Richie Kotzen – se nascessi oggi, non vorrei mai fare il musicista! (2007)

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Data dell’intervista: 29.10.2007

Richie Kotzen, eroe della chitarra, cantante, autore di una valanga di pezzi, un tempo parte della famigerata banda di bad boys dei Poison e poi della compagnia Mr. Big, sta vivendo oggi una vera fioritura creativa. Tra il 2006 e il 2007 sono passati meno di 11 mesi pieni sul calendario, eppure ha già sfornato ben due album in studio. Il tipo può vantare una ricca collezione di album solisti in studio e, cosa più importante, un sound riconoscibile che ha sviluppato e con cui ha dato un’anima al suo vasto opus musicale, un fluire di collage fondati sulla tradizione di blues, soul e R&B, la cui carica erotica a tratti viene dosata con scatti vivaci di rock. Richie è insomma uno scrittore di musica nato, ma prima di tutto un eroe della chitarra dalle dita fulminee, che gli hanno regalato omaggi e rispetto da parte delle folle musicali.

L’intervista l’abbiamo fatta io e Daniel al Bluesiana Rock Caffe, ormai celebre seconda casa della squadra di RockLine, a Velden am Woerthersee (Vrba na Koroškem) in Austria. La proprietaria, nonché promoter locale di una falange di band toste che passeranno da lei da qui a fine anno e che per lo più appartengono alle radici del blues, la cara e sempre frizzante signora Gudrun, anche stavolta da vera padrona di casa ha accolto con cura e grandissimo calore la spedizione in due della nostra redazione. Richie si è preso un po’ di tempo per noi dopo il concerto. Erano passati 20 minuti da uno show lunghissimo, caldo e carico di energia, durato abbondantemente più di due ore. Quando il “tour manager” ci ha invitati nel “backstage”, Richie si stava rilassando con una birra in mano, ancora con un asciugamano avvolto attorno alla testa, quando ci siamo seduti accanto a lui. È seguita l’ouverture giuridico-formale e…

RockLine: Ti stai godendo il tour?
Richie: Me la sto godendo. Dietro di me ho una band eccezionale.

RockLine: È la prima volta che suoni in Austria? Che sensazioni ti dà questo angolo di mondo?
Richie: Sì, è la prima volta che sono qui. È fantastico, sono molto contento.

RockLine: Ti stai dedicando di nuovo con intensità alla carriera solista, due album solisti nel giro di meno di un anno, ti va alla grande!
Richie: Sai com’è con me. Sono sempre stato un musicista indipendente, ho sempre fatto cose da solista. Già dal 1989 faccio le mie cose come solista. Poi c’è ovviamente quella vecchia, vecchia storia famosa. Insomma, nel frattempo mi sono unito prima ai Poison, poi ai Mr. Big, ma alla base sono un musicista solista. Ho fuori 16 album solisti in studio. È un’esplorazione delle mie radici, di quello che sono sempre stato, che sarò sempre, di quello che ho fatto e che farò sempre. Sono sempre stato il tipo che scriveva canzoni. Anche con i Poison. Fa parte di me. Mi piace, lo adoro e basta. Non c’è niente di meglio che salire sul palco  insieme a ottimi musicisti che suonano le tue canzoni e goderti le reazioni del pubblico che ti segue durante lo show.

RockLine: Suona davvero alla grande. In questo momento sei in tour con una formazione da power trio (chitarra/voce, basso, batteria). Dicci, dove hai pescato gli altri due che ti accompagnano in questo tour, come vi siete “rodati” insieme?
Richie: Ti dico com’è andata. Ci è voluto parecchio per trovare il bassista giusto, davvero. Con i batteristi non ho mai problemi, ogni volta che ne cerco uno per collaborare, ma quando si tratta del bassista adatto, è un vero incubo. Quando ho incontrato Johnny (Johnny Griparic, il bassista che accompagna Richie in questo tour, n.d.r.) è scattato tutto all’istante (schiocca le dita). Prima di Pat Thorpey avevo provato quattro batteristi. Erano bravi, ma comunque non ha funzionato. Con Pat abbiamo una storia in comune, abbiamo suonato insieme nei Mr. Big, tra noi c’è un legame come se fossimo di famiglia, ci capiamo al volo, comunichiamo benissimo. Quando esistono legami così, anche la musica prende quella forma giusta che ti dà la sensazione di autenticità, di casa. Con Pat siamo come fratelli. Comunichiamo alla perfezione. Ed è così anche con la musica. Anche quella si basa sulla comunicazione reciproca.

