Metaldays 2018 (quinto giorno) – chiusura perfetta con i Primordial

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Autori: Rok Klemše, Aleš Podbrežnik, Primož Novak
Foto: Nina Grad, Sebastijan Videc
Video: Sebastijan Videc

Luogo: Tolmin
Data del concerto: 27.07.2018
Presenze: 12.000
Prezzo del biglietto: 150,00€ (abbonamento per tutta la settimana)

Eppure, nonostante cinque giorni di metal a ruota libera, anche l’ultimo giorno del festival è arrivato troppo presto. Grazie all’atmosfera meravigliosa, all’organizzazione di altissimo livello e a un cartellone davvero ottimo, passerà alla storia come una delle edizioni più belle e più piacevoli del Metaldays finora. Dopo gli ultimi bagni nell’Isonzo, nel primo pomeriggio sul palco Boško Bursać hanno chiamato a raccolta i black metaller melodici svizzeri Tyrmfar. In mezz’ora hanno servito una dose di black metal eseguito con correttezza e nobilitato da melodie epiche e contagiose. Niente di particolarmente sconvolgente, ma per scuotere la testa mentre ti ingolli una pizza buonissima accanto all’altro palco andavano più che bene.   

Più o meno nelle stesse acque di genere hanno proseguito i belgi Thurisaz, solo che le melodie black metal dei Tyrmfar hanno lasciato il posto a un’atmosfera malinconica, catturata con efficacia in un mix di death e black metal. I Thurisaz sono veterani belgi che vanno avanti da una buona ventina d’anni con una formazione quasi invariata, e sul palco si sente eccome. Affiatamento, sicurezza e un’esecuzione potente hanno fatto risaltare ancora meglio la spessa atmosfera di tenebra e depressione. Rispetto al possente vocione growl, le voci pulite si sono un po’ perse: eseguite comunque in modo più che corretto, eppure.  

Una marcia in più l’hanno ingranata i thrasher greci Chronosphere, che a Tolmin avevano già suonato qualche anno fa. Da allora erano finiti rapidamente nel dimenticatoio, ma stavolta hanno lasciato un’impressione un po’ migliore. A convincere è stata soprattutto l’energia sul palco: sono esplosi come una Tsar Bomba e hanno entusiasmato con una carica scenica davvero eccellente, che si è trasmessa anche al pubblico. Vista l’ora, ancora primo pomeriggio, e il bel tempo, la folla non era numerosissima, ma in un attimo sono nati un mosh e qualche circle pit. Un po’ meno entusiasmanti dal punto di vista musicale: sull’esecuzione non c’è niente da dire, i ragazzi sono affiatati, i riff scorrono, la sezione ritmica è un rullo compressore e gli assoli sono tipicamente thrash, ma il tutto è suonato piuttosto risaputo e generico. I Chronosphere non hanno quindi raggiunto i cugini di genere Dust Bolt, che il primo giorno hanno quasi demolito il palco BB, e di certo non li ha aiutati nemmeno il look sbagliato con i pantaloni rossi coordinati. Un punto in più se lo meritano però per la dedica ai loro connazionali: proprio durante l’ultimo giorno del Metaldays in Grecia infuriavano terribili incendi che hanno fatto anche vittime, e i Chronosphere hanno devoluto alle vittime tutti i soldi del merchandise venduto.

Sul palco principale, l’ultimo giorno, è salito per primo Carrion. Quattro belgi di Ghent hanno avvolto il palco in una cupezza death metal, per i palati più esigenti perfino in una nausea, perché i loro riff suonano piuttosto generici e già collaudati. Il fulcro del set è stato il secondo album »Time To Suffer«, da cui la band ha tirato fuori tra le altre la canzone Ginger Grind, mentre non ha evitato nemmeno il materiale del debutto in studio »Revelations of the Death«, suonando il pezzo Revelations. La band è compatta, abbastanza solida e rodata. Sul palco i Carrion sono sicuri, taglienti e aggressivi, solo un po’ troppo prevedibili.

Un’atmosfera carica di acido corrosivo ha invece afferrato il »palco nel bosco« quando ci sono saliti i francesi Monarch, di Bayonne. La band, attiva dal 2002, ha messo in scena una vera orgia doom metal di 40 minuti e una messa funebre impeccabile. Più nero di così non si può. Il gruppo si appoggia abbondantemente su oscillazioni e microfonie di ogni genere. Un mucchio di stridii, »orpelli decorativi« e rombi in più, insomma! Hanno il carisma del drone e allo stesso tempo sviluppano anche momenti che sanno di sludge. Una combinazione piuttosto bizzarra. Riff pesanti e lenti, assoluta ipnosi della rovina. Una voce femminile eccentrica che ringhia in modo sinistro e passa con incredibile abilità attraverso una marcata pletora di ruoli vocali diversissimi. Effettata, ovviamente! Se cerchi la parola »underground«, i Monarch ne sono decisamente una personificazione riuscitissima. Una band che sa esattamente cosa vuole, sviluppa un proprio volto musicale e intanto sforna di continuo musica nuova. In tasca hanno già otto album in studio, numerosi EP e mini album »split«. Una band, insomma, speciale fino al midollo. 

Sul palco principale ci ha poi chiamato un’attrazione dal nome Sisters of Suffocation, formazione death metal olandese tutta al femminile. Quest’anno al gruppo si è unito alla batteria un membro un po’ meno attraente col cromosoma XY, ma per il resto le ragazze padroneggiano sia le corde che il canto. Proprio la voce di Els Prins è semplicemente sbalorditiva: dalle sue corde vocali tira fuori sia un growl ultra profondo sia urla acute che a lungo andare possono anche stancare, perché a tratti suonano come una chihuahua rabbiosa. Su disco, cioè nel debutto in studio Anthology of Curiosities (2017), le Sisters of Suffocation suonano molto solide, per cui le aspettative erano piuttosto alte. Purtroppo però l’esecuzione è stata a tratti molto superficiale, oppure l’ha rovinata alle ragazze un suono piuttosto scadente, che ha inghiottito tutti i riff di chitarra e ha spinto in primo piano solo il rombo del basso, la grancassa e la voce di Els. Anche grazie alla sua performance energica e alla buona animazione del pubblico, l’esibizione delle olandesi ne è uscita meglio di quanto sarebbe stato altrimenti, e a quanto pare era d’accordo anche la folla, che sotto il palco, nonostante il caldo, si era radunata in buon numero.

Molto, molto più veloce e in aritmia ha battuto il cuoricino sul palco BB, dove i death metaller svedesi Demonical hanno spinto i pedali HM-2 a undici e, per quello che hanno mostrato, sono passati addirittura per una delle belle sorprese della giornata. I Demonical nel death metal svedese non inventano proprio niente di nuovo (e non gli serve, visto che la maggior parte della band è composta da membri dei cult Centinex, una delle falangi dei primi esponenti della scena death metal svedese), ma quello che hanno offerto al Metaldays era dannatamente buono e la prova vivente di come deve suonare il death metal. I Demonical hanno travolto senza pietà come cingoli di carro armato un pubblico che non sospettava nulla, scatenando una vera guerra sia sul palco che sotto. I ragazzi hanno praticamente sparato un pezzo dopo l’altro, una mazzata dietro l’altra, ma grazie a una rifferia varia, a una sezione ritmica devastante, ad assoli in tremolo »alla Kerry King« e a una voce possente sono rimasti sempre freschi e rilevanti, senza essere monotoni o ripetitivi nemmeno per un istante. Gli svedesi hanno dedicato circa metà del set a presentare l’ultimo album Chaos Manifesto, ed è stata una decisione giusta, perché il disco è eccellente e con pezzi come Towards Greater Gods, A Void Most Obscure e Unfold Thy Darkness contiene il mix giusto di brutalità da sega circolare alla chitarra e melodia minimalista ma raffinata. Uno dei migliori concerti death metal del Metaldays 2018.

Dopo i Bölzer, anche quest’anno al festival è arrivato un altro duo, i tedeschi Mantar. Il gruppo, o meglio il duo, è composto da due funghetti (mantar in turco significa fungo), Erinc (batteria, voce) e Hanno (voce, chitarra), che suonano uno sludge infernalmente sporco che, pur con soli due strumenti, suona pieno, possente e forte. Anche se sul palco ci sono solo due persone, la cosa non è stata noiosa come potrebbe sembrare, soprattutto grazie a Hanno, che con la sua energia animalesca ha riempito il palco, mentre la disposizione dei musicisti uno di fronte all’altro crea una dinamica interessante che sui palchi si vede di rado. In una buona ora i Mantar hanno suonato un set di una miscela ad alto numero di ottani di punk e doom devastante, con voci che a volte suonavano sofferenti alla sludge e a volte taglienti alla black metal. Il duo, che indica come sue maggiori influenze Motörhead e Melvins, con questi due riferimenti ha centrato in pieno il suo ritmo. Contrariamente alle aspettative, i Mantar hanno suonato un concerto che è rimasto impresso, soprattutto grazie a inni adrenalinici come Era Borealis, con un ritornello che non ne vuole sapere di uscirti dalla testa (»This is death über alles / This is era borealis«).

