Rock Of Ages 2017: il secondo giorno del festival!
Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: Seebronn / Festivalgelände / Germania
Data del concerto: 29.07.2017
Presenze: 5000
Prezzo del biglietto: 109,00€ (abbonamento di tre giorni)
Eccoci. Il secondo giorno dell’edizione di quest’anno del Rock of Ages festival ha portato sul palco nove band, e a spalancare il programma alle undici e mezza sono stati gli heavy/hard rocker tedeschi Sons of Sounds. Si tratta di un trio formato dai fratelli Roman, Johann e Hubert Beselt. Anche se l’ora era ormai »normale« per godersi i concerti, questo set me lo sono saltato lo stesso. Però il casino sotto il palco si sentiva benissimo fin dentro la tenda al campeggio, e da lì si capiva che i Sons of Sounds mescolano in pratica la vecchia scuola hard rock con qualche frase decisamente da classifica. La band, in giro dal 2006, si è dimostrata una scelta azzeccatissima per far cominciare a prendere forma i veri contorni stilistici e sonori del secondo giorno. Vecchia scuola in tempi nuovi, insomma. Dopo la chiusura dei leggendari art rocker canadesi Saga, la band ha fatto un altro set, sotto l’enorme tendone dove, in mezzo al campeggio, stavano il ristorante e il bar. Lì c’era spazio abbastanza per montare anche un palchetto più piccolo. I tedeschi pensano a tutto e organizzano tutto! Soprattutto in questo secondo set della stessa giornata i Sons of Sounds hanno suonato fino alle prime ore del terzo giorno di festival, sparando un’intera valanga di cover di classici hard rock e heavy metal, con qualche simpatica sbavatura, più che altro figlia dell’enorme impegno del trio, che non faceva che confermare quanto la band volesse regalare al pubblico un divertimento totale con il suo repertorio.
Già il secondo nome in scaletta può vantare una storia molto più movimentata. Soprattutto agli inizi. Sono i veterani britannici dell’AOR Dare, guidati dal cantante e polistrumentista (conosciuto soprattutto come ex tastierista dei Thin Lizzy, ha dato una mano anche a Ten e Asia) Darren Wharton. Finalmente all’autore di questa recensione si è avverato il desiderio di vedere il concerto del gruppo tutto d’un fiato, senza sovrapposizioni con un altro artista, come era successo l’anno scorso con l’esibizione dei Dare al Bang Your Head festival. Alla fine degli anni Ottanta questa band ha pubblicato il cult indimenticabile del suo debutto in studio, »Out of the Silence«, che ancora oggi è considerato un piccolo capolavoro e un manuale di AOR. I Dare, però, hanno tenuto le munizioni di quell’album per la fine dello show. A Wharton fa compagnia lo straordinario virtuoso della chitarra Vinnie Burns che, rispetto all’esibizione dell’anno scorso al Bang Your Head e a tre anni fa, quando lo abbiamo visto al Frontiers Rock festival (nell’unico ed esclusivo concerto del progetto Three Lions), ha perso qualche chilo di troppo. Il tipo, che così ha ritrovato agilità sul palco, ha brillato come previsto con la sua meccanica di precisione manuale, che non l’ha lasciato a piedi nemmeno per un attimo. Wharton con gli occhiali da sole, che si è tolto solo di rado durante lo show, con il supporto della sua squadra di natura estremamente allegra e di ottimo umore, ha comunicato con il pubblico a colpi di sguardi per tutto il tempo, distribuendo sorrisi e sprigionando buone vibrazioni. La band ha aperto il concerto con il brano Sea of Roses (dall’album »Beneath the Shining Water«, 2004), nella prima parte dello show ha sparato tre pezzi del nuovo album »Sacred Ground«, cioè Home, I’ll Hear You Pray e Days of Summer, e più o meno a metà concerto si è inchinata anche alla figura e all’opera dei Thin Lizzy con la cover del classico Emerald. Quest’ultimo i Dare lo hanno eseguito in versione quasi da ballad e semi-acustica. Non hanno nemmeno dimenticato il loro secondo album in studio »Blood From Stone«, da cui sono risuonate Wings of Fire e We Don’t Need A Reason, per poi arrivare, come detto, al gran finale con il tris da »Out of the Silence«, un gioiello dietro l’altro, a partire dalla vorace Abandon, poi Into the Fire e infine Return the Heart. Wharton in una forma vocale bellissima e solida, Vinnie resta Vinnie – il grande eroe della chitarra, e il resto del gruppo, cioè il bassista Nigel Clutterbuck, il batterista Kev Whitehead e il tastierista Marc Roberts, ha fatto egregiamente la sua parte. Un meraviglioso momento di nostalgia per tutti gli amanti dell’AOR al festival, insomma.
