Il mago della chitarra Alex Beyrodt racconta i Primal Fear (2014)
Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: Brescia / Circolo Colony / Italia
Data dell’intervista: 04.02.2014
Negli ultimi anni Alex Beyrodt è uno dei chitarristi heavy metal e hard rock più in vista della scena tedesca, se non europea. A scoprirlo, già negli anni Ottanta, è stato il grande guru del metal tedesco Matt Sinner, quando Alex entrò nella sua band, i Sinner. Oggi Alex Beyrodt è un chitarrista rispettatissimo, che fa il chitarrista solista in Primal Fear, Sinner, Vodoo Circle, Silent Force e nel progetto »Rock Meets Classics«. Se cerchi un sinonimo di agenda piena 24 ore su 24, il nome di Alex Beyrodt fa al caso tuo.
Alex si è preso qualche minuto per fare due chiacchiere sui Primal Fear, sul loro nuovo album appena uscito, »Delivering the Black«, e su tutte le altre attività musicali, poco prima del concerto della band a Brescia.
RockLine: Alex, con i Primal Fear sei in giro per l’Europa in un nuovo tour, in cui presentate il vostro nuovissimo album in studio »Delivering the Black«. Come sta andando questo tour per i Primal Fear?
Alex: Fila tutto liscio. Il pubblico è carico, le reazioni sono fantastiche, l’affluenza è molto buona. In pratica abbiamo tutti i concerti sold out, o quasi. Ci vantiamo anche del fatto che pure le date che abbiamo fatto prima dell’uscita dell’album, visto che il disco è uscito durante il tour, erano già piene, ma proprio piene. Ed è una gran cosa. Siamo molto contenti. Non so cosa succederà stasera qui a Brescia, ma quella è un’altra storia.
RockLine: A Brescia siete saltati dentro all’ultimo momento. È un concerto prenotato all’ultimo minuto, e anche l’unica data italiana. Siete arrivati qui dalla Spagna, rovente, e poi tornate a casa in Germania, dove vi raggiungono anche The Messenger come gruppo spalla. Come vivi le reazioni diverse del pubblico, quando suonate a casa in Germania e quando suonate all’estero, cioè sui palchi fuori dalla Germania?
Alex: Il tour è partito dalla Germania e The Messenger ci hanno accompagnato anche in Spagna, ma poi lì gli hanno svaligiato il furgone e rubato tutta l’attrezzatura e i bagagli personali, altrimenti stasera sarebbero qui a Brescia con noi. Per quanto riguarda le reazioni del pubblico, il fatto è che fuori dalla Germania sono molto più forti, soprattutto quando suoniamo, per dire, in Sud America, per esempio in Argentina: sono intense, travolgenti, il pubblico non nasconde per niente di fondersi completamente con la nostra musica durante lo show. Cantano i testi a squarciagola, soprattutto i ritornelli. In Germania dobbiamo faticare molto di più per convincere il nostro pubblico, per incuriosirlo, per catturare la sua attenzione. Ma già in partenza è una differenza di carattere tra i vari pubblici. Resta il fatto che anche a casa il pubblico ci apprezza, ovviamente. Ma questo non vuol dire che possiamo permetterci di rilassarci. Soprattutto di questi tempi, in cui conta ogni singolo fan della nostra musica. Capita poi che finiamo su qualche palco fuori dalla Germania dove dobbiamo impegnarci ancora più che a casa. Ma non c’è niente di male. Va benissimo così. Da tedeschi siamo abituati a lavorare duro. Ce l’abbiamo nel sangue.
RockLine: Parlando del vostro nuovo album in studio »Delivering the Black«, come descriveresti il processo con cui è nato e quali sono le differenze principali rispetto al precedente?
Alex: »Delivering the Black« è il mio secondo album con i Primal Fear. Il primo è stato il predecessore, »Unbreakable«. Sai qual è la differenza fondamentale? Questa volta ci siamo trovati in studio, come band. Oggi di solito si fa così: ogni musicista della band lavora da solo sul nuovo materiale, cioè separatamente. Chiuso nel suo studio. Entrambi i metodi hanno pro e contro. Ma stavolta ci siamo detti che volevamo fare un disco da vera band. Non ognuno per conto suo, davanti al proprio computer e nel proprio studio. Quindi quando abbiamo registrato l’album eravamo tutti in studio insieme. Tutta la band. Forse anche questo ha contribuito al fatto che »Delivering the Black« sia l’album in studio meglio accolto in tutta la nostra carriera, finora. È entrato nella top 20 della classifica tedesca, arrivando al tredicesimo posto, che per noi è un sogno.
RockLine: Il nome Primal Fear è, anno dopo anno, una certezza collaudata, che raccoglie sempre più sostegno nel pubblico metal. Almeno questa è la sensazione. I vostri album vantano una qualità altissima e un marchio di fabbrica riconoscibile, quasi un’impronta tutta vostra, e allo stesso tempo i vostri tour diventano sempre più ampi, con sempre più date, e ormai vi portano regolarmente a suonare anche su altri continenti. Come vivi tu, da musicista, questo processo?