Gli olandesi Death Alley hanno portato sulla scena un po’ di quel groove revival che negli ultimi anni va parecchio. Loro stessi si definiscono, musicalmente, »New Wave of Dutch Loudness«, e per il resto cavalcano un rock’n’roll lascivo, vecchio stampo, affilato e incisivo, buttandosi con decisione negli spazi psichedelici. Lascivi e sfrenati, con questa posa sfrenata e questa forza esecutiva, ti catapultano ai tempi in cui scuotevano il loro edonismo anche i mitici MC5. C’è dunque una certa connotazione alternativa, e la band potrebbe risultare interessante anche per quegli ascoltatori che vanno matti per i The Cult. Sul palco i Death Alley sono al tempo stesso abbastanza »assenti«, »fatti«, mentre rotolano attraverso riff ululanti che sviluppano un’eterna massa sonora. Il suono, che imita la tradizione, è generato da strumenti Rickenbacker e Gibson. La calamita principale è il cantante, che nel suo gioco ha preso un po’ di Robert Plant e un po’ di Paul Rodgers. Psichedelia rock’n’roll. La conclusiva Supernatural Predator, composizione ambiziosamente dilatata fino a quasi quindici minuti, con molteplici stati d’animo, è forse addirittura il pezzo più azzeccato nel caratterizzare il volto del gruppo. In particolare, nella sua esecuzione è rimasta impressa la jam ipnotico-psichedelica della band nella parte finale dell’esibizione, dove i ragazzi hanno confermato seriamente di avere un’eccezionale percezione scenica e una grande sicurezza esecutiva. La band ha due album all’attivo, quello attuale »Superbia« è uscito l’anno scorso, e da lì ha suonato Murder Your Dreams, The Chain, Shake the Coil, e accanto a questi anche i più vecchi Black Magic Boogieland, Over Under e The Fever, tratti dal debutto in studio »Black Magic Boogieland« (2015).

E già che siamo in tema di »sottosuolo«… Esiste anche una specie di sottosuolo porno! La varietà di genere e il puro teatro dell’ultimo giorno del festival li hanno infatti alzati in modo più che invidiabile e radicale i tedeschi Gut. Si tratta di una leggendaria band grindcore che gira per il pianeta dal 1991. Un quartetto con uno show bizzarro, come si addice al »essere grind« e al loro cosiddetto pornogrind. Maschere di lattice, ringhi combinati di batterista e cantante. Sul palco una frusta, vero folklore porno.  Con l’eccezione del bassista, il quartetto è quello originale. Ancora prima di iniziare il cantante Oliver Röder si è versato addosso dell’acqua per portare le corde vocali alla giusta temperatura di lavoro, e anche durante l’esibizione ha dovuto spegnere più volte l’incendio in gola. Grugniti e strilli esigono il loro tributo. Eppure i Gut, con tutta la loro bizzarria teatrale e la loro morbosità, sono in fondo davvero divertentissimi, non fosse altro per la loro spiccata grottesca stranezza. Come se non bastasse, i membri del gruppo si sono dati nomi spassosissimi. Il cantante Oliver è »Bukkake Boy«, e poi ci sono gli altri membri dai nomi quanto mai »succosi«: il bassista »Pumpgun Messiah«, il batterista »Organic Masturbator of 1000 Splatter Whores« e il chitarrista »Cuntshredding Electro Jesus«.

