Window To The Soul

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Artista: GPS
Etichetta: Inside Out Records
Uscita: 2006
Voto: 3/5

GPS? E questo adesso cos’è? Quel dispositivo miracoloso che permette persino a un cieco di trovare un ago in un pagliaio? GPS – Govan, Payne, Schellen! Ragazzi – musicisti più che rodati, che il capo degli Asia Geoffrey Downes ha “sbattuto fuori” dalla band in modo tutt’altro che gentile e con una procedura sbrigativa, non appena la reunion degli Asia nella loro classica formazione originale da “multi million seller” Wetton/Downes/Howe/Palmer è diventata cosa fatta. Quindi gli Asia con Payne non esistono più. E la musica? Nei GPS i tre operai licenziati hanno così arruolato il tastierista degli Spock’s Beard, l’illustrissimo Ryo Okumoto, che con il suo talento versatile avrebbe dovuto rappresentare un sostituto azzeccato per Downes.

E com’è andata? Prendete come album di riferimento l’ultimo disco degli Asia, “Silent Nation” (2004), e confrontate cosa si sono portati via i GPS da lì e cosa hanno trasferito su “Window To The Soul”. L’atmosfera, l’approccio vocale unico di Payne, le grandi multi-armonie vocali e la struttura degli arrangiamenti puramente AOR, che si accende in nuovi, splendidi ritornelli melodici che funzionano “al primo colpo”. Questa è la base! Ora però vediamo le deviazioni. Il riffing è spinto ancora più in avanti nella produzione, Okumoto spesso fa la figura del perfetto comprimario nel costruire lo sfondo atmosferico del quadro sonoro, così la maggior parte dello spazio sonoro ora è riempita dai riff di chitarra e dalla batteria esplosiva e quanto mai variabile di Jay Schellen. L’attenzione viene dirottata dalle tastiere anche dal canto di Payne, inconfondibile e riconoscibilissimo, e a Okumoto non è servito granché sforzarsi per svolgere il suo ruolo, visto che gli altri tre fanno la maggior parte del lavoro. Allo stesso tempo Okumoto si tiene su suoni di copertura dello sfondo piuttosto monodimensionali tra un riff e l’altro, e la produzione non nasconde che gli manca la finezza di Geoffrey Downes, cosa che si sente subito, a un chilometro di distanza. L’album è, come già detto, ancora più carico di “Silent Nation” e stavolta Govan è piazzato decisamente in primo piano tra gli strumenti. Okumoto non è Downes. Spesso sorprendono la discontinuità, la passività e la monotonia nella costruzione del suono stesso nei motivi principali, a causa del minimalismo delle tastiere. In quei passaggi ora domina il riffing di chitarra. Okumoto cerca comunque di compensare inserendo lunghi assoli (per esempio in New Jerusalem) nei passaggi strumentali, il che è una cosa del tutto nuova. Downes infatti non ha mai “sprecato” note. Okumoto invece ci è abituatissimo, visto che arriva dagli Spock’s Beard. Così i GPS acquisiscono una leggera inclinazione verso un “jam fusion” grezzo che gli Asia non hanno mai avuto, o che da loro si nascondeva in un abito estremamente sofisticato e raffinato. Okumoto ovviamente non è così a suo agio con i trucchi AOR ed è troppo grezzo per imitare gli Asia, ma il suo lavoro, se per un attimo mettiamo da parte qualsiasi cosa abbia a che fare con gli Asia, l’ha fatto a un livello alto. E infine, i GPS vogliono davvero essere gli Asia? La risposta è sicuramente negativa. Dal punto di vista della produzione, questo album non andrà affatto a genio ai puristi audiofili dell’AOR “eighties”! Ha infatti una buona dose di grezzezza e di vitalità. Che diavolo di cavillo, adesso! Mica siamo più negli anni Ottanta!

Veniamo ai guadagni! Senza Downes, questi sono ovviamente una libertà di genere ancora maggiore, che si riflette nell’inserimento di “jam” progressivi succosamente conditi nei passaggi strumentali centrali e in uscita o in entrata dei brani. Payne canta arrabbiato e ruvido come mai prima, mantenendo comunque intatta la sua sensualità. La chitarra di Govan è cresciuta sotto ogni aspetto rispetto a “Silent Nation” (in Gold si sfiora apposta qualche trucco noto di Steve Howe), mentre Downes difficilmente avrebbe accettato un’altra novità! Il ritornello orientaleggiante di The Objector – un brano che è una raffinata miscela sperimentale di classici stilemi AOR e spezie orientali, in cui i maestri offrono un osso da rosicchiare ai palati musicali più viziati, ma anche un’accessibilità, in termini di fluidità melodica, per qualsiasi orecchio che ami la immediatezza.

L’album sorprende per la durezza già con la title track d’apertura, piena di rabbia e delusione. Payne è a tratti proprio furioso e la voce è ruvida come mai negli album registrati con gli Asia. New Jerusalem è un pezzo col “main beat” di Soul Survivor, ma vestito della tipica forma Asia dell'”era Payne”. Evidentemente c’è stato un accordo tra Downes e i membri dell’attuale formazione GPS, per cui questi ultimi possono usare il materiale già scritto che avrebbe dovuto uscire sul successore di “Silent Nation” degli Asia, perché le somiglianze tra l’ultimo album degli Asia e “Window To The Soul” gridano vendetta. La creazione dell’atmosfera di “Silent Nation” è riconoscibile quando hai Payne in band, e questