Metaldays 2018 (terzo giorno) – ondate umane infinite per i Kataklysm

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Autori: Rok Klemše, Aleš Podbrežnik, Primož Novak
Foto: Nina Grad, Sebastijan Videc
Video: Sebastijan Videc

Luogo: Tolmin, Slovenia
Data del concerto: 25.07.2018
Numero di spettatori: 12.000
Prezzo del biglietto: 150,00€ (abbonamento per l’intera settimana)

Anche in Lussemburgo vive abbastanza gente da far sì che il paese non sia noto solo per le imprese sciistiche dell’indimenticabile Marc Girardelli: lì saltano fuori anche talenti musicali capaci di misurarsi in modo convincente con la magia del metal. Sono gli Sleeper’s Guilt. Quintetto di death metal melodico dal suono moderno  Una band attiva dal 2011, che qualche tempo fa ha pubblicato un ambizioso doppio debutto in studio, ovvero l’album »Kilesa«. Un lavoro ambizioso. E anche il concerto si è sviluppato con lo stesso spirito. Già la notte prima un tizio di passaggio ci aveva rifilato con fervore una montagna di CD promozionali della band, invitandoci al loro show con: »Domani sul main stage suona una band molto shitty!« Comunque sia, gli Sleeper’s Guilt sono tutto fuorché »shitty«. Magari non i più originali dal punto di vista musicale, ma molto impegnati e professionali. Non scherzano, perché sanno quanto sia dura e spietata la vita nel music business a metà 2018. Ripeto: non hanno fatto la rivoluzione, però fondono con grande abilità le radici della vecchia scuola del death metal melodico di Göteborg aggiungendo elementi di groove dal suono moderno e attuale. Sono anche ricchi di idee e, con un’esecuzione che ha la giusta dose di dinamica scenica, non annoiano. Compatti, ardenti, aggressivi, molto affiatati e rodati. Dal solido growl del cantante, ai riff di chitarra ben calibrati e fieramente compatti, agli assoli e a una linea ritmica dalla struttura variopinta, cinta da articolati passaggi di batteria. Un’introduzione acuta e bruciante a ciò che accadeva sul main stage e al sole cocente del pomeriggio!

Ci siamo spostati all’ombra gradevole del palco Boško Bursać quando vi è salita la prima band del terzo giorno del festival, i macellai del death metal di Prekmurje Vasectomy. L’anno scorso i ragazzi avevano convinto sul palco New Forces, guadagnandosi come premio un’esibizione su un palco più grande, e stavolta si sono presentati addirittura con un bassista, la prima volta tra i loro concerti che sono riuscito a vedere. Di conseguenza il suono era molto più pieno, l’esecuzione affidabile e sicura, e la voce di Patrik Ritlop potente, convincente e varia. Ottima esibizione dei chirurghi di Prekmurje, per cui sono ancora più curioso di sapere dove sia finito il debutto Deathcon 1, annunciato ormai da un bel pezzo.

Gli stoner rocker greci 1000 Mods hanno portato quel giorno una variazione molto gradita sul main stage. L’orario però non era ancora quello giusto e purtroppo non li seguiva una folla chissà quanto numerosa. A quell’ora i più preferivano rinfrescarsi nella Soča o davanti a un boccale di birra, da qualche parte a Tolmin. Il caldo diventava di minuto in minuto concreto e spietato. Perfetto per il suono “desertico” che sviluppa il genere stoner rock. I 1000 Mods sono una band diretta. Va dritta al punto, e così si è sviluppato anche il concerto. Di brano in brano hanno infilato simpatiche canzoni originali, e gli amanti di Monster Magnet, Dozer o Corrosion of Conformity qualche punto di contatto dovevano pur trovarlo. Il terzo e attuale album »Repeated exposure to…« è un’evoluzione artistica dei due predecessori, e la band gli ha dedicato più attenzione anche sul palco. I 1000 Mods sono molto concentrati. Carichi sul palco. Tutto è incollato molto bene. Dalla voce, nell’esecuzione abbastanza “fatta e assente” e al tempo stesso penetrante in contrasto, quando la metti accanto all’ululante e beffardo galoppare di frasi chitarristiche da rock’n’roll scapestrato, fino alla macchina ritmica rotolante. »Malato« stoner rock greco!  

Hanno proseguito i black metaller italiani Selvans. Italia e black metal nella stessa frase di solito non fanno nascere grandi speranze, ma la formazione, che ufficialmente è composta solo da due membri, Sethlans Fulguriator e Selvans Haruspex, ha sorpreso positivamente. I Selvans puntano moltissimo su atmosfere ricche ed elementi folkloristici e pagani, il che li avvicina molto a band come Negura Bunget, Moonsorrow o Winterfylleth. Hanno suonato solo una manciata di pezzi, dato che la maggior parte dei loro brani ha una durata bella corposa, e quasi tutti venivano dall’unico album in studio finora, Lupercalia. Senza picchi particolari, ma sorprendentemente solidi.  

Salto sul palco Lemmy e sul quintetto metalcore tedesco Any Given Day, che per il genere suonava addirittura un po’ meglio del previsto. I tedeschi erano sì del tutto generici entro i canoni del genere, ma hanno convinto con un’esibizione energica e un frontman forte, Dennis Diehl, che ha tenuto il pubblico in pugno senza difficoltà. Si è inceppato ovviamente sulle voci pulite, costante del genere, che sono risultate troppo piagnucolose e del tutto in contrasto con l’immagine macho di Dennis. Gli Any Given Day si lasciavano sopportare, ma dubito molto che ci ricapiteranno di proposito nel menù.

Il palco Boško Bursać dopo i Selvans ha proseguito in acque affini: sono saliti i black metaller sinfonici belgi Saille, dopo The Lurking Fear la seconda band di questi Metaldays a rifarsi in modo marcato alle opere di Lovecraft. I Saille nel black metal sinfonico non scoprono l’acqua calda, ma quel che fanno lo fanno molto bene. I belgi infatti non esagerano con gli elementi sinfonici al punto da renderli fastidiosi, ma lavorano soprattutto su velocità e ferocia, che ottengono con riff in tremolo e batteria in corsa, mentre gli elementi sinfonici portano il tutto a un livello superiore. I Saille suonano così come qualcosa che non è tanto estraneo ai cult Enthrone Darkness Triumphant o In the Nightside Eclipse, anche se è vero che verso la fine del set, a furia di tirare dritti, sono diventati un po’ monotoni. Ancora un’esibizione sorprendentemente buona di una band relativamente sconosciuta, ed è difficile credere a quanto sia schizzata in alto negli ultimi anni la qualità degli artisti sul palco minore. Se negli anni scorsi le buone band su questo palco si cercavano come un ago in un pagliaio, oggi è esattamente il contrario.

La band Tremonti ha pubblicato il nuovo album in studio »A Dying Machine«. Il suo leader, il chitarrista degli Alter Bridge Mark Tremonti, oltre a suonare la chitarra si mette stavolta anche nel ruolo di voce solista. Mark Tremonti è un chitarrista eccezionale. Data la struttura dei brani dei Tremonti, magari non è così evidente, perché le canzoni seguono un’ultramelodica orecchiabilità e una compattezza di groove, pur irradiando ogni tanto anche la dottrina radicata dell’eredità del thrash metal. Più che altro, però, portano un sound “alternativo” fino a MTV, quello che il metal assorbì nell’epoca delle formazioni del boom post grunge. La band ha distribuito il repertorio e con l’album estremamente rifinito e concettuale »A Dying Machine« non ha esagerato, ma ha toccato un’intera era di attività. Prima degli assoli Mark si metteva sempre al centro. Ogni volta che attaccava un assolo, si spostava dal microfono al centro e proprio in prima linea sul palco. Così rompeva l’apparente staticità scenica della band. I Tremonti sono arrivati a Tolmin direttamente dal tour degli Iron Maiden, in cui fanno da “apripista”. Il giorno prima si erano esibiti a Zagabria, mentre RockLine li aveva già beccati con i Maiden a Trieste, il 17.7.2018. Mark Tremonti con la sua band ha messo in scena un’esibizione molto sicura e convincente da routine. Eppure davanti al palco ci si poteva aspettare un numero maggiore di spettatori, soprattutto fan degli Alter Bridge. Evidentemente tutti risparmiavano le energie per i set serali dei Soulfly e (soprattutto) per i protagonisti del palco Lemmy del terzo giorno, cioè i roventi death metaller canadesi Kataklysm.