Probabilmente la sovrapposizione più fastidiosa è capitata proprio l’ultimo giorno, quando bisognava scegliere tra la band black/thrash/death metal di New Orleans Goatwhore e la festa crossover mutante, altrettanto americana, dei Municipal Waste. Siccome dalle nostre parti questi ultimi non si vedevano da un bel po’, io ho scelto loro e non me ne sono pentito. Anche se in studio i Municipal Waste da un pezzo non sono più quello che erano nei primi due album, dal vivo sono ancora puro schifo, pardon, puro spasso servito da Toxic Avenger. Gli americani hanno entusiasmato il pubblico ancora prima di accendere gli ampli. Dalla folla si è levato un entusiasmo selvaggio quando hanno srotolato il backdrop con il disegno a fumetti di Trump che si è appena fatto saltare il cervello, liberando così il mondo dai trumpismi, che sono ancora peggio dei bushismi. Sotto la guida della macchina thrash festaiola, il cantante Tony Foresta, i Municipal Waste hanno trasformato fin dalle prime note il palco in un valzer mortale che non si è fermato fino all’inno conclusivo Born To Party. Con un suono eccellente sono emersi senza problemi la rifferia varia di Ryan Waste, il basso tintinnante di Land Phil, il pestaggio di batteria di Dave Witte e l’abbaiare di Foresta. I Municipal Waste hanno costruito bene l’intensità del concerto, entusiasmato soprattutto con i pezzi sempreverdi di Hazardous Mutation e dimostrato che »Municipal Waste is gonna fuck you up!« descrive proprio bene il loro concerto.

Goatwhore sono una band che ultimamente bazzica piuttosto spesso dalle parti della Slovenia: a Lubiana hanno già suonato e, se la memoria non mi inganna, almeno due volte, nel 2012 e nel 2014. Quest’anno li abbiamo poi beccati a Graz prima dei Sepultura, e a fine agosto tornano dai nostri vicini del nord, stavolta a Klagenfurt, dove suonano nel tour condiviso con i Dying Fetus. Insomma, una band che con oltre 20 anni di attività, sette album in studio in tasca e un’attività dal vivo ininterrotta non è certo venuta a fare la turista al Metaldays. La »Puttana Capra« coltiva uno speciale, tutto suo mix di black e death metal, e non di rado i pezzi sono guidati da ritmi piuttosto elementari, se non proprio rockeggianti, e da riff che sfiorano anche la vecchia scuola thrash, o addirittura virano sullo sludge fino al rock’n’roll, il che conferma soltanto che la band porta dentro di sé il carattere paludoso degli spazi di New Orleans. A Tolmin la band ha portato il nuovo album »Vengeful Ascension« (2017), da cui ha suonato tra l’altro la title track, e anche Mankind Will Have No Mercy. Prima di quest’ultima, il carismatico Ben Falgoust, cantante sempre ben »affilato« per una buona sbronza, ha escogitato una soluzione per far muovere il pubblico ancora di più. Ha ordinato al pubblico di mettere al centro e in mezzo a sé una scultura gonfiabile di palma, che »vagava« tra la folla, e di fare un circle pit intorno a essa. E così è stato, quando la band ha attaccato il pezzo citato, considerato uno dei più veloci del nuovo disco, mettendo il pubblico a correre compatto attorno alla palma. Alla fine la povera palma è stata ovviamente calpestata fino a terra. La band ha aperto il concerto con un pezzo più vecchio, The Alchemy of the Black Sun, ha aggiunto all’esecuzione dal vivo la ancora più elementare Baring Teeth For Revolt, intrisa di fiamme a ottani, mentre la sua affinità con la cupezza black metal l’ha espressa con l’esecuzione di Collapse In Eternal World. Nel complesso i Goatwhore sono una squadra estremamente coesa e incredibilmente affiatata. L’eccellente growl di Ben, i riff velenosi, fantasiosi e vari di Sammy e la sezione ritmica estremamente dinamica di Zack e James. Già. Un quartetto che non ha affatto bisogno di due chitarre. Un’esperienza a sé e, ancora una volta, uno spettacolo eccellente. La domanda è se una band come questa, quanto a concerti, riceva mai una qualche tirata d’orecchi!

