Wise After the Event

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Phillips, Anthony
Etichetta: Virgin Records
Uscita: 1978
Voto: 3.5/5

Anthony Phillips è senza dubbio uno degli ex membri più stimati dei Genesis. Anche se il sound che Ant coltivava fin dai suoi primi giorni con i Genesis stava vivendo, grazie al punk, un declino commerciale, lui non si è curato più di tanto di quel noioso dettaglio. Anche su “Wise After the Event” ha così mantenuto un contatto autentico con l’eredità sonora originale della leggendaria band, a cui con la sua tecnica chitarristica ha lasciato un segno indelebile. La sua capacità di combinare melodie acustiche sottili e contagiose con un senso della melodia fuori dal comune faceva parte del lascito originale dei Genesis, e lui l’ha portata avanti anche da solista, molto tempo dopo aver lasciato la band. Si è fatto notare per la prima volta con la splendida “The Geese And The Ghost” (1977), che è tra i migliori lavori di un ex membro dei Genesis. Il disco era caratterizzato da un meraviglioso mix di romanticismo, nostalgia, misticismo celtico e anglosassone e atmosfere pastorali.

Anche “Wise After the Event” non fa eccezione, visto che segue con successo la strada sonora del suo predecessore. L’album è pieno di melodie incantevoli, di quelle che sa evocare solo la chitarra acustica di Ant, strumento in cui nel corso degli anni ha raggiunto una maestria straordinaria. Oltre alle sue solite melodie acustiche di chitarra e tastiere, nel disco trovi anche una serie di assoli di chitarra eccellenti e unici. Anche se, a differenza del predecessore, come insieme non è poi così progressivo nel vero senso della parola, dato che a parte qualche eccezione le strutture dei brani sono per lo più semplici, il disco conquista sul piano sonoro con melodie bellissime e romantiche, che portano l’ascoltatore lontano dalla rigida quotidianità in un attimo. A differenza del disco precedente, dove le parti vocali erano giusto un assaggio, stavolta su tutti i brani c’è la voce inconfondibile di Ant. Rispetto all’album di prima è migliorata sensibilmente e si sposa alla grande con le melodie acustiche e gli arrangiamenti per lo più delicati e sognanti, oltre che con il melos celtico. Gli arrangiamenti medievali e barocchi che dominavano il disco precedente stavolta non ci sono. Però gli arrangiamenti orchestrali sono ancora presenti qua e là, accanto all’uso massiccio di tastiere e chitarra acustica, che è lo strumento centrale dell’intero album. Il disco è attraversato da un’energia positiva e magica fuori dal comune, che si riflette bene anche nella copertina, geniale e spiritosa, una delle più belle che abbia mai visto.

Al posto dei membri dei Genesis (Collins e Rutherford) Ant anche stavolta ha tra gli ospiti un bel gruppo di nomi talentuosi, tra cui, oltre a John G. Perry al basso (ex-Caravan), spiccano senza dubbio due ex membri dei King Crimson: il sassofonista/flautista Mel Collins (all’epoca anche nei Camel) e il batterista Michael Giles. Soprattutto quest’ultimo, uno dei più grandi (e trascurati) batteristi di tutti i tempi, è un piacere riascoltarlo, visto che dopo l’addio ai King Crimson non si era più sentito granché, anche se qui il suo contributo si limita ai compiti di base e il ritmo resta per lo più su tempi medi. Curiosamente, Phillips ha attribuito i crediti di chitarra e tastiere a un personaggio immaginario chiamato “The Vicar”, per mascherare un po’ il suo talento musicale a tutto tondo (una mossa simile l’aveva fatta a suo tempo anche Ian Anderson (Jethro Tull) con l’inventato paroliere per l’infanzia Gerald Bostock su “Thick As a Brick” (1972)). Lo stile chitarristico sul disco è senza ombra di dubbio tutto suo. Questa sua mossa un po’ controversa non intacca minimamente la qualità dell’album, in cui non c’è nemmeno un brano brutto.

L’opener “We’re As We Lie”, uscita anche come singolo, ha il tipico intreccio pastorale di chitarra acustica che crea una melodia delicatissima, sostenuta da un ritmo semplice e seguita sempre da un ritornello melodico e sognante. La voce sottile di Ant si incastra splendidamente nella composizione e le aggiunge ancora più colore. Nella parte centrale si sente anche un assolo di sassofono pieno di fantasia di Collins. È un pezzo che, nonostante l’apparente semplicità, potresti piazzare senza problemi tra i classici evergreen del prog rock sinfonico anni ’70. “Birdsong” si apre con una dolce introduzione acustica che all’inizio ricorda una ninna nanna, ma in questo brano, soprattutto nei passaggi, Ant con i suoi tipici assoli melodici mostra per la prima volta più chiaramente l’espressione musicale che coltivava nei Genesis. Anche alcune parti di tastiera (che nel disco ha suonato quasi tutte lui) richiamano decisamente quelle dei Genesis, ovvero di Tony Banks, specialmente nei passaggi e nei ritornelli, dove tastiere e chitarra acustica si fondono con gusto. Nel finale Ant torna con una melodia di chitarra acustica che ricorda una ninna nanna. Anche “Moonshooter”, con bellissime parti di pianoforte, vanta ritornelli sognanti e sottili che ti conquistano già al primo ascolto. La title track “Wise After the Event”, che ha un ritmo piuttosto monotono, evoca di nuovo con successo il vero spirito epico dei Genesis classici. Il canto di Ant stavolta è molto più energico e ricorda vagamente Roger Waters (Pink Floyd). Contiene anche alcuni dei suoi assoli migliori (più belli e più veloci) del disco. Il suo assolo nella parte centrale della composizione è magico fino al midollo, e fa impazzire soprattutto il momento in cui si riversa di nuovo nel ritmo di base del brano. Con più di dieci minuti è anche la composizione più lunga dell’album e uno dei suoi picchi. Nella seconda metà del disco, dove dominano soprattutto le ballate, per la prima volta emergono gli arrangiamenti orchestrali. Anche “Pulling Faces” è un pezzo che potrebbe finire senza problemi su un primo album dei Genesis, con tastiere in pieno stile Tony Banks. Senza dubbio la composizione più energica del disco, dove per la prima volta si sente chiaramente il talento di Michael Giles alla batteria. Nella ballata “Regrets”, oltre ai classici tocchi di Ant a chitarra e tastiere, dominano ottimi arrangiamenti orchestrali che reggono il confronto con i migliori arrangiamenti della musica classica contemporanea. Il tutto accompagnato da una voce sottile e drammatica. “Greenhouse” è un brano con un pizzico di magia beatlesiana, soprattutto nei ritornelli di chitarra acustica e tastiere, nella voce romanticissima e nella linea ritmica che cambia velocità di continuo. “Paper Chase” è un altro ottimo pezzo ritmico pieno di intrecci tra chitarra acustica ed elettrica, ma soprattutto di un romanticismo indescrivibile, dotato di un potere straordinario nel risvegliare e sollevare le emozioni di chi ascolta. La conclusiva “Now What” ha un intreccio contagioso, sottile e melodico di chitarra, pianoforte, tastiere fluttuanti e voce intensa, di cui non ti stanchi mai. All’intensità contribuiscono soprattutto i ritornelli epici, che raggiungono il culmine poco prima della chiusura del brano. Il pezzo ha anche un testo sarcastico da morire, in cui Ant si mette nei panni di Dio e si chiede perché tutte le sue creature muoiano sempre. “Squirrel” è una bonus track uscita in origine sul lato B della versione singolo di “We’re As We Lie”. Si sente, perché il brano non è niente di speciale e per struttura è senza dubbio il più debole del disco. È una semplice ballata acustica al pianoforte, che però, grazie agli assoli di piano e a una voce sognante e romantica, ha comunque la stessa bellezza degli altri brani dell’album.

“Wise After the Event” è un disco che incanterà soprattutto chi in musica mette le proprie emozioni davanti alla raffinatezza tecnica, lo spirituale davanti al razionale, e ascolta la musica soprattutto con il cuore e non solo con le orecchie. Ed è proprio qui che questo meraviglioso chitarrista è sempre stato insuperabile, perché tutte le composizioni di questo album sono suonate con un cuore enorme e allo stesso tempo contengono un sacco di arrangiamenti ricchi e di assoli che soddisferanno ogni amante del prog rock sinfonico tradizionale di scuola britannica. Sono pochi i chitarristi capaci di unire in modo così perfetto bellezza e raffinatezza nelle loro creazioni e di creare una magia del genere. Molti fan del prog rock tecnico (soprattutto moderno) storceranno di sicuro il naso davanti a questo disco, mentre ogni vero fan dei Genesis ce l’ha già da una vita in collezione. “Wise After the Event” dimostra con successo che la complessità delle composizioni e la perfezione tecnica non sono per forza gli elementi essenziali del buon prog rock: anche in questo genere contano soprattutto la sottigliezza e la profondità dei brani stessi. In questo senso l’album è una vera espressione magistrale dei sentimenti più puri che si possano scoprire dentro la musica rock.

Formazione

Anthony Phillips – voce, armonica
Perkin Alanbeck – tastiere (2)
Mel Collins – sassofono (1), flauto (2)
Jeremy Gilbert – tastiere (7), arpa (9)
Michael Giles – batteria
Rupert Hine – percussioni, cori
John G.Perry – basso
Robin Phillips – oboe
Rodent Rabble – suoni
Humbert Ruse – batteria (7)
Vic Stench – basso (7)
The Vicar – chitarre, tastiere
Orchestra diretta da Gilbert Biberian, arrangiamenti scritti da Anthony Phillips (6)

Produzione

Rupert Hine

Tracklist

1. We’re all as we lie (4:34)
2. Birdsong (7:30)
3. Moonshooter (5:52)
4. Wise after the event (8:45)
5. Pulling faces (4:32)
6. Regrets (5:15)
7. Greenhouse (3:00)
8. Paperchase (5:28)
9. Now what (are they doing to my little friends)? (8:30)
Bonus track nell’edizione CD:
10. Squirrel (4:28)

Durata dell’album: 56:54

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