Il nome successivo l’ha annunciato il pubblico stesso. Be’, qualcuno in mezzo alla folla, che ha cominciato a scandire: »Oli, Oli, Oli…!« E chi altri se non Oliver Hartmann con la sua band Hartmann. Oliver non è mica un pivello. È un cantante e chitarrista eccellente, nonché un compositore molto abile. In passato ha regalato i suoi talenti a formazioni come, tra le altre, Edguy e Helloween, e all’edizione dell’anno scorso del Rock Of Ages festival era sul palco come uno dei due chitarristi principali dello show degli Avantasie. Tra il 1999 e il 2002 è stato nella formazione degli At Vance, e poi, da incredibile stakanovista, porta in giro anche la tribute band ai Pink Floyd Echoes. E come se non bastasse, con una sfilza di ottimi dischi di rock melodico sotto il nome Hartmann ha solo confermato il suo valore artistico. Anche il suo show è andato così. Oliver ha suonato con la band soprattutto il materiale originale degli Hartmann. Per gran parte della durata il ruolo centrale se l’è preso ovviamente Oliver, e non solo con la sua voce bellissima, leggermente rauca e incredibilmente compatibile con il dossier del rock melodico, ma anche con la maggior parte degli assoli, che ha piazzato ovviamente nei passaggi mid-eight. Il resto del trio, formato dal batterista Markus Kullman, dal bassista Armin Donderer e dal chitarrista Mario Reck, con la sua bravura gli ha coperto le spalle con maestria per tutto il tempo. Si sono alternati per lo più pezzi dell’attuale nuovo album in studio »Shadows And Silhouettes« (2016), cioè: Irresistible, High On Yiou, poi il singolo Whern Your Mama Was A Hippie. Letting Go e quelli più vecchi, Don’t Give Up you Dream, After the Love Is Gone e Listen to Your Heart. Per le tastiere la band si è affidata a una base preregistrata. Per l’ultimo pezzo Oliver ha lasciato spazio a Mario Reck, che ha mostrato di che pasta è fatto questo chitarrista. Fino a quel momento Reck aveva fatto diligentemente e tranquillamente la comparsa, poi in un lungo assolo si è scatenato tirando fuori un paio di escursioni chitarristiche incredibili, che richiedono ovviamente una bella dose di allenamento e di prove. Insomma, uno show bellissimo e di altissimo livello!
L’esibizione dei Fair Warning valeva come una specie di attrazione di tutto il festival, perché per uno che vive ai piedi delle Alpi, e per giunta sul versante soleggiato, questa band è difficilissima da beccare sui palchi europei. Quando organizzano dei concerti, questi sono in posti molto a nord. Lì dove stanno città come Hannover, Berlino,… E non solo. La band è in realtà enorme in Giappone, dove fa regolarmente tournée in locali che si possono riempire anche con migliaia di persone. Una delle ultime tournée in Giappone i Fair Warning l’hanno fatta quest’aprile, con una parte consistente del repertorio composta dai classici dei primi tre album, registrati di nuovo e usciti l’anno scorso sull’album »Pimp Your Past«. I Fair Warning sono un quartetto che fin dall’inizio suona con la stessa formazione: Tommy Heart (voce), Helge Engelke (chitarra), Ule W. Ritgen (basso) e C.C. Behrens (batteria). Sul palco del Rock Of Ages i Fair Warning sono saliti in versione un po’ allargata. Con un chitarrista e un tastierista in più. Per dare una mano dal vivo hanno arruolato l’ottimo chitarrista Niklas Turmann, di cui avevamo ammirato il talento anche nell’ultima visita di Uli Jon Roth a Velden in Carinzia (Turmann ha messo la firma anche su qualche assolo), e il tastierista Torsten Lüderwaldt. I due aiutano la band dal vivo ormai da quattro anni, e così funzionano in modo magistrale anche le armonie vocali a più voci. La band ha messo in piedi uno show eccellente, con l’attenzione catalizzata ovviamente dal carismatico Tommy Heart, che sta nella lega dei grandi cantanti come Steve Lee dei Gotthard (purtroppo scomparso troppo presto) e Jon Bon Jovi. Uno spettacolo dinamico. Helge Engelke, il chitarrista con uno dei nomi più buffi della scena rock, ovviamente con la sua celebre chitarra fatta a mano dall’aspetto futuristico! Caratteristiche sonore ottimali. Brani che sul palco funzionano alla grande. Come detto. Una revisione della prima era. Hanno attaccato subito con Angels of Heaven (dall’EP omonimo uscito nel 1996), poi sono arrivate: Save Me e I’ll Be there (entrambe dall’album »Go!«), da »Rainmaker« hanno suonato Burning Heart, Desert Song, Don’t Give Up, Get a Little Closer (il pezzo di chiusura), Pictures of Love, Rain Song, e dall’album »Fair Warning« i brani Hang On, Longing for Love, One Step Closer, Out on the Run e When Love Fails. Un concerto eccellente di una band fantastica. Dato tutto, con una sicurezza e una fiducia in sé incredibili. Con questo show la band ha portato al Rock of Ages in pratica l’unico concerto europeo estivo di quest’anno, in esclusiva! Prima o poi bisognerà assolutamente beccarli in qualche club!
Il quinto nome del secondo giorno di festival è salito sul palco alle quattro meno cinque del pomeriggio. Erano gli Hardline, che dei membri originali oggi hanno solo il cantante Johnny Gioeli. Grazie al suo slancio e al suo entusiasmo gli Hardline sono tornati attivi, e tra il 2009 e il 2016 hanno messo in fila tre nuovi album in studio, tra cui quello attuale »Human Nature« e il suo predecessore »Danger Zone« sono più che solidi, se non addirittura molto buoni. La band oggi è molto cambiata nella formazione. Alla chitarra c’è il portoricano Josh Ramos, che già nel 2002 aveva offerto a Gioeli i suoi servigi per l’album degli Hardline »II«. Alle tastiere c’è il versatile Alessandro Del Vecchio, dietro la batteria siede l’attuale batterista dei Primal Fear Francesco Jovino, e al basso avrebbe dovuto suonare Anna Portaluppi, che per l’occasione è stata sostituita da un altro bassista, di cui non sono proprio riuscito a cogliere il nome. Insomma. Oltre ai pezzi dell’album attuale »Human Nature«, la band ha portato per buona parte del repertorio i brani del cult d’esordio »Double Eclipse« (1992). Incredibile, ma quasi tutto l’album se lo sono sbrigato in meno di un’ora di concerto. Si sono susseguite Dr. Love, Everything, Hot Cherie, I’ll Be There, In the Hands of Time, Life’s a Bitch, Rhythm from a Red Car, Takin’ Me Down. Un sogno a occhi aperti per chi ama quest’album e la band. Naturalmente non c’era da aspettarsi altro che una nuova prova superlativa di Johnny Gioeli, che, come l’anno scorso, quando era qui con Axel Rudi Pell, era di nuovo carico a molla e saltellava da un membro all’altro della band come la pallina di un flipper. Se l’uomo prima dello show avesse ingoiato qualcosa o “tirato” qualcosa (o no), non è chiaro, ma per tutto il concerto era uno scatenato che si sbatteva da tutte le parti. Ha cantato in modo brillante, che poi è la cosa che conta. Una sola cosa dava fastidio. Johnny non si ricorda i testi. Quando a un certo punto ha cominciato ad appoggiarsi quasi teatralmente all’asta del microfono, con un piede su uno dei monitor, a tratti la cosa è diventata persino fastidiosa, finché chiunque con un minimo di attenzione ha potuto scoprire senza problemi che in realtà sbirciava dei fogli incollati a terra, accanto all’asta del microfono. I soldi per un teleprompter, come Judas Priest e Black Sabbath, gli Hardline non ce li hanno. Dr. Love è stato già uno di quei brani con «i versi dimenticati». Del resto, anche dello show degli Hardline non c’era proprio niente di cui lamentarsi. Sono musicisti di primo livello quelli che circondano Johnny, e questo concerto l’hanno portato a casa con grande classe. Nel resto del materiale la band ha suonato anche dal nuovo album, aprendo il concerto con Where Will We Go From Here, per poi proporre la title track del nuovo disco e Take You Home.