Alex: È vero. Oggi la cosa più dura da accettare è che devi suonare sempre di più, se vuoi sopravvivere. Cioè, detto in parole povere, se vuoi portare a casa abbastanza soldi. Gli incassi dalla vendita degli album sono roba del passato. Purtroppo. È finita qualche anno fa. Una band come i Primal Fear, o simili nella »nostra categoria«, deve puntare per forza a guadagnare con i tour e con la vendita del merchandising ufficiale. Purtroppo non siamo i Metallica, che possono permettersi di fare un brutto album, un album la cui registrazione e l’intero progetto di uscita, promozione compresa, costano tipo 20 milioni di dollari, e quel brutto album venderà comunque abbastanza bene. E non è giusto. Non va bene. Per questo band come i Primal Fear sono spalle al muro e devono dimostrare molto di più e faticare parecchio di più di certe altre band che in altri tempi hanno avuto più fortuna di quanto oggi abbiano cervello.
RockLine: Hai anche i Voodoo Circle, e proprio l’anno scorso avete pubblicato un nuovo album in studio. Vi abbiamo visti all’Hi-Rock festival, giusto?
Alex: A Inzell?!?!
RockLine: Esatto. Mi chiedo come fai a far stare insieme tutto. Sei sempre impegnatissimo.
Alex: È vero. Sono sempre impegnato. Dentro di me battono in realtà due cuori. Uno è quello classico, di formazione, diciamo incline all’hard rock e al rock melodico. Nella mia carriera ho suonato anche tanta musica classica, e ci sono anche salito sul palco. L’altro cuore batte per l’heavy metal, ma quell’heavy metal in cui la melodia è sempre ben evidente e presente. È quello che faccio e che ho fatto con i Silent Force e che sto facendo con grande successo anche con i Primal Fear. Del resto questi salti tra due mondi musicali non mi creano nessun problema. Quando arriva l’ordine che all’orizzonte c’è il lavoro con i Primal Fear, mi butto sui Primal Fear senza pensieri; quando tocca all’altra situazione è esattamente lo stesso con i Voodoo Circle o i Silent Force. A proposito di Voodoo Circle, guarda, eccolo là il nostro tastierista, ah ah ah,… (indica con la mano Jimmy Kresic, appena entrato nell’area del »backstage«, n.d.r.)
RockLine: Siete una specie di famiglia.
Alex: Vero. Cerchiamo di gestire tutti gli affari musicali dentro questa famiglia. È molto importante. Si tratta di ponti di fiducia tra di noi, e sono solidissimi. Deve restare così, perché è la cosa migliore per tutti noi. Anche Jimmy Kresic stasera è qui con un ruolo diverso da quello che ha ai concerti dei Voodoo Circle, ma è con noi e dà una mano ai Primal Fear in altre mansioni. Proprio perché è uno di cui ti puoi fidare ciecamente.
RockLine: E cosa ci puoi raccontare del tuo background musicale? Quali musicisti e band ti hanno ispirato da ragazzino, spingendoti a diventare musicista? Spesso, quando ti guardo con addosso quella famosa Stratocaster Fender color crema e ti ascolto, non riesco a togliermi la sensazione che tu sia stato un grande fan di Richie Blackmore e del suo lavoro?
Alex: È vero. Sono un grande fan di Richie Blackmore. Adoro senza dubbio anche Jimi Hendrix e Randy Rhoads. Randy ho avuto la possibilità di vederlo dal vivo in un concerto con Ozzy Osbourne, ma sul palco ci sono salito con Richie Blackmore. Cioè Deep Purple, Rainbow. Ho avuto l’onore enorme di condividere il palco con un personaggio come Ian Gillan. Un’icona del rock. Era quando facevamo il progetto »Rock Meets Classics«. La musica dei Deep Purple ha influenzato me non solo come musicista, ma anche come persona. Oggi per noi musicisti è molto dura. I soldi non arrivano facilmente. Ma quando ti capita l’occasione di condividere il palco con qualcuno che, come musicista, rappresenta gran parte della tua vita, che con le sue opere e con l’impronta lasciata nel rock ha contribuito a plasmarti, per me è la più grande ricompensa possibile per tutti quegli anni di sacrifici e rinunce. In quel momento ricevi un segnale: sei sulla strada giusta. È quella la vera presa di coscienza. E sta nel tuo cuore. Nessuno può togliertela, e nessun denaro può comprarla. Sapere di essere sulla strada giusta e di percorrerla sempre è oggi qualcosa di inestimabile. Di solito però questa roba non va a braccetto con montagne di soldi. A qualcosa devi rinunciare. Sono molto orgoglioso di aver suonato sul palco con Ian Gillan, Glenn Hughes, Paul Rodgers e altri giganti del rock. Il mese prossimo salirò sul palco insieme a Joe Lynn Turner e Alice Cooper. E per questo non dovrò pagare niente. Anzi. Per questo mi pagheranno. Ah ah ah,…
RockLine: Negli anni c’è un nome che è legato in modo particolare alla tua carriera. Il nome di Matt Sinner. Nel tuo percorso dentro Sinner, Primal Fear, Voodoo Circle e ora anche Rock Meets Classics. Come vivi il vostro rapporto?