RockLine: Hai appena pubblicato un nuovo album in studio, dieci giorni fa…
Richie: Sì. Il 19 ottobre.

Mi alzo dal tavolo, prendo la macchina fotografica per immortalare i momenti dell’intervista, mentre Daniel continua a intrattenere l’interlocutore con le domande…
Richie (si accorge che voglio fotografarlo): Fuck,… Ooooh aspetta, fammi togliere l’asciugamano dalla testa… non posso stare così davanti alla macchina fotografica, senza un briciolo di stile!!!

RockLine: Com’è che il tuo nuovo album è uscito con due titoli diversi, per il mercato giapponese e per quello americano?
Richie: (si scompiglia nel frattempo i capelli sudati e se li sistema, come un vero professionista che ci tiene alla sua reputazione e al suo aspetto, e affronta la domanda con un po’ di confusione…): Allora, nel Nord America, anzi, nel Nord e nel Sud America l’abbiamo intitolato “Go Faster”, per il semplice motivo che la gente si identifica più facilmente, che suona più familiare, più vicino al pubblico di quella parte del mondo. In Europa e in Giappone invece si chiama “Return Of The Mother Head’s Family Reunion”. Il materiale contenuto nelle edizioni per i due mercati è assolutamente identico.

RockLine: Quanto è conosciuto il tuo nome tra le folle, per esempio se confronti Europa, Giappone e USA?
Richie: Al momento la situazione è equilibrata. Anni fa il successo più grande l’ho avuto in Giappone. Poi di recente il mio nome è diventato molto popolare in Sud America. Semplicemente grazie ai grandi vantaggi che offre internet nel trasferire e diffondere le informazioni. Oggi funziona così: quando la gente esce di casa, sa esattamente cosa comprerà in negozio, quale album. Ai vecchi tempi era difficilissimo trovare un album quando entravi in un negozio, se non sapevi già che era uscito. Adesso è più facile. Si trova tutto su internet. La musica si può scaricare (“download”). Lo faccio anch’io, se mi piace qualche disco nuovo. Perché non dovrei, se le cose sono lì a disposizione…

RockLine: Quando è maturato in te il desiderio di diventare musicista, o meglio, quando hai capito che avresti intrapreso la carriera musicale?
Richie: Oh amico,… lo volevo già da bambino. Ce l’ho dentro. Avevo cinque anni, più o meno. Quando ero piccolo e crescevo in famiglia, ero una specie di intrattenitore di turno di casa. Ovviamente sapevano come stuzzicarmi, non mi accorgevo nemmeno di quando mi facevano fare certe sciocchezze, ogni tanto si divertivano a prendermi in giro. Quando i miei hanno visto che avevo talento, mi hanno pagato le lezioni di pianoforte. A cinque anni. A sette, otto anni ho cominciato a studiare la chitarra elettrica. A dodici avevo già una band locale. Insomma, nella vita non ho fatto molte cose, ho solo suonato.

RockLine: Quando hai pubblicato il tuo esordio solista in studio “Richie Kotzen”, eri ancora giovanissimo…
Richie: Vero. Già a quindici anni ero in grado di fare con la chitarra cose che musicisti più vecchi e affermati a quel tempo non riuscivano a fare nemmeno a 45. Potevo suonare qualsiasi cosa. È cominciata con un articolo su di me in una rivista musicale, su consiglio dell’etichetta Shrapnel Records, quando avevo 17 anni. Fu così che in quel periodo si sparse la voce sul mio nome. Così quelli di Shrapnel Records mi hanno chiamato l’anno dopo, quando avevo compiuto diciotto anni, e per quell’etichetta ho registrato il mio primo disco solista.

RockLine: E poi è arrivata la svolta con i Poison. Come vedi quel momento della tua carriera musicale?Richie: Eh, probabilmente sì. Per quanto riguarda la mia carriera iniziale, di sicuro. I Poison avevano venduto 20 milioni di dischi prima che io facessi qualsiasi altra cosa oltre a girare manopole in studio. È stato interessante quando mi sono unito a loro. Cercavano infatti uno in formazione che scrivesse la musica, i pezzi. Perché prima di me nei Poison C.C. (C.C. DeVille, chitarrista dei Poison che Richie ha sostituito dopo il suo arrivo nella band, n.d.r.), contribuiva con la maggior parte del materiale, mentre Bret (Bret Michaels, cantante dei Poison, n.d.r.), era orientato più sui testi, ma la maggior parte del materiale prima del mio arrivo l’aveva scritta C.C. Poi sono arrivato io. Okay, all’audizione ho suonato il loro materiale e ho mandato tutto a puttane. Il mio amplificatore è esploso nella sala dove provavo con la band all’audizione. Allora mi hanno chiesto se avevo del materiale mio e gli ho proposto due pezzi. Until You Suffer Some, che in origine si chiamava Fire And Ice, e poi Stand. E gli sono piaciuti! Poi ci siamo rivisti, abbiamo suonato di nuovo tutto insieme e hanno detto: “Okay, sei dei nostri!” Quello è stato il punto di svolta della mia carriera. Se non fosse successo, con ogni probabilità stasera non sarei qui. Anche se non si sa mai, magari il mio nome sarebbe addirittura più grosso oggi, perché proprio nel periodo in cui sono entrato nei Poison, quelli di Interscope Records mi proponevano di firmare un nuovo contratto per un nuovo disco solista in studio.

RockLine: Stasera qui al Bluesiana hai suonato Stand. Come mai hai deciso di infilarla nella scaletta del tour attuale?
Richie: Quel pezzo l’ho scritto prima ancora di unirmi ai Poison. Significa tantissimo per me, è parte di me, è una pietra miliare della mia carriera. Nella mia vita Stand ha un posto speciale, per questo ho deciso di suonarla dal vivo anche stasera. Poi Bret nei Poison ha modificato un po’ il testo, ma quella era roba sua, politica assolutamente libera dei Poison. Stavolta invece la suono completamente a modo mio, nel modo in cui è stata scritta in origine. E la gente la ama quando la sente dal vivo.

RockLine: Come hai vissuto la transizione, il passaggio da band rock alla carriera solista?
Richie: Senza problemi, perché ho iniziato la carriera come solista, quindi per me è stato del tutto naturale. Quando hai sentito il mio nome per la prima volta? Non con i Poison, ma nella versione da artista solista, dopo che avevo pubblicato il mio esordio “Richie Kotzen”, per Shrapnel Records. Conosci la rivista “Kerrang!”? L’articolo uscito lì, che era la recensione del mio primo disco, era una vera cagata. Ho pubblicato tre album solisti, solo dopo è arrivato il passaggio alla band. Nei panni dell’artista solista mi sento benissimo, ci vado d’accordo alla grande.

RockLine: Stasera al Bluesiana hai fatto una cover molto interessante di Shapes Of Things degli Yardbirds…
Richie: Conoscete Stevie Salas? Stevie Salas è un chitarrista che si è fatto un nome dopo aver suonato con Rod Stewart,… okay, Stevie non mi pagherà per la pubblicità che gli faccio in questa intervista, eh eh eh,…. comunque sia, Stevie è stato il primo che ho conosciuto dopo il mio trasferimento a Los Angeles. Sono passati un po’ di anni e un giorno, mentre ero in studio a registrare un album, Stevie è passato per caso, ha sentito che stavo suonando proprio quel pezzo e mi ha detto che dovevo assolutamente metterlo nel disco. Così è uscito come bonus track solo per il mercato giapponese. E Stevie Salas ci suona il basso. Senza di lui non l’avrei mai fatto. Lui mi ha detto: “Canti come Rod Stewart, suoni come Jeff Beck, quindi registra questa canzone!” E così è andata. Quindi, non sono stato io a dire che suono come Jeff Beck, è stato Stevie, ah, ah, ah,..

RockLine: Nonostante nei tuoi lavori solisti tu compaia sempre nel doppio ruolo di cantante e chitarrista, ti dà mai fastidio che la gente ti conosca soprattutto come chitarrista?
Richie: Me ne frego. Semplicemente non mi importa come ragionano. Non si può vivere preoccupandosi di cosa pensa la gente di te. Se volessi pensare sempre come pensano gli altri, come farai mai a sapere cosa pensi tu? È una cosa terribile. Quando ti svegli la mattina devi chiederti: “Cosa voglio fare oggi?” E insistere per realizzarlo. Così dovrebbe vivere ognuno, almeno io vivo così, funziono così. Mi sveglio la mattina, mi alzo, mi prende la voglia di scrivere un pezzo, lo faccio. Poi devo andare a prendere mia figlia a scuola,… non mi importa cosa pensa la gente. Se faccio qualcosa di sbagliato, per esempio metto qualcuno in una situazione scomoda o lo ferisco, allora ci sto male e mi dispiace. In quel caso, per dire, non mi è indifferente cosa pensa di me quella persona. Ma finché sento di essere sulla strada giusta nella mia vita, non me ne frega un accidente di cosa pensa la gente di quello che faccio. L’invidia, per dire, è una cosa orribile. Uno ha una cosa, un altro vuole la stessa cosa, poi un terzo comincia a parlarne, pensano a come fregarti, vivere con la testa a queste dinamiche è terribile. Devi vivere con quello che hai e insistere in quello che ti è destinato. Ho cominciato a parlare in modo rozzo, da “uomo delle caverne”, ma credo abbia un senso. Vi sembra sensato quello che dico?

RockLine: Assolutamente. Cosa ci puoi dire delle tue influenze musicali e della musica che ami di più?
Richie: Sono cresciuto in Pennsylvania, in America, sulla costa orientale. Quando ero ragazzo, in questa zona nord-orientale degli USA alla radio girava un sacco di R & B e di soul. Per esempio Hall and Oates, la loro Sara Smile, o Rich Girl (comincia a cantare i versi): “You’ re a rich girl, you’ve gone to far away, and you know it don’t matter anyway…...”, la conoscete? Beh, è degli Hall And Oates. Per me quella band era come Dio. Poi gli Spinners, per esempio il pezzo I’ll Be Around (Richie canta di nuovo): “Whenever you call me, I’ll be there, whenever you wan’t me, I’ll be there,…”. Quando crescevo, la scena soul era fortissima, ma si suonava anche rock e le due cose si mescolavano, soul e rock. E questa fusione di soul e rock mi ha sempre emozionato e attirato. E da piccolo cercavo di imitare gli artisti che ascoltavo, volevo cantare come gli Spinners, mi svegliavo la mattina, mi alzavo e mi mettevo a cantare le loro canzoni,… Quando sono cresciuto un po’ e ho cominciato a studiare la chitarra, mi ha impressionato Eddie Van Halen. Eddie è stato il primo chitarrista che ho sentito suonare e mi sono detto: “Ecco! Questo voglio. Voglio suonare così!” Sai cosa trovo più interessante guardando i giovani di oggi? Per esempio, se fossi io un ragazzino adesso, non sarei mai diventato musicista, perché le persone che fanno musica oggi non sono più quei musicisti dei tempi in cui crescevo io. Capite cosa intendo? Oggi non c’è più un Eddie Van Halen, un Rhandy Rhoads e non ci sono chitarristi che ti impressionino, nel senso di mostrare con i fatti qualcosa di tutto loro. Se fossi un ragazzino oggi, cercherei di imitare per esempio Allen Iverson (cestista NBA, n.d.r.), giocherei a basket, andrei in skate (“skateboard“). E poi questi tizi con le catene al collo, i gioielli sui denti, le acconciature stravaganti e tutta l’altra zavorra, vengono a fare musica e fa schifo. Oggi sono altri tempi. Non so com’è da voi, ma quello che ho descritto lo vedi da noi negli USA. Ed è per questo che sto sempre qui, in Europa.

