Long Time… No Sing
Artista: West, John
Etichetta: Frontiers Records
Uscita: 2006
Voto: 4/5
Questo cantante americano unico nel suo genere, che dal 1999 canta con gli hard rocker melodici danesi Royal Hunt ed è noto per la collaborazione con le leggende del prog rock Artension, dopo l’album “Earth Maker” del 2001 ha pubblicato anche il suo successore “Long Time… No SIng”, in tutto il suo quarto disco solista. Come dice già il titolo, l’album deve offrire qualcosa di diverso, di fresco. Come se West volesse dire: “È da una vita che non canto a modo mio!” Il disco è una deviazione rispetto al predecessore “Earth Maker”, che si muoveva nel solco dell’hard rock melodico ed era quindi molto più vicino, per dire, ai Royal Hunt. “Long TIme… No Sing” ha davvero poco in comune con i Royal Hunt, a parte il fatto che West è chiaramente riuscito a portarci dentro, in modo molto convincente, una realtà emotiva tutta europea e una profondità attraverso il sentimento malinconico del disco. In altre parole l’elemento “anti-sdolcinato” che agli americani manca così spesso. Grandioso! Questo album ha insomma più di tutto a che fare con John West in persona, e questo vuol dire che il ragazzo ha respirato a pieni polmoni, in totale libertà, e ha tirato fuori un disco che scoppia di aria fresca e convince, in termini di espressione musicale, per quanto rivela l’artista nel suo io più profondo.
Il materiale è vario, quindi facciamoci un giro tra i pezzi “step by step”. L’apertura è davvero spiazzante, l’esatto opposto dei soliti cliché rock che ti aspetti. Si tratta di un brano cupo intitolato Fade,… brrrrr, cupo e atmosferico da paura. Le chitarre sono tirate, le guida un suono leggermente sporco e attuale, ma tutto è subordinato alla melodia. Incredibile, ma l’atmosfera ricorda quella che si trova, ad esempio, negli album di Bruce Dickinson del periodo di The Chemical Wedding. La cosa interessante è che la voce è un po’ tenuta indietro, così da prendere un suono ovattato che dà ancora più peso a questo cupo brano d’apertura! Un’apertura atmosferica a metà tempo, con una crescita graduale di un’atmosfera altamente vibrante! John West è un musicista esperto, che nella sua carriera ha imparato un sacco di cose. E il nuovo album porta di sicuro con sé un ammiccare alle radici “soul” proprio nel modo di cantare.
Nel disco non c’è mai un “hardrockeggiare” a tutta birra, tutto è invece subordinato al feeling puro. Così le tastiere si insinuano nella struttura dei pezzi con un equilibrio incredibile, come contrappeso alle chitarre, in modo efficace per esempio in Set Me Free. Si parlava di sensazioni, di lasciarsi andare alla sensazione pura! Gli attributi appena citati salgono di un altro gradino con Give Me A Sign. West sui binari del soul, un’entrata di Hammond, il “seventies feel” che prende vita e un delicato punzecchiare di chitarre, leggermente arretrato nella produzione in modo che gli strumenti stiano insieme in una splendida armonia. Un colpo ambientale dritto al bersaglio! Un ammiccare particolarmente intenso al “soul” e al blues lo troviamo in Highway To Roppongi. Suona invece attuale soprattutto Over My Head, con una chitarra “funky” ma con l’impronta “hard rock” ben riconoscibile e la bellezza dei cori aggiunti, che sullo sfondo ricordano un vero sermone da sciamano indiano. L’approssimazione più vicina all'”hard rock” melodico la offre The One That Got Away, dove finalmente il ritornello è al centro del pezzo. Segue Falling Down, un’ottima fusione di “pop” e riff duri, a cui è molto vicina Slipping Away, dove di nuovo regna un’atmosfera elevata, frutto del lasciarsi andare alla sensazione. Il pezzo è una bellezza atmosferica a metà tempo con un ritornello malinconico che ti fa venire i brividi lungo il corpo! Una delle deviazioni più spiazzanti del disco, la porta One More Lie, che confina ormai con un vero “stoner riff” e West ci porta di nuovo in un mondo di buio totale. La sua voce è oscura, le chitarre voluminose, sporche e graffianti, moderne, il ritornello porta con sé il soffio di una distruzione sincera alla Alice In Chains. Shock! Dopo di lei è piazzata la ballata d’impatto Better Believe, che conferma l’eccellenza di West come compositore. È l’esatto contrario atmosferico di One More Lie e il disco torna a navigare sul suo lato solare. L’atmosfera nella seconda metà di questo pezzo cresce spontaneamente, gradualmente, con l’aggiunta di arrangiamenti d’archi, verso una nuova dimensione, e succede in modo molto inatteso. L’album si chiude con un delicato brano strumentale in stile ballad, Puerto Amor, con un intreccio sofisticato di pianoforte classico e una tenera melodia di chitarra elettrica.
Questo album è una sorpresa assoluta. Lo contraddistinguono un’atmosfera straordinaria, una dinamica straordinaria, una varietà straordinaria e l’approccio “soul” sofisticato di West, con cui letteralmente incendia tutto il disco. Inoltre questo album mantiene in ogni punto una melodicità totale ed è allo stesso tempo carico di emozioni altissime, a ogni passo. È una deviazione di West come cantante verso le coordinate “soul”, e una deviazione interessante. Si tratta di un album che al primo impatto si farà notare innanzitutto a livello strumentale, anche per via della produzione la voce si siede nelle orecchie solo un po’ dopo. Un disco costruito seguendo alla lettera il proprio istinto elementare, fresco, diverso e, ciò che conta davvero, un album unico e inconfondibile di Johm West. Di gran lunga il disco più maturo della carriera solista di West. Un’ultima cosa. L’album sarà interessante anche per i fan dei Savatage, visto che ci suonano Chris Caffery e Jeff Plate (Metal Church, ex-Savatage).
Formazione
John West – voce, chitarra solista, cori
Kevin Hampton – chitarra ritmica
Chris Caffery – chitarra ritmica
Lonnie Park – tastiere, percussioni, basso
Jeff Plate – batteria
Produzione
John West
Tracklist
1. Let Us Pray
2. Fade
3. Set Me Free
4. Give Me A Sign
5. Highway Roppongi
6. Over My Head
7. The One That Got Away
8. Falling Down
9. Slipping Away
10. One More Lie
11. Better Believe
12. Puerto Amor
Durata dell’album: 48:03