Cannibal Corpse sono leggende del death metal. In pratica sono la prima e unica band del festival che con il suo schifo e la sua blasfemia death metal, con cui a Tolmin sbranava e sgranocchiava con noncuranza, divorando corpi vivi, ha provocato i fenomeni celesti con tanto successo che durante la loro esibizione ha cominciato a piovere. Il tempo, infatti, aveva tenuto in modo eccezionale per tutta la settimana del festival. Fino all’esibizione di »Corpsegrinder« e della sua combriccola. Ma è stato un gocciolare piacevole che ha rinfrescato lo scenario altrimenti estremamente rovente e ha anche abbattuto le robuste salve di polvere che prima aveva sollevato in cielo il Municipal Waste.  Old school! Fino al midollo. Atmosfera eccellente. Nel complesso la band ha corretto l’impressione che i Cannibal Corpse avevano lasciato due anni fa al Kino Šiška con un’esibizione un po’ riservata, o meglio fiacca. Il duo di chitarre ha brillato sia con una dose eccezionale di riff brutalmente seghettati e accordati più in basso, con una straordinaria coesione e precisione nei passaggi di raccordo, sia nella »commedia« di gite solistiche dell’ottimo Pat O’Brien. La scaletta era prevedibile. Presentazione del nuovo album, più i sempreverdi. I Cannibal Corpse hanno cominciato a scuoiare il pubblico con una tripletta consecutiva di pezzi nuovi tratti dall’album dell’anno scorso »Red Before Black«, e cioè: Code Of Slashers (il pezzo d’apertura), Only One Will Die e la title track Red Before Black. Nella prima metà dell’ora di concerto hanno eseguito anche un quarto pezzo nuovo, Scavenger Consuming Death. La seconda metà ha infilato solo classici del gruppo, tra cui la band ha suonato gli attesi Kill or Become, A Skull Full of Maggots, I Cum Blood, Make Them Suffer, e ha chiuso il concerto in modo del tutto vertiginoso, con i due classici preferiti dai corni »di ferro« Stripped, Raped and Strangled e Hammer Smashed Face. Il celebre George Fisher ha ventilato il palco con efficacia grazie al suo famoso massaggio alle vertebre cervicali: con le mani appoggiate alle ginocchia (e ogni tanto con un piede sul monitor) evocava l’immagine di una centrale eolica (naturalmente con le pale a velocità di rotazione estremamente accelerata). La band suona un sacco. Sempre. Di routine ed esperienza non ne manca. E si è sentito durante l’esibizione. Però c’è qualcosa. La vecchia scuola. Nell’espressione e nell’evoluzione della complessità tecnica (qui, in particolare nella sezione ritmica, ci sarebbe ancora abbastanza spazio) non si smuoveranno più di tanto neanche in futuro. Svolte creative, quindi, non ce le aspettiamo, e quello che senti dai Corpse lo vedi e lo ottieni anche sul palco. Una costante che negli ultimi anni, grazie agli anni classici di attività e alle innovazioni musicali, mantiene con efficacia la sua rispettabile e apprezzata anzianità di servizio sulla scena internazionale del metal estremo.

Mentre sul palco principale i Cannibal Corpse brutalizzavano tutti, sul Metaldays era appena calato il buio, e ci siamo beccati l’unica mezz’ora di pioggia di tutta la settimana. L’atmosfera era così perfetta che sul palco BB è salito il tributo tedesco a King Diamond, gli Attic. Se in musica cerchi solo l’originalità assoluta, girali alla larga, ma se adori l’heavy metal classico con voci stridule, organi e temi paurosi, occulti e satanici, allora vomiterai bile come Regan nell’Esorcista da solo, senza bisogno di aiuto. Dove il caprone prega il taco lo mostrava già il palco, che gli Attic hanno vestito di candele e di recinzioni dall’aspetto monastico. Gli Attic ci hanno invitato nel loro chiostro, dove le suore si divertono ancora di più, con il demolitore che dà il titolo all’ultimo album Sanctimonious, e il cantante Maister Cagliosto, vestito di corpse paint, ha squarciato i timpani già all’inizio con urla in falsetto disumane. Gli Attic hanno conquistato subito, anche se la platea era un po’ deserta, con riff eccezionali, assoli assassini e ritornelli fantastici. Purtroppo l’esibizione degli Attic è stata parecchio rovinata dal suono scadente e da un chitarrista che evidentemente aveva una giornata un po’ storta, tanto da prendersi una stecca o due. Ma i tedeschi si sono riscattati almeno in parte chiudendo l’esibizione con una dedica alla leggenda scomparsa Warrel Dane (nodo alla gola), con una I Died For My Sins, classico dei Sanctuary, suonata correttamente. Con le voci alla King Diamond suonava un po’ strana, ma non importa: gli Attic hanno mostrato come si divertono le suore, e l’unica cosa che gli rimprovero è di non aver suonato il pezzo migliore di Sanctimonious, Die Englemacherin.