Poi è arrivata un po’ di vera esotica dall’Oriente, gli heavy/folk metaller cinesi Dreamspirit, che suonano come i Nine Treasures con gli steroidi heavy metal. Cioè meno elementi folk e più heavy/power metal, molto vicino al power metal europeo, solo che nei Dreamspirit è ampiamente sostenuto da tastiere atmosferiche e, a tratti, strumenti tradizionali. E testi in cinese. L’inizio era ancora piuttosto promettente, ma poi è andato tutto rapidamente a rotoli. Gli elementi tradizionali erano invadenti, le stecche e gli errori numerosi, i cori evidentemente registrati. Tra vari problemi tecnici il cantante intratteneva con canti a cappella, che sono diventati presto più fastidiosi di una zanzara che ronza all’orecchio nel cuore della notte, e ancora di più rompeva con discorsi sconclusionati e un inglese sgangherato (»Do you want to dancing?«). I Dreamspirit hanno comunque messo in movimento il pubblico senza grandi problemi, me personalmente invece mi hanno messo in moto accelerato verso il terzo palco.

Lì mi sono rifatto decisamente il gusto durante l’esibizione del quintetto heavy/power metal brasiliano Armahda, che mercoledì ha occupato il posto da headliner del palco New Forces. I brasiliani cinque anni fa hanno pubblicato l’omonimo debutto, da cui in una buona quarantina di minuti hanno presentato la maggior parte dei pezzi. Sono interessanti soprattutto a livello tematico, visto che cantano di eventi della storia brasiliana, e musicalmente si muovono in acque vicine a band come Blind Guardian e Pegazus, e nei momenti più complessi ricordano un po’ i connazionali Angra. Ai Metaldays hanno convinto con una performance energica e un’ottima esecuzione, in cui spiccava la voce potente di Mauricio Guimaraes, che nell’attuale singolo Last Farewell, per quanto vecchio ormai di due anni, nella parte introduttiva ricordava addirittura il grande Warrel Dane. Gli Armahda non hanno detto niente di nuovo, ma hanno comunque regalato uno dei momenti migliori di heavy/power metal classico di questi Metaldays.

Rage sono leggende dell’heavy metal europeo, così come veniva cucinato a inizio anni Ottanta ad Amburgo! Il leader Peter »Peavy« Wagner, che a Tolmin si è difeso con successo dal sole cocente con gli occhiali da sole, l’avevamo beccato pochi giorni fa con i Refuge a Balingen al festival Bang Your Head!!! (i Refuge sono in realtà la formazione dei Rage dell’epoca tra il 1987 e il 1994), stavolta invece l’indistruttibile capo della band si è presentato nelle lande slovene con l’attuale formazione dei suoi Rage, che comprende anche Marcos Rodriguez (chitarra) e Vassilios “Lucky” Maniatopoulos (batteria). Con i tempi contingentati, i Rage hanno aperto il concerto con il classico Sent By The Devil da »Black In Mind« (1995), poi hanno sparato un pezzo dopo l’altro il più in fretta possibile, e di conseguenza anche il concerto è volato. Dal nuovo album »Seasons of the Black« hanno suonato, com’era prevedibile, entrambi i singoli di successo My Way e la title track, hanno condito il repertorio con il classico Nevermore da »The Missing Link« (1993), c’era anche la (segretamente attesa) e molto melodica From the Cradle to the Grave, poi Peavy ha detto che la band passava all’epoca del concerto in cui canta con loro anche il pubblico e ha piazzato End Of All Days, seguita dalle attese Don’t Fear the Winter e da una Higher Than The Sky allungata, dove Marcos ha inseguito in modo molto riuscito l’immortale Ronnie James Dio, quando la band ha inserito anche brani dei classici dei Black Sabbath Heaven And Hell e Holly Diver (Dio). I Rage si sono visibilmente divertiti e hanno visibilmente goduto del concerto. Peavy, con tutto il suo enorme chilometraggio e mentre tormenta con passione il basso, irradia ancora una vera carica vocale ed esecutiva e un grande impegno. Speriamo che il leggendario musicista tedesco continui a trainare il carro della band ancora per molti anni.