I Blues Pills erano tra quelle stranezze del festival che in linea di principio si discostano dalla cornice stilistica generale legata al nome e al carattere dell’evento. Ma questo non vuol dire che non fossero una band super-attraente dal vivo. Anzi, tutto il contrario. I Blues Pills non deludono mai. Il catalizzatore di base e il motore che dà ai loro concerti un voltaggio energetico incredibile e una carica di adrenalina pazzesca è la straordinaria e incredibilmente carismatica cantante Elin Larsson. La band ha fuori solo due album, quindi la scaletta è un mix di entrambi, con più peso sull’attuale »Lady In Gold«. I Blues Pills sono una squadra molto ben rodata. Tutto quello che vedi sul palco è rustico, compreso l’«outfit» della band. E così suona anche il gruppo. Sound retrò. Il più «analogico» possibile, cioè «spogliato» e senza un velo di kitsch o di fronzoli. Quello che vedi è quello che prendi. L’anno scorso il quartetto ha ingaggiato per i concerti Rickard Nygren, che come membro live aggiuntivo suona l’organo Hammond e ogni tanto imbraccia anche la chitarra, tenendo il fondo ritmico soprattutto nei pezzi in cui Dorian Sorriaux è «condannato» agli assoli. Una sonorità elementare e un impasto particolarissimo di vecchia scuola che vive con la generazione dei tempi nuovi. Un mix speciale di elementi di rock psichedelico, vecchio rock ovvero hard rock, decisamente intinto nel blues. Elin ha regnato ancora una volta con la sua ormai proverbiale presenza sul palco, vissuta e sensuale, senza mai restare a corto di «munizioni gutturali» con cui la ragazza ha arrotondato in modo brillante il ricco dossier delle sue improvvisazioni vocali. Quando si annoiava prendeva in mano i «shaker» e il tamburello e si divertiva con quelli, per il resto cantava come posseduta dallo spirito di una cantante nera, e con la sua forte presenza scenica, la sua interpretazione e il suo coinvolgimento riusciva non di rado a evocare anche lo spirito senza tempo della compianta Janis Joplin. In poco meno di un’ora si sono susseguiti i brani seguenti: Lady in Gold , Black Smoke, Elements and Things (cover di Tony Joe White), You Gotta Try, High Class Woman, Somebody to Love (cover dei Jefferson Airplane) e la chiusura, particolarmente carica e contagiosa, Devil Man. Un’ottima scelta per finire. I Blues Pills quel giorno non hanno sicuramente lasciato indifferente nessuno al festival. Questa è una band che porta sempre uno show a pieno sangue. Il gruppo non ero riuscito a vederlo al Mrtaldays festival di Tolmino due giorni prima del loro arrivo al Rock Of Ages, proprio per via della sovrapposizione di date. Per fortuna sono arrivati, come l’autore dell’articolo, anche loro a Seebronn. La band avrebbe dovuto suonare a metà marzo di quest’anno a Trieste, ma ha cancellato il concerto perché in quel periodo Elin si era ammalata. Speriamo che si facciano perdonare presto con un concerto «di recupero» a Trieste! Insomma, uno spettacolo super.