Mentre il festival di quest’anno saliva piano piano verso il suo culmine, gli atti conclusivi e la chiusura, e in cielo la luna assumeva lentamente sfumature color sangue, sul palco sono saliti i power metaller sinfonici olandesi Epica. Hanno trovato un’ottima affluenza e in un’ora di esibizione hanno confermato ancora una volta quanto siano bravi quando si tratta di esibirsi dal vivo. Per iniziare si sono buttati subito sulla presentazione del loro ultimo album in studio »The Holographic Principle« (2016), aprendo il concerto con il pezzo Edge of the Blade. Il concerto è accompagnato da un’eccezionale dinamica scenica del gruppo, che durante l’esibizione non cala mai. Al centro dell’attenzione c’è ovviamente la straordinaria mezzosoprano Simone Simons, che ha di nuovo incantato con i suoi incantesimi vocali e la sua sensuale raffinatezza. Gli altri membri del gruppo hanno cambiato di continuo posizione correndo da sinistra a destra eccetera… In tutto questo la maggior parte dell’attenzione l’ha di nuovo catalizzata Coen Janssen alle tastiere. Non solo ha afferrato durante il concerto alcuni pezzi interessanti della sua strumentazione, ma li ha letteralmente fatti scorrazzare avanti e indietro dietro la fortezza di batteria del batterista Ariën van Weesenbeek, girando insieme a loro. I membri hanno incendiato il pubblico anche scendendo più volte dal palco nel foto pit e stringendo la mano alle prime file. Lo show teatrale epico e bombastico ha ancora una volta acceso il pubblico, com’è collaudato. Con tutte le scenografie aggiuntive e un approccio incredibilmente infuocato, gli Epica sono sembrati incredibilmente coinvolti ed estivi. Tra i pezzi nuovi la band ha suonato anche Beyond the Matrix, mentre per il resto il repertorio, in termini di catalogo discografico, era bilanciato in modo piuttosto azzeccato, con Sancta Terra dal cult »The Divine Conspiracy« (2007) in bella vista. Dall’album precedente »The Quantum Enigma« la band ha suonato Unchain Utopia e The Essence Of Silence, e in scaletta hanno trovato posto anche Storm the Sorrow (album »Requiem for the Indifferent«), Cry for the Moon a metà set dal debutto in studio »The Phantom Agony«, che si legava bene all’eclissi lunare di sangue in arrivo, e la conclusiva Consign to Oblivion, tratta dal secondo album in studio, omonimo. Gli Epica sono semplicemente troppo esperti per sbagliare un’esibizione. Una bomba con Simone Simons come ciliegina sulla torta.

L’ultima mazzata di black metal purosangue al Metaldays 2018 l’hanno data i leggendari black metaller tedeschi Darkened Nocturn Slaughtercult, guidati dalla cantante e chitarrista Onielar, unica membro originale rimasta. E questa era in pratica anche l’unica cosa interessante di una band che suona un black metal assolutamente classico, che non si discosta in nulla dalle rigide linee guida del genere e proprio per questo diventa presto un po’ monotono. A questo non aiuta granché la voce lagnosa e tossicchiante di Onielar, anche se è vero che, per via della sua apparizione da mostruosa sposa insanguinata, la band era visivamente molto affascinante.