Una delle offerte più allettanti del palco Borško Bursać quel giorno, almeno per i deathster, era la formazione americana Gruesome, che celebra in modo splendido l’eredità del padrino del death metal (anche se lui stesso quel termine non l’ha mai amato) Chuck Schuldiner e dei leggendari Death. Questa mazzata death è nata da un’idea del chitarrista e cantante Matt Harvey (Exhumed) e del batterista Gus Rios (ex-Malevolent Creation), che durante il tour Death To All hanno sentito la voglia di suonare il materiale dei primi anni dei padri del death metal, cioè dal debutto Scream Bloody Gore fino a qualcosa come Spiritual Healing. Siccome nell’ambito dei tour DTA non era possibile farlo in tale misura, Harvey e Rios hanno fondato i Gruesome, il cui scopo è l’emulazione completa dei Death in ordine cronologico. Il debutto Savage Land ricalcava così Scream Bloody Gore, gli EP Dimensions of Horror e Fragments of Psyche Leprosy, mentre il Twisted Prayers di quest’anno Spiritual Healing. I Gruesome ammettono apertamente che il loro scopo è copiare i Death nel modo più rispettoso possibile, e con ciò sono senza dubbio forse il tributo più sincero in assoluto al defunto Schuldiner. I Gruesome, guidati da un Harvey di buon umore e dalla sua voce bestiale, con un suono ottimo hanno demolito tutto con schiacciasassi come Dimensions of Horror, Forces of Death, Legal Legacy, Savage Land e hanno subito messo in movimento il pubblico in un brutale mosh pit. La sezione ritmica del tandem Robin Marzen/Gus Rios scuoteva senza pietà le viscere per tutto il tempo, mentre le chitarre di Harvey e Daniel Gonzalez (Possessed) mordevano, tagliavano e strappavano come cannibali affamati nel cult-pastrocchio Cannibal Holocaust (uno degli horror che ha ispirato Savage Land). Uno dei migliori, se non il migliore concerto death metal dei Metaldays 2018!