I Pretty Maids, leggendari hard rocker danesi che lo scorso novembre hanno pubblicato il loro ultimo album in studio »Kingmaker«, con l’arrivo al Rock of Ages festival sono stati beccati da RockLine sui palchi per la terza volta solo quest’anno. Due volte durante la tournée europea di inizio primavera, quando aprivano i concerti dei Gotthard. I Pretty Maids restano una costante dei palchi. Di recente si sono rinforzati con il musicista svedese Chris Laney, che si occupa di tastiere e chitarra e canta i cori. Così hanno mantenuto l’aspetto da quintetto, e in questi concerti hanno anche provato un nuovo batterista, il connazionale danese Allan Sørensen, che ai suoi tempi andava a lezione da Mikkey Dee (Scorpions, Motörhead, King Diamond). L’organizzatore del festival è un grande fan di questa band, e i Pretty Maids hanno già suonato più volte sia al BYH sia al ROA. Ronnie, per esempio, l’anno scorso al ROA è salito sul palco come ospite speciale dello show del progetto Avantasia. Be’, visto che parliamo di Ronnie Atkins, va sottolineato che anche questo concerto l’ha fatto di nuovo a un livello alto, dato che da qualche anno si porta dietro il problema che le forze vocali gli vengono meno, o meglio calano piano piano, e questo si sente soprattutto nell’esecuzione delle linee vocali alte. Stavolta Ronnie ha tirato fuori dalla sua voce il massimo possibile. Anche per il resto i Pretty Maids hanno portato un altro show eccellente, in cui hanno sparato il loro repertorio classico. Senza sorprese particolari. Che ha solo confermato che la band suona di continuo. E in tantissimi posti. Per questo anche la forma sul palco è straordinaria. Nel loro set di un’ora si sono quindi susseguiti questi brani: Mother of All Lies, Kingmaker, Back to Back, Red, Hot and Heavy, Yellow Rain, Rodeo, I.N.V.U., Bull’s Eye, Little Drops of Heaven e la chiusura, attesissima da tutti, Future World. I Pretty Maids restano una band che sui palchi non può e non sa deludere.
Poi un’ora e mezza in compagnia degli unici Marillion. Una band di tutt’altra pasta, che si staccava di un miglio da tutti gli altri in programma, e che infatti è entrata nel cartellone del festival come l’unica band rock, diciamo così, «progressive». Oggi possiamo descriverli al meglio come una delle più grandi formazioni art rock che abbiano mai calcato la Terra, eppure restano uno dei segreti musicali meglio custoditi della Gran Bretagna. Hanno infatti una base di fan fedelissima e agguerrita, la cui ossessione sfiora una specie di psicosi, che però non si può paragonare, per dire, alla malata ossessione americana per la «Rush-o-mania». Be’, al Rock Of Ages, a differenza del delirio nelle prime file dell’anfiteatro di Verona, dove li abbiamo visti lo scorso settembre, era tutto tranquillo. I tedeschi sanno cos’è la buona musica e all’arrivo dei Marillion sul palco sono rimasti letteralmente ipnotizzati. Nel momento in cui Steve HOgarth ha camminato placidissimo fino alle scale che portavano al catwalk e si è seduto sui gradini, coprendosi la bocca con l’indice, il segnale per il pubblico che era tutto sotto controllo.
La band ha deciso di suonare per intero l’attuale album in studio “F.E.A.R.” (Fuck Everyone And Run), che è tutto fuorché un boccone musicale facile e richiede tanti ascolti e tanto abbandono, ma una volta che ti entra sotto pelle diventa uno dei tuoi album preferiti. Non c’è che dire. I Marillion hanno sempre portato quel rock con grandi cervelli e messaggi profondi e densi. Il suono che hanno messo in piedi sembrava uscito da una scatolina. Durante il concerto si sarebbe sentito anche l’atterraggio della più piccola mosca. Stessa cosa per l’esecuzione. Tutto era esattamente dove doveva essere. In combinazione con le proiezioni sullo schermo è nata la magia! L’unico peccato è che il concerto non si sia tenuto dopo le nove, quando il palco si sarebbe avvolto del tutto nella notte e i riflettori sarebbero venuti fuori meglio. Nonostante questo, i maestri nel creare e evocare il mistero hanno incantato il palco con la loro grandezza e un perfezionismo insospettabile. Hogarth ha brillato con il suo camaleontismo gutturale, con la sua fragilità, la sua morbidezza, a tratti persino dolcezza, piena di malinconia e di struggimento. Un attimo dopo infuriava come un tuono, e l’atmosfera raggiungeva così una dimensione completamente nuova. «H» è, oltre a tutto questo, anche una specie di attore drammatico. Intanto suona la chitarra, le tastiere, e sul palco aveva uno strumento particolare che ricordava una cetra, anche se di cetre non aveva proprio niente. Mosley di nuovo completamente circondato di piatti, tanto che il tipo da dietro la batteria non lo vedevi. Lo stesso valeva per Mark Kelly, circondato da una pletora di tastiere. Anche Trewavas, oltre al suo splendido e raffinato modo di suonare il basso, ogni tanto doveva dare una mano con delle tastiere extra, mentre Steve Rothery resta sempre un’incredibile combinazione del trio Gilmour-Hackett-Latimer. Il brillante maestro della chitarra ha mostrato ancora una volta che raffinato maestro del tenere le note è, come le modella con un feeling incredibile e ne tira fuori tutta l’espressività, la passione e l’emozione. Malinconia celtica! La chimica che i Marillion costruiscono sul palco è davvero degna di ammirazione. Gli strumenti in equilibrio, e la sensazione è che il quintetto si diverta ancora un mondo a suonare la sua musica e a stare col pubblico, condividendo con lui la sua magia.
Un’ora e mezza era decisamente troppo poco, perché il concerto è volato via in un battito di ciglia. Abbiamo quindi sentito l’intero album »F.E.A.R.«, poi la band ha aggiunto altri due pezzi dal precedente »Sounds That Can’t Be Made«, cioè Power e la title track, e ha chiuso un altro ottimo show con »Afraid Of Sunlight« e il pezzo King.
Il ruolo di punta del Rock of Ages di quest’anno è toccato alla leggendaria band art rock canadese Saga. La Germania è la seconda patria di questo gruppo. Quel ruolo se lo sono consolidato soprattutto dopo il declino commerciale degli anni Novanta, durante i quali nella loro carriera i Saga hanno fatto un solo album davvero brutto (»Pleasure And The Pain«). Quando le cose si sono messe male i Saga sono passati sotto l’ala dell’etichetta tedesca SPV Records e hanno cominciato a infilare una serie di ottimi lavori in studio con cui sono tornati alle loro radici creative di fine anni Settanta e degli Ottanta. Le tournée dei Saga sono state per tutti questi anni una grande costante in Germania, la maggior parte dei concerti era sempre sold out, e la band ha pubblicato quasi regolarmente anche documenti dal vivo di queste sue imprese post-millennio. Be’, quest’anno i Saga hanno dichiarato che chiudono la carriera in modo irrevocabile, e per questo in aprile e maggio hanno già fatto un tour europeo che, per il quarantesimo anniversario di attività, era quindi d’addio. Il loro show al Rock of Ages è dunque in pratica esclusivo e, di fatto, l’ultimo concerto storico suonato sul suolo del vecchio continente europeo (Che diavolo, quanto è lontano ormai quel Čakovec del 1982?).