RockLine: Quando ascolto la tua musica, ci sento dentro Hendrix.
Richie: Davvero?!?!? Sai cosa c’è di interessante? Non mi sono mai seduto davanti al giradischi ad ascoltare Hendrix. Mi piace, conosco la sua musica. Di lui mi piace la libertà. E quello che voglio portare attraverso la musica che scrivo è la libertà. Voglio essere libero. Non voglio limiti, catene e schemi, stampi e ricette precotte a cui attenermi. Quando mi esprimo, voglio esprimere me stesso e quando sono da solo con me stesso, trovo quel silenzio e quella limpidezza nella testa, senza pensieri, e allora mi abbandono e quello che succede, succede. È lì che saltano fuori le idee ed è lì che creo musica. Penso che lo facesse anche Hendrix quando è comparso sulla scena. Lui lasciava semplicemente scorrere le cose. Oggi la maggior parte della gente fa solo calcoli su come fare questo e quello nella musica e sai una cosa? Quello che ha reso Hendrix così speciale e l’ha fatto spiccare così tanto quando è arrivato sulla scena era proprio il fatto che non si metteva a calcolare come sarebbe suonato il tutto, ma si lasciava andare al flusso. Per questo non mi paragonerei mai a nessuno. Ma quando suono, voglio avere la testa vuota e limpida. E quando ho intenzione di suonare la mia musica a un concerto, non penso prima a come suonerò ogni cosa e così ogni pezzo lo suono sempre in modo diverso. Sera dopo sera, show dopo show. Secondo me la musica dovrebbe essere così, o meglio, andrebbe intesa in questo modo.

Nel frattempo arriva il tour manager e ci fa capire che i 15 minuti ufficiali per l’intervista sono scaduti da un pezzo.
Richie: Oh fuck,.. a chi frega? Mi sto divertendo, possiamo parlare tutta la notte, non me ne importa niente…

RockLine (praticamente nello stesso istante al registratore finisce il nastro, il che significa che sono passati esattamente 30 minuti. Il “clac” scatta nella macchina, siamo “fritti” e dobbiamo comunque chiudere la chiacchierata, quindi segue l’ultima domanda): Dicci Richie, qual è il tuo prossimo passo nella carriera musicale?
Richie: Non ne ho idea, davvero non lo so e sai una cosa? Davvero non me ne preoccupo. Quando sarà il momento, sicuramente saprò cosa voglio. Quando non mi preoccupo di pianificare in anticipo, è la situazione in cui ti trovi nel momento dato a portarti lì. E allora è la situazione stessa a dirtelo e capisci che è arrivato il momento giusto per agire. È allora che trovi e scopri anche il modo di metterti all’opera.

RockLine: Richie, grazie davvero per il tuo prezioso tempo, mi sembra che abbiamo fatto una chiacchierata davvero ottima, ti auguriamo ancora tanto divertimento in tour e soprattutto che tutto fili liscio.
Richie: Grazie anche a voi, è stato un piacere chiacchierare con voi.

intervista a cura di: Daniel Pavlica & Aleš Podbrežnik

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