evergreen e l’altro, si è lasciato andare ai ricordi dei tempi giovani. »Lazy«, come da tradizione, è stata allungata per bene, stavolta con l’aiuto di un’intro di tastiera pomposa. Dopo due standard moderni, »Birds of Prey« e »Hell to Pay«, è arrivato l’assolo di Airey, che come sempre era pieno di piacevolissime sorprese improvvisate, seguito dal passaggio trionfale al classico »Perfect Strangers«, dall’omonimo album della ‘reunion’. Curiosamente, stavolta non c’è stato l’assolo di Morse, ma non l’ha rimpianto nessuno, visto che ha avuto più che abbastanza occasioni per sfoggiare le sue virtù da virtuoso, degne di ammirazione.

Quella sera è riuscita benissimo anche la sempre spericolata »Space Truckin’«, con Gillan che ha spremuto fuori ogni ‘atomo’ vocale disponibile, mentre il culmine e la chiusura della parte regolare del concerto, come ci si aspettava, sono stati affidati al più grande successo dei Deep Purple, »Smoke on the Water«. Sullo sfondo scorrevano proiezioni pittoresche e quasi commoventi di Frank Zappa, del fumo sul lago di Ginevra, della sala in fiamme e del foglio con il testo di questa grande hit scarabocchiato in fretta. Il bis non si è fatto attendere a lungo: questa è una band che con i fan non ha mai giocato a ‘nascondino’, ma ha sempre apprezzato moltissimo il suo pubblico fedele e ha saputo ricompensarlo come si deve. I Deep Purple sono tornati sul palco con »Highway Star«, sempre ostica per la voce, da cui Gillan se l’è cavata piuttosto bene, mentre »Hush«, il loro primo successo, è stata anche stavolta l’unica esecuzione dei rari periodi della loro storia in cui al microfono non c’era Gillan. Per il finale è arrivato l’assolo di basso di Glover, con le sue improvvisazioni, un po’ a sorpresa, e il classico »Black Night«, più o meno atteso, che ha suggellato con successo il concerto dei Deep Purple a Zagabria.

A tanti dei presenti alla Arena di Zagabria è dispiaciuto che il concerto di questi rockettari indistruttibili, tra una goduria e l’altra sugli evergreen irripetibili dei Deep Purple, sia volato via in un lampo: i maestri della musica, rodati come pochi, hanno confermato ancora una volta di non avere rivali quando si tratta di creare un’atmosfera da concerto fuori dal comune. Per tutta l’esibizione i Deep Purple hanno riempito la sala di un’energia positiva pazzesca, tanto che perfino chi scrive, mentre li guardava, è quasi guarito, dopo aver combattuto con un brutto virus e con un caldo asfissiante per tutto il tempo. I Deep Purple hanno confermato ancora una volta di far parte dell’élite di quelle band la cui musica ha un effetto curativo su corpo e anima e che vanno vissute ‘dal vivo’. Un tempo, all’inizio degli anni Settanta, erano considerati la miglior live band del mondo e ancora oggi, dopo quasi cinque decenni, da questo punto di vista pochissimi loro colleghi possono avvicinarsi. L’impianto audio è stato più che decente per tutto il concerto, quindi anche da questo lato non c’è alcun motivo di lamentarsi. Tra i grandi successi dell’era classica quella sera sono mancati solo »Speed King« e, per ragioni comprensibili, »Child In Time«, mentre grosse sorprese, a parte forse »Bloodsucker«, stavolta non ce ne sono state. Tra i pezzi più recenti, con l’accento su »Infinite« e sul predecessore »Now What?!« (2013), hanno scelto alcune delle cose migliori, così nessuno si è lamentato che ce ne fossero troppi. Il vecchio e il nuovo sono stati uniti con grande successo nella scaletta, mentre i ‘vecchi gatti’ traboccavano di energia vitale, tanto che è davvero dura rassegnarsi all’idea che il tour in corso sia con ogni probabilità l’ultimo.

autore: Peter Podbrežnik
foto: Aleš Podbrežnik

DIVLJE JAGODE:
1. Let na drugi svijet
2. Divlje jagode
3. Želim da te imam
4. Ciganka
5. Kap po kap
6. Headless Cross (cover dei Black Sabbath)
7. Dying for Love (cover dei Black Sabbath)
8. Motori

MONSTER TRUCK:
1. Why Are You Not Rocking?
2. Old Train
3. Don’t Tell Me How to Live
4. The Enforcer
5. She’s a Witch
6. For the Sun
7. Sweet Mountain River
8. The Lion

DEEP PURPLE:
1. Time for Bedlam
2. Fireball
3. Bloodsucker
4. Strange Kind of Woman
5. Johnny’s Band
6. Uncommon Man
7. The Surprising
8. Lazy (intro di tastiera)
9. Birds of Prey
10. Hell to Pay
11. Keyboard Solo (Don Airey)
12. Perfect Strangers
13. Space Truckin’
14. Smoke on the Water
—bis—
15. Highway Star
16. Hush
17. Bass Solo (Roger Glover)
18. Black Night


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