La band ha preparato per questo show un’ottima scaletta, molto cambiata rispetto alla loro esibizione dell’anno scorso, sempre al Rock Of Ages festival, solo che allora non erano headliner. Così i Saga hanno confezionato un repertorio con una forte appoggiatura ai loro giorni classici, soprattutto ai primi tre album in studio: »Saga«, »Images At Twilight« e »Silent Knight«. Hanno toccato per forza anche l’album »Worlds Apart« con i tre classici Wind Him Up, Time’s Up e On the Loose (nessuno dei quali può mancare in scaletta), hanno sorpreso con l’inserimento del brano Take A Chance da »Behavior«, mentre i pezzi dell’album »Heads Or Tales«, con l’eccezione della superiore Scratching the Surface, in cui è passato in primo piano ovviamente il tastierista Jim Gilmour, li hanno tenuti da parte per il bis. Tra i pezzi più recenti la band ha riportato in scaletta dopo tanto tempo brani del leggermente trascurato ma ottimo album »Network« (2004), cioè On the Air Tonight e Keep It Reel, e dall’album »10.000 Days« il brano Book Of Lies. I Saga hanno sorpreso già in apertura, attaccando il concerto proprio con il brano di »Behavior« Take A Chance. Dopo parecchio tempo hanno rimesso in scaletta anche qualche altro classico di “Silent Knight”, come Help Me Out, Someone Should e What’s It Gonna Be?, e accanto a questi non hanno trascurato i fondamentali Careful Where You Step e Don’t Be Late (Chapter 2). Anche l’album »Saga« era rappresentato con più forza nel repertorio. Oltre all’immancabile Humble Stance, i Saga ne hanno tirato fuori altre tre «caramelline», cioè Give ‘Em the Money, How Long e Will It Be You? (Chapter 4), l’ultima delle quali è stata la sorpresa assoluta. »Images At Twilight« ha portato l’immancabile You’re Not Alone e l’ottima Mouse In A Maze. Il pubblico sa i ritornelli a memoria. Soprattutto sui pezzi diventati «popolari», come On the Loose, Don’t Be Late, Wind Him Up, Careful Where You Step, You Are Not Alone, il pubblico mangiava letteralmente in mano al cantante Michael Sadler. Sadler negli anni ha imparato anche un po’ di tedesco, e per un canadese lo pronuncia pure molto bene. Cosa che non faceva che infiammare il pubblico. A metà concerto circa, dal palco è piovuta sul pubblico una grandinata di palloni giganti, con cui si sono «palleggiati» tutti per il resto del concerto. La band, la sicurezza e ovviamente il pubblico. Ian Crichton resta un grande eroe e un acrobata della chitarra unico, senza pari sul pianeta. In tutti questi anni, con la sua unicità, ha impresso un marchio indelebile all’immagine musicale del gruppo. È uno di quei chitarristi da cui nella band tutto cresce (e cade). Anche stavolta non gli mancavano la brillantezza ormai proverbiale, la concentrazione e la precisione da filigrana. È uno dei chitarristi più ingiustamente trascurati dell’era del rock’n’roll. Il ruolo di tastieristi, oltre a Gilmour, l’hanno ricoperto anche Jiim Crichton e Michael Sadler. Gilmour ha coperto di nuovo egregiamente le spalle a Sadler con i suoi cori. Insomma, quella sera a Seebronn i Saga hanno regnato e basta.
Nel primo bis hanno suonato un’ottima The Flyer, che Sadler ha lasciato in gran parte di nuovo al pubblico nel ritornello, seguita come previsto dall'(unico) sempreverde mancante Wind Him Up. Poi la band ha salutato. Sembrava che fosse tutto finito. Dopo una lunga pausa è salito sul palco l’organizzatore Horst Franz, che ha fatto intendere al pubblico che i Saga stavano tornando. Ha chiamato sul palco il batterista Mike Thorne, e solo per nome. Non so cosa stessero rimuginando i Saga nel backstage durante la pausa, ma si sono inventati un fantastico scherzo. Al suo posto è salito sul palco, curioso, Michael Sadler. Mike e Michael, insomma, che differenza fa. Horst ha chiesto ancora il batterista. Sadler ha alzato le spalle ed è tornato nel backstage. Si è presentato Mike Thorne. Poi Horst ha chiamato sul palco il tastierista Jim. Anche stavolta non è arrivato il Jim giusto, ma Jim Crichton, che Horst ha rimandato di nuovo nel backstage. Entrambi sono Jim, d’altronde. Insomma, una trovata geniale per il gran finale. Sul palco il quintetto si è riunito per l’ultima volta e ha attaccato con la sorpresa assoluta della serata, cioè il brano di »Heads Or Tales« Social Orphan, e poi, dopo ben due ore e dieci minuti, ha pronunciato in modo cerimoniale l’ultimo saluto e ha detto addio definitivamente.
Poi Horst è tornato sul palco e ha detto che si sta trattando per far uscire forse un giorno un DVD dei Saga di questo loro ultimo concerto europeo. Ha precisato che le possibilità sono alte e che il management ha già mostrato simpatia per l’idea. Così si è chiuso il secondo giorno. Era carico di una pletora di show di ottime band e, alla lettera, non ci ha lasciato respirare nemmeno un singolo secondo. Ne è rimasto quindi uno, l’ultimo, il terzo giorno del festival!
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