L’eclissi lunare si è avviata verso lo zenit, la luna sanguinava sempre di più e sotto di lei si vedeva chiaramente anche un Marte insanguinato. E sul palco c’erano i finlandesi Children of Bodom, che hanno preso il nome da un evento non meno sanguinoso. I portabandiera dell’ultimo giorno del festival, quindi, che sul palco Lemmy hanno messo in scena l’atto conclusivo. La band, che quest’anno festeggia ben 25 anni di attività, ha allestito uno show con un’eccellente scaletta dominata dai classici presi dagli album più apprezzati della prima era. Il capo selvaggio del gruppo, Alexi Laiho, magro e minuto com’è, dà ancora l’aria del ragazzino birbante. E resta incredibile. Non solo per l’interpretazione, in cui il suo modo di suonare la chitarra trabocca di perfezionismo. È incredibile che musicista rifinito sia Laiho. Il suo growl gli serve ancora benissimo, la chitarra la suona più che fantasticamente. Mentre lo guardi ti chiedi come sia possibile che, tra la combinazione con la voce e un’esecuzione estremamente veloce (assoli, passaggi), non sbagli nemmeno un singolo tono, nemmeno una nota. I suoi assoli diabolici e l’occasionale inserirsi in un duello infuocato con lo straordinario tastierista Janne Wirman mozzavano di nuovo il fiato. Due musicisti di scuola classica, che sviluppano una velocità infernale in figure neoclassiche, cioè decorate in stile barocco. Anche il nuovo chitarrista Daniel Freyberg ha avuto la sua occasione di inserirsi in un passaggio con un’armonizzazione »tripla« e segnalare così il proprio talento, anche se è chiaro che nella situazione data deve occupare una posizione subordinata.  Chissà quanti inserti neoclassici intendono ancora intrecciare nelle composizioni Laiho e Wirman? E la band sul palco suona i pezzi, già concepiti veloci, ancora più veloci. Una percezione folle di entrambi i musicisti. La chimica tra i due scorre a pieno sangue. Con tutta questa velocità non si può assolutamente saltare il batterista Jaska Raatikainen, senza il quale i Children of Bodom non realizzerebbero sul palco niente di simile. I Children of Bodom funzionano come un insieme, a prova di proiettile.  La parte iniziale del concerto è toccata a una tripletta dell’album »Are You Dead Yet?« (title track, In Your Face, Living Dead Beat),  poi hanno eseguito anche I Worship Chaos e Blooddrunk, e da lì fino alla fine del concerto è seguita una giostra di pezzi degli album »Hate Crew Deathroll« (Angels Don’t Kill, Hate Crew Deathroll, Needled 24/7), »Hatebreeder« (Bed of Razors, Downfall, Towards Dead End, Warheart) e »Follow the Reaper« (Bodom After Midnight, Everytime I Die, Follow the Reaper, Hate Me!).

Nella prima parte del concerto, durante uno degli inserti introduttivi di Wirman, c’è stata una microfonia e Laiho in quel momento ha scagliato furioso il plettro a terra, ha sputato rabbiosamente davanti a sé perdendo visibilmente la pazienza: »What the fuck is going on…!?!?«, poi è sparito a passo di marcia nel backstage, headbangando, a vedere che diavolo stesse succedendo, e ha fatto una bella lavata di capo al suo tecnico di chitarra. Poco dopo è tornato calmo e il concerto è proseguito con successo. Hatecrew Deathroll ha chiuso la parte regolare del concerto, e la band è tornata per il bis, portando l’atmosfera del concerto al punto di ebollizione con i cult Bodom After Midnight e Towards Dead End. Laiho e compagni restano incredibili. Con una scaletta così eccellente e tutta la grinta con cui sono saltati sul palco, non hanno faticato a conquistare il palco principale del festival. La gente si è presa i fulmini e tutto il folklore festivaliero che incarna il Metaldays ha brillato per l’ultima volta a pieno a Tolmin.

Per l’ultimissimo saluto al Metaldays 2018 hanno pensato i veterani irlandesi Primordial, e che saluto è stato! Lo ammetto, dopo la chiusura eccezionale dell’anno scorso con i diabolicamente bravi Death Angel ero scettico che ai Primordial riuscisse qualcosa di simile. La loro musica è per l’ascoltatore medio solo un po’ più impegnativa del thrash dei Death Angel, comunque eccellente. Sono contento di essermi sbagliato. Gli irlandesi hanno infatti almeno eguagliato la chiusura del 2017 con i Death Angel. Il probabile prodotto di esportazione metal più grande dell’Irlanda aveva già suonato al Metaldays, ma in momenti della giornata piuttosto sfavorevoli, con troppa luce, in cui non erano riusciti a dare il meglio. Stavolta la notte e il palco BB erano completamente loro e i Primordial hanno offerto il miglior concerto che io sia riuscito a vedere finora. Gli irlandesi sono arrivati a Tolmin con il nuovo album, Exile Amongst the Ruins, e hanno salutato con coraggio il palco ben riempito direttamente con il pezzo d’apertura di nove minuti dell’album, Nail Their Tounges. Le lingue non ce le hanno proprio inchiodate, ma davanti all’esecuzione eccezionale le mascelle si raccoglievano quasi da terra. Un suono cristallino ha permesso di far emergere bene le sequenze di accordi uniche delle mosse chitarristiche di ispirazione celtica del duo MacUiliam/O’Flinn, mentre tutta l’attenzione l’ha di nuovo rubata l’energico e carismatico Alan Nemtheanga, che ha entusiasmato con una performance vocale eccezionale, durante la quale ha lanciato perfino qualche urlo che ci ha riportato indietro agli inizi black metal con Imrama e A Journey’s End. Con le indimenticabili No Grave Deep Enough, Gods to the Godless, la saltellante »disco« To Hell or the Hangman, poi le conclusive The Coffin Ships e l’ennesima, fottutamente epica, inno alla caduta degli imperi Empire Falls, i Primordial sono suonati semplicemente magici e catartici e hanno fornito così una chiusura perfetta per una settimana, a dirla tutta, perfetta. L’addio con l’inno Heathen Tribes è arrivato quindi fin troppo presto.


