Febbre infernale con Rage e Firewind nel localaccio di Salisburgo (2018)
Autori: Primož Novak, Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: Salisburgo / Rockhouse / Austria
Data del concerto: 10.01.2018
Numero di spettatori: 140
Prezzo del biglietto: 30,00€
Di norma i calendari dei concerti a gennaio sono mezzi vuoti. Be’, quest’anno è partito in modo un po’ diverso: niente pausa live nemmeno nel primo mese del nuovo anno. La prima cosa interessante capitata relativamente vicino alla Slovenia, e che sapeva di metal classico da lontano un miglio, è stata la tappa degli intramontabili heavy metaller di Amburgo Rage, passati dal club Rockhouse di Salisburgo. Il tutto ha guadagnato parecchio in appeal soprattutto perché i Rage si sono portati dietro in questo tour europeo anche i power metaller greci Firewind, dove suona la chitarra il celebre Gus G, noto come ex membro della band di accompagnamento del »principe delle tenebre« (e di una buona burlesque, n.d.r.) Ozzy Osbourne. Così abbiamo trovato il tempo per un salto a Salisburgo.
Alle otto in punto di sera salgono sul palco i revivalisti heavy metal australiani Darker Half. Il quartetto di Sydney, composto da Vo Simpson (voce, chitarra), Simon Hamilton (basso), Dom Simpson (batteria) e Jimmy Lardner-Brown (chitarra), non è affatto un branco di pivelli. Parliamo di una band con un bel po’ di esperienza alle spalle, anche se in Europa, almeno per ora, è un nome meno noto sulla scena metal. In passato ha diviso il palco con Queensryche, Edguy, Sonata Arctica, Dark Funeral, Children of Bodom, Nightwish, Accept, Helloween, Stratovarius e chi più ne ha più ne metta, e ha anche fatto da band di supporto al sostituto temporaneo di Rob Halford nei Judas Priest, Tim »Ripper« Owens, e a due ex cantanti dei Maiden, Blaze Bayley e naturalmente la »piccante leggenda cornuta con qualche problema« Paul »Puta Madre Softić« Di’Anno. Il gruppo ha tre album in studio all’attivo, ma solo quello attuale, »Never Surrender«, è il primo uscito anche sul mercato europeo. L’anno scorso i ragazzi hanno pubblicato anche l’EP »Classified«, e la loro applicazione e il loro impegno li hanno finalmente portati anche davanti agli occhi del pubblico live europeo qui vicino. La band è molto affiatata. Anche la voce di Vo Simmons è piaciuta un sacco: alta, pulita, ben costruita, dominante. Per non parlare dei suoi assoli eccellenti. La band ci ha messo davvero impegno e Vo ha chiacchierato volentieri con il pubblico di Salisburgo. Un bel power metal con una netta impronta musicale e una montagna di finezze old school, una piacevole compattezza e una sicurezza invidiabile in tutto quello che hanno provato a fare. Forse la voce era solo un filo troppo bassa nel mix, ma per il resto i Darker Half hanno servito una piacevole sorpresa come apertura della serata.
Dopo un riscaldamento più che solido con i power metaller australiani Darker Half, il palco era riservato ai Firewind, che vengono dalla Grecia, ma ora hanno in formazione un cantante di origini tedesche e un batterista di origini belghe. Nonostante le dimensioni ridotte del palco della piccola sala del Rockhaus, il quintetto l’ha dominato senza problemi. Nei Firewind spicca ovviamente il rinomato chitarrista Gus G., musicista esperto e di una bravura fuori dal comune, che tra le altre cose ha collaborato per qualche anno anche con Ozzy Osbourne. Già con l’opener Ode to Leonidas, dall’ultimo album Immortals, Gus G. ha dimostrato di essere in gran forma. Certo, Gus G. si è preso più attenzioni di tutti, ma sarebbe ingiusto trascurare gli altri membri, che hanno portato a casa la scaletta con grande sicurezza. L’altro elemento che spicca è Bob Katsionis, che suonava tastiere e chitarra. Non solo ha rinforzato alla grande il sound con i suoi interventi solisti alle tastiere, ma ha dato una mano anche con la chitarra ritmica, e qualche melodia l’ha suonata pure insieme a Gus. La sezione ritmica era solida: per un gruppo power metal avrebbe potuto mostrare qualcosa in più, ma nel complesso ha funzionato bene. L’attuale cantante Henning Basse ha cantato il materiale della band in modo solido; il timbro non è il massimo, ma carisma ed energia aggiungono valore. I Firewind hanno attraversato a grandi linee la propria carriera: oltre alle novità d’obbligo, hanno suonato un pezzo riconoscibile per ogni album, mettendo insieme una specie di best of sensato. Come ciliegina sulla torta, durante l’ultimo brano Gus G. si è fatto una passeggiata tra il pubblico, dove ha regalato un ultimo assolo virtuoso. Nel power metal i Firewind non portano niente di nuovo, il che non significa che non meritino attenzione. La band ha un ottimo senso per la melodia e per i pezzi che ti si attaccano in testa. In più ha una presenza scenica curata, e sull’affiatamento non c’è proprio nulla da dire.
Dopo l’esibizione dei Firewind, il gruppo compatto di teste surriscaldate che era impazzito durante il loro concerto si è sensibilmente decimato. Non se ne sono andati dalle prime file solo per fare due passi: dopo il set si sono sistemati più nelle retrovie della sala, o addirittura se ne sono andati. Il che dimostra che per il pubblico del concerto di Salisburgo la prima attrazione, la vera scelta, questa volta erano i Friewind. Eppure. Siamo comunque sulle cento persone, nel »tunnel« di locale di Salisburgo, che per molti versi ricorda il Viper Room di Vienna, dove, curiosamente, abbiamo visto proprio i Rage nel dicembre 2015, quando nella stessa formazione suonarono dal vivo l’intero album classico »Black In Mind«.
A Peter »Peavy« Wagner, indiscusso capo della band, gli anni si fanno sentire un po’ solo sulla voce, che con il tempo si è ingrossata e abbassata parecchio. Peavy mantiene la carica e l’entusiasmo, e tanto di cappello alla leggenda dell’heavy metal di Amburgo per avere ancora voglia di occuparsi dei Rage rinnovati in questi tempi nuovi. Questa è infatti una band che nel business del metal ha davvero provato tutto, e Peavy non ha proprio nulla da dimostrare. Anzi, tutto il contrario. Il tipo si gode la nuova situazione e si sente a suo agio nei propri panni. Si diverte a suonare, si diverte con la nuova squadra, con la nuova musica, per i nuovi tempi, che i Rage portano sui palchi. »Seasons of the Black« è l’attuale nuovo album in studio della band, che infatti ha ricevuto più attenzione di tutti nella scaletta della leggendaria formazione. I due nuovi membri, Marcos Rodriguez (chitarra) e Vassilios “Lucky” Maniatopoulos (batteria), hanno dimostrato durante lo show di essere cresciuti ancora insieme a Peavy, e l’esecuzione nel suo insieme è stata ancora più convincente rispetto all’esibizione della band a Vienna nel dicembre 2015. Lucky e Marcos sono sembrati ancora più sicuri, più raffinati, più precisi, più decisi e più concentrati in tutto quello che facevano. Il live è stato così ancora più compatto e a un livello più alto rispetto all’esperienza di Vienna. Su Peavy non c’è bisogno di sprecare parole. La leggenda vivente ha ancora quel carisma per cui i fan della band gli mangiano in mano. E ovviamente non si è dimenticato di divertire il pubblico anche con una dose più che abbondante di humor. Il tipo irradiava serenità, era di ottimo umore dall’inizio alla fine e di buonissimo spirito.
Come previsto, la band si è concentrata soprattutto sul materiale nuovo, ignorando quasi del tutto l’era con Smolski. L’unica eccezione è stata la melodicissima e rapace (e strutturata in modo più semplice) Straight to Hell. A dare un po’ di varietà alla serata sono state questa volta tre canzoni, e cioè: la title track dell’album »End of All Days, poi Nevermore dall’album »The Missing Link« e la sorpresa da »XII« chiamata Turn the Page. In scaletta la band ha tenuto anche Price of War da »Black in Mind«, mentre Sent By the Devil resta ancora una delle composizioni più forti (anch’essa dall’album »Black in Mind«). Il materiale nuovo si lega alla grande alla prima era degli anni Novanta, così come agli Ottanta, e nel viaggio nel tempo attraverso la discografia i Rage si sono spinti al massimo fino al 1989, quando nella parte finale del concerto hanno dovuto suonare, quasi per obbligo, Don’t Fear the Winter.
Che i tempi per i Rage non siano più rosei da un pezzo e che la band, dopo la separazione da Wagner e Smolski, abbia perso parecchio in fascino sia dal vivo che a livello compositivo, lo conferma il fatto che a fine serata i Rage abbiano dovuto infilare nel proprio repertorio ancora due cover e cioè Heaven And Hell (Black Sabbath) e Holy Diver (DIO). In qualche modo sono riusciti così a tenersi il pubblico addosso fino alla fine del set. Tenendo conto che entrambi i nuovi dischi del trio nella formazione rinnovata mantengono tutta la qualità e un legame avvincente con la prima metà della carriera dei Rage, quella degli anni Novanta.
testo Firewind: Primož Nolvak
testo Darker Half, Rage: Aleš Podbrežnik
Setlist
FIREWIND:
1. Leonidas
2. We Defy
3. Head Up High
4. Few Against Many
5. Between Heaven And Hell
6. World On Fire
7. Fire And the Fury
8. Wars of Ages
9. Lady of A Thousands Sorrows
10. Mercenary Man
11. Tyranny
12. Falling To Pieces
RAGE:
1. Justify
2. Sent BY The Devil
3. From the Cradle to the Grave
4. My Way
5. Nevermore
6. Seasons of the Black
7. End of All Days
8. Turn the Page
9. Straight To Hell
10. Price Of War
11. Blackened Karma
12. Don’t Fear the Winter
—bis—
13. Higher Than The Sky
Galleria fotografica




