Loudness sono leggende dell’hard rock giapponese, e anche del metal. La longeva band di Osaka funziona, con l’eccezione del batterista Masayuki Suzuki, in pratica nella formazione originale, in cui non può mancare naturalmente il superasso della chitarra, una specie di Malmsteen giapponese (e molto di più), l’eccezionale Akira Takasaki. Il magnete principale a cui si attaccano e si sono sempre attaccati gli amanti del rock degli anni Ottanta, a livello globale, in tutto il pianeta. La band era di ottimo umore. Evidentemente le faceva bene la posizione sul main stage, con lo sguardo sì rivolto al sole, ma al contempo sull’ovest collinare della Slovenia, laggiù verso Caporetto e oltre, verso Breginjski kot. Immersi nel grembo di distese incontaminate della Primorska settentrionale. Trasmettevano una sensazione eccellente. Per fortuna stavolta valeva anche per il bassista Masayoshi Yamashita, che durante l’esibizione al festival Bang Your Head!!!, il 14.07.2018, era stato incomprensibilmente riservato. Nel complesso l’esibizione dei Loudness è risuonata a un livello più alto rispetto alla pur splendida prova della band al Bang Your Head!!! di quest’anno, e al tempo stesso ha migliorato quella dell’anno scorso, sempre al festival Metaldays, quando la band, in condizioni parzialmente piovose e con una marea di peripezie sonore, aveva comunque portato a casa con fortuna l’esibizione sul secondo palco, cioè il Boško Bursać! In prima fila c’erano parecchi fan della band, venuti a incitare i loro eroi con vere magliette dei Loudness. Il cantante Minoru Niihara mantiene un’esposizione vocale soddisfacente e la stessa sicurezza anche nei registri alti e altissimi. A febbraio di quest’anno la band ha pubblicato il nuovo album in studio »Rise To Glory« e ha aperto lo show con la nuova Soul On Fire (Niihara aveva la scritta cucita anche sul retro del gilet di pelle, perciò si girava volutamente più volte di schiena al pubblico), seguita da I’m Still Alive. Il pubblico si è davvero risvegliato per la prima volta con il classico Crazy Nights, da lì in poi anche i Loudness hanno fraternizzato con i loro tempi classici, con cui negli anni Ottanta si sono guadagnati grande stima e fama mondiale. Akira Takasaki resta il re della chitarra elettrica. I suoi assoli sono quasi inafferrabili, se mai ci si riesce, e l’uomo appartiene alla lega generazionale dei più grandi del mestiere, dove annoveriamo (senza falsa modestia) assi come Paul Gilbert, Steve Vai, Chris Impellitteri e il già citato Yngwie J. Malmsteen. Takasaki è un chitarrista di scuola, nel suo gioco è pieno di succosi inserti neoclassici, ornamenti barocchi quasi bachiani, e suona con una velocità supersonica infernale. Spesso entrambe le mani sono letteralmente “incollate” al manico! Durante gli assoli “scuoteva” spesso la chitarra, con un’attraente oscillazione sulla leva del tremolo. Il suo modo di suonare toglie il fiato a chi ascolta e a chi guarda. La band ha suonato ancora Like This, Let it Go, The Sun Will Rise Again, Heavy Chains, This Lonely Heart, Crazy Doctor, In the Mirror, e il concerto l’ha chiuso, com’era prevedibile, con S.D.I. Speriamo che i Loudness tornino in Europa. Sarebbe fantastico se un giorno riuscissero a suonare in Slovenia anche in un concerto da club. Niihara non ha nascosto l’entusiasmo e durante il concerto ha detto: »Torneremo l’anno prossimo!«. Speriamo davvero.   

Gli svizzeri a questo festival avevano parecchi rappresentanti e dopo Coroner, Eluveitie, Virvum e Bölzer è salita sul palco anche la band di Basilea Schammasch, misteriosi rappresentanti del black metal d’avanguardia. Gli Schammasch, che hanno preso il nome dal dio babilonese del sole, avrebbero funzionato molto meglio di notte, perché il loro punto di forza principale è un mix fortemente atmosferico di black e death metal, vicino a band come Behemoth, Deathspell Omega e Triptykon, e l’iconografia della band vestita con una sorta di semi-tonache, mentre il cantante dal volto dipinto di nero è coperto da un cappuccio. Il quartetto svizzero trasferisce con abilità nella musica i temi di spiritualità, occulto e meditazione, perché questa passa bene dai colpi del black/death metal ad acque più sperimentali ed eteree. Un altro buon concerto svizzero.

Probabilmente una delle band più particolari del festival era la formazione francese Igorrr. Si tratta di un progetto guidato da Gautier Serre. L’anno scorso Serre ha allargato la formazione ed è così approdato a un’etichetta più grande, e la sua musica è diventata all’improvviso riconoscibile. Con la sua esibizione la band ha mostrato un ampio spettro di generi. Da una parte c’era la musica da ballo elettronica, dall’altra la brutalizzazione in stile death e black metal. Come elemento importante è introdotta anche la musica barocca con belle voci liriche, che dà alla stranezza della band il tocco finale. Perché il tutto risultasse più autentico, erano presenti anche un batterista, un cantante e una cantante. I due cantanti si occupavano di voci liriche e urlate. Insomma, si poteva sentire canto lirico, inserti EDM e blast beat. È nato un piccolo mare di associazioni, in certi momenti sembrava che i leggendari Prodigy avessero ricevuto una versione estrema. Di certo una cosa caotica e strampalata, ma a tratti piuttosto insensata. I brani non sembravano avere né capo né coda. Ma evidentemente negli Igorrr c’è qualcosa di abbastanza unico, se il pubblico ha sostenuto con forza la band, e a quanto pare tra qualche anno gli Igorrr otterranno presto il posto di band principale del festival.

Sul secondo palco, in contemporanea ai particolari Igorrr, hanno iniziato il loro show i Sorcerer. La formazione doom metal svedese ha iniziato il suo cammino già ai tempi in cui si registrava ancora su demo cassette, ma il debutto è uscito solo nel 2015, quando la band, dopo una riuscita reunion, ha deciso di registrare il primo album, in cui è finito molto materiale vecchio. L’anno scorso la band ha pubblicato il secondo album, con cui conferma la propria visione. I Sorcerer hanno senza dubbio soddisfatto chi giura sul doom metal più tradizionale. I brani più lunghi avevano decisamente un tocco epico. C’erano associazioni con i Candlemass, ma i Sorcerer non sono imitatori. La band offre ritmi lenti, riff incisivi e può vantare una voce e delle chitarre eccezionali. Anche i due chitarristi hanno entusiasmato, non sono mancati assoli virtuosi, e tra l’altro nei Sorcerer suona l’esperto Kristian Niemann (ex-Therion). La band ha presentato brani di entrambi gli album e si è congedata con la potente »The Sorcerer«, registrata negli anni Novanta. I Sorcerer sono stati una vera prelibatezza per gli amanti del doom metal, quindi in futuro non ci dispiacerebbe qualcosa di simile.

Soulfly a Tolmin non si erano esibiti per la prima volta. Erano stati anche la band principale del giorno, ma stavolta hanno suonato come penultimi. La gloria evidentemente può anche sbiadire. Logicamente con i Soulfly questo si è visto in un paio di brani. La band, in cui opera il leggendario Max Cavalera, ora è in condizioni piuttosto precarie. Max Cavalera da oltre un decennio non ha una grande energia, stavolta si è dimostrato che è davvero tempo di una pausa più lunga. La voce non ha potenza, e il modo di suonare è catastrofico. Per fortuna dall’altra parte c’è il chitarrista Marc Rizzo, che dal 2003 salva i Soulfly con il suo suonare preciso e semplicemente brillante. Non vanno trascurati nemmeno gli altri membri. L’attuale bassista Mike Leon si intende bene con Rizzo e con Zyon Cavalera alla batteria, cioè il figlio di Cavalera. Ai Soulfly va riconosciuto che hanno sorpreso con il repertorio. Oltre alle costanti come Back to the Primitive, Frontlines, Prophecy, Blood Fire War Hate, la band ha suonato anche alcuni brani del debutto, che quest’anno ha compiuto già 20 anni. Ecco, e finalmente non c’era il “rimorchiarsi” ai brani dei Sepultura, con cui la band ha smesso di riscaldare il passato all’infinito. Il problema più grosso è che Cavalera non ha più alcun carisma. Si rivolgeva al pubblico con un uso costante di parolacce e un incitamento continuo al moshpit. Di certo la risposta c’è stata, ma l’approccio è diventato semplicemente disgustoso. Cavalera evidentemente non si fermerà, ha già annunciato il nuovo album, da cui ha suonato un nuovo brano, ma allo stato attuale i Soulfly possono essere dati per spacciati. 

Mentre Max Cavalera, in mezzo al main stage del festival, dal suo battaglione di docili sudditi Soulfly, vendeva con successo una marea di teatrino da »wall of death«, nel mistico e silenzioso ambiente del boschetto, dove regna il secondo palco del festival, quasi impercettibili, si sono esibiti i portoghesi Sinistro, comandati dalla cantante Patricia Antrade. La band quest’anno ha pubblicato il freschissimo e complessivamente terzo album in studio »Sangue Cassia«. Sicuramente dei particolari, che giurano sulla costruzione assoluta dell’atmosfera. Questa ti risucchia con facilità e ti porta in un mondo oltre la realtà. Perciò la band costruisce la propria espressione anche su un abbondante appoggio a elementi di post metal. Entrambi i chitarristi erano carichi di una quantità di effetti delay e sustain, su cui sviluppavano un massiccio manto sonoro. Patricia si poneva spesso nel ruolo di predicatrice centrale, e la drammaturgia scenica della band sfiorava a volte quasi il recital. Quanti incantesimi Patricia abbia dissolto e con quanti ci abbia incantato quella sera, probabilmente nessuno l’ha capito, perché usa rigorosamente il portoghese, che però rende l’espressione della band speciale e del tutto unica. I Sinistro si meritavano più attenzione, un pubblico più numeroso. Un’altra formazione assolutamente particolare, che ha variegato efficacemente il battito musicale dell’edizione di quest’anno del festival.  

Gli hyperblaster canadesi Kataklysm da tempo non sono più un’incognita. A Tolmin si erano esibiti per la prima volta già nel 2005, suonando nelle prime ore del pomeriggio sotto un caldo piuttosto forte. A ogni visita successiva i Kataklysm sono saliti nella classifica e così sono finalmente arrivati, dopo 13 anni, al posto di band principale del giorno. Per questo c’era da sudare, ma dei Kataklysm si sa che lavorano sodo agli album e vanno in tour. I Kataklysm non riposano e stavolta il duro lavoro è stato ripagato. La band non è più giovanissima, il che per il death metal, che richiede molta condizione fisica, è fondamentale. Ma i Kataklysm hanno mostrato già all’inizio del loro show la loro buona forma e giustificato la loro fama.  La band quest’anno ha pubblicato il nuovo album Meditations, che ha toccato appena, ma visto il folto pubblico ha preferito servire i suoi più grandi successi. Come sorpresa la band dopo molto tempo ha suonato 10 Seconds from the End, dove Maurizio Iacono, cantante della formazione, è riuscito a convincere il pubblico a fare un grande circle pit. La comunicazione di Iacono con il pubblico era decisamente a un altro livello rispetto a quella di Cavalera, perciò il pubblico impazziva ancora di più. Durante il brano As I Slither a fallire il test di stress sono stati gli addetti alla sicurezza, quando Iacono ha esortato il pubblico a fare un »crowdsurfing« di massa verso il palco. I Kataklysm con il loro death metal, diventato con gli ultimi album piuttosto melodico, hanno confermato di essere un’ottima band dal vivo. L’affiatamento è al culmine, e a ciò contribuisce molto l’attuale batterista Oliver Beaudoin con il suo suonare veloce e preciso. Nonostante la buona animazione Iacono ha un po’ esagerato con la sentimentalità, quando ha invitato sul palco la moglie, annunciando che aspettano un nuovo metallaro. Se si mette da parte questo, lo spettacolo del terzo giorno sul palco grande si è chiuso di sicuro più che bene.

A garantire la chiusura blasfema del terzo giorno del festival ci hanno pensato dei vecchi conoscenti, l’istituzione austriaca del black/death metal Belphegor, che ai Metaldays/Metalcamp si è esibita stavolta già almeno per la terza volta, la prima nel ruolo di headliner di uno dei palchi. Per questo i ragazzi si sono potuti permettere un po’ di più e il palco era per loro già tipicamente kitsch, pieno di ossa e con due carcasse di animali scuoiati ai lati del microfono di Helmuth. Personalmente per me i Belphegor sono tra i rappresentanti più sopravvalutati del genere e anche stavolta non mi hanno convinto del contrario. Voce monotona, siluramento costante della batteria e riff non proprio originali sono diventati presto noiosi e piuttosto ripetitivi, e a Belphegor non ha aiutato nemmeno il suono pessimo e impastrocchiato. Invece di continuare con i Belphegor, per la chiusura del terzo giorno calzava molto meglio un »nightcap«.

Nina Grad (foto): Vasectomy, Selvans, Any Given Day, Saille, Gruesome, Schammasch, Sorcerer, Sinistro, Kataklysm
Sebastijan Videc (foto): Sleeper’s Guilt, Tremonti, Dreamspirit, Rage, Loudness, Igorrr, Soulfly, Belphegor
Aleš Podbrežnik (testo): Sleeper’s Guilt, 1000 Mods, Tremonti, Rage, Loudness, Sinistro
Primož Novak (testo): Igorrr, Sorcerer,  Soulfly, Kataklysm
Rok Klemše (testo): Vasectomy, Selvans, Any Given Day, Saille, Dreamspirit, Armahda, Gruesome, Schammasch, Belphegor

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