Se dunque tiriamo una riga sull’intera settimana: 5 giorni (più altri due di riscaldamento) e circa 150 band su tre palchi. Una fortuna incredibile con il meteo, che più ideale di così non poteva essere. Organizzazione eccellente. Tutto questo porta alla somma che il Metaldays 2018 è stato forse addirittura il migliore di tutti finora. Tutta la squadra del Metaldays merita un elogio innanzitutto per l’impegno ecologico, grazie al quale il festival è uno dei più puliti in giro. I volontari raccoglievano infatti di continuo i rifiuti, operosi come formichine, ed è stato fatto in modo che i bagni chimici fossero praticamente sempre puliti e dotati di carta igienica. Per le tasche slovene danno un po’ fastidio i prezzi alti di cibo e bevande, ma è così anche ai festival fuori dai nostri confini. Il confronto con la Repubblica Ceca, comunque, non c’entra, se a qualcuno prudono le dita, eh eh. In compenso i cocktail jumbo da 0,75 litri, nonostante il prezzo alto, sono stati una vittoria pura. Da elogiare anche la scelta culinaria, soprattutto la varietà di cibo nel villaggio sloveno, e ottima era soprattutto la pizza accanto al palco Boško Bursać. Visto che ci siamo con questo palco, un grande grazie per la selezione di artisti di qualità eccezionale, dove anche nelle primissime ore del pomeriggio si poteva ascoltare un sacco di roba interessante, cosa a cui negli anni scorsi non eravamo così abituati. Personalmente apprezzo anche il palco New Forces, anche se sarebbe stato gradito uno spostamento della timeline, per evitare le scomode sovrapposizioni con gli altri due palchi. Quest’anno hanno fatto per lo più un ottimo lavoro anche i fonici, perché le band suonavano in genere in condizioni sonore ottimali. Molto, molto meglio dell’anno scorso è stata quest’anno perfino la birra del festival, la Painkiller. Mi sia concesso di prendermela anche con le numerose tutine, gli unicorni gonfiabili, i fenicotteri e chissà che altro, davanti a cui noi metaller »true« arricciamo il naso. Che ci vuoi fare, sono vacanze metal, dove la gente si dà alla pazza gioia senza dare fastidio a nessuno. Che remino pure sugli Alestorm sul palco grande, almeno a me non danno fastidio quando sono grim e kvlt sotto il palco BB, eh eh. Sì, quindi ci vediamo di sicuro al Metaldays 2019, per cui sono già confermati Dimmu Borgir, Hypocrisy, Soilwork, Korpiklaani, Rise of the Northstar, Impaled Nazarene, Gaahl’s Wyrd, Alkaloid e Dornenreich.

Nina Grad (foto): Tyrmfar, Chronosphere, Sisters of Suffocation, Demonical, Gut, Cannibal Corpse, Municipal Waste, Darkened Nocturn Slaughtercult
Sebastijan Videc (foto): Carrion, Death Alley, Monarch, Mantar, Attic, Epica, Children of Bodom, Primordial
Jure Olaj – foto aeree
Rok Klemše (testo): Tyrmfar, Thurisaz, Chronosphere, Sisters of Suffocation, Demonical, Mantar, Municipal Waste, Attic, Darkened Nocturn Slaughtercult, Primordial
Aleš Podbrežnik  (testo): Carrion, Monarch, Death Alley, Gut, Goatwhore, Cannibal Corpse, Epica, Children of Bodom

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