Alex: Io e Matt siamo da sempre grandi amici. Non ci lega solo la musica. Ci conosciamo da una vita. Ogni volta che ho qualche problema nella vita mi appoggio a Matt. Salta sempre fuori con un ottimo consiglio. Sono entrato nei Sinner nel 1988, e prima ero un grande fan della band Sinner. Poi di colpo mi sono ritrovato dentro. All’inizio suonavamo in giro per la Germania, poi per la Germania e l’Europa. Perfino in America, in Giappone. Matt è praticamente il catalizzatore di tutta la mia carriera. È stato lui a far sì che la mia carriera musicale cambiasse completamente, che prendesse il volo. Per questo gli sono immensamente grato. Mi sembra sempre di conoscerlo da ieri. Ci divertiamo di continuo, ci godiamo le cose che facciamo insieme. Come se tutti questi anni passati insieme non fossero mai esistiti.
RockLine: In tour è tornato nella squadra dei Primal Fear anche il tuo storico compagno di musica Tom Naumann. Quando guardi i Primal Fear sul palco oggi, è un po’ come vedere il primo fronte dei Sinner, tolto ovviamente Ralf Scheepers. Che sensazione è stare di nuovo spalla a spalla con Tom sul palco?
Alex: Io e lui andiamo d’accordo in modo fenomenale. Con Naumann ho suonato già nei Sinner tra il 1988 e il 1997 o 1998, non ricordo con precisione in questo momento. Insieme suoniamo alla grande. Tra noi la chimica funziona. E proprio di questo abbiamo parlato qualche giorno fa. Di questa chimica. Sul »nightliner«. Erano le cinque del mattino. Non ci vedevamo da quasi 20 anni. Ma quando dopo tutti questi anni ci siamo ritrovati alle prove, la sensazione era quella di esserci visti l’ultima volta ieri. Come se in mezzo non fosse successo niente. Come se quei 20 anni non ci fossero mai stati. Quando entrambi abbiamo iniziato la carriera da musicisti professionisti, nel nostro primo periodo, cioè, abbiamo imparato l’uno dall’altro. Oggi sul palco è così: io non ho bisogno di guardare cosa fa Tom Naumann dall’altra parte. So esattamente cosa farà in una data situazione e come reagirà. E anche questo elemento, una ddote rara ma importantissima nella nostra musica, mi esalta e mi diverte un sacco ogni volta che salgo sul palco.
RockLine: Ci sono ancora desideri, obiettivi, idee da realizzare nel tuo percorso musicale?
Alex: Hmm… Io ragiono sul brevissimo termine. La prima cosa è che devo in qualche modo sopravvivere a quest’anno. È il primo piano che devo pianificare e realizzare. Quest’anno suoneremo moltissimo con i Primal Fear. E in tutto il mondo. Questo richiede la mia piena concentrazione sui Primal Fear, in questo momento. È quello il focus su cui indirizzerò quest’anno praticamente tutta la mia energia. Nel 2015 invece arriverà il nuovo album dei Voodoo Circle, seguito da un nuovo tour dei Voodoo Circle.
RockLine: E i Silent Force?
Alex: Silent Force? Certo, in questa pausa di qualche anno si è visto che il pubblico non si è affatto dimenticato dei Silent Force. Anzi, questa pausa di sei anni tra l’album precedente e il nuovo »Raising From Ashes« è il segno che il pubblico ha iniziato a chiedere di noi a gran voce, e per questo le reazioni al nuovo album, come ai nostri concerti, sono state molto più grandi di quanto osassi sperare. Anche il nome Silent Force oggi quota nella scena metal più in alto che mai. All’inizio ero molto scettico quando abbiamo cambiato cantante. Al posto di D.C. Cooper è arrivato Michael Bormann, che una volta cantava nei Jaded Heart. D.C. e la sua voce erano da sempre una specie di integrità del suono e dell’identità dei Silent Force. Ma nonostante questo, il cambio rischioso ha dato i suoi frutti, eccome. Questo successo con i Silent Force è arrivato del tutto inatteso, e per questo per me vale ancora di più e ne sono molto orgoglioso. Un’altra prova che valeva la pena insistere e aspettare. In quel periodo si sono sistemate anche alcune cose della mia vita privata, e anche questo ha contribuito a far andare tutto a posto per i Silent Force. Visti tutti gli impegni con Primal Fear, Sinner, Vodoo Circle, Rock Meets Classics, questa pausa più lunga era un po’ scontata. Ed è stato proprio l’anno scorso che, finalmente, i tempi sono maturi anche per il nuovo album dei Silent Force.
RockLine: C’è ancora qualche pensiero rimasto non detto, che ti pesa sul cuore e che potrebbe interessare ai nostri lettori?
Alex: Sì. Vorrei dire che suono per la gente e che quello che suono lo suono sempre con il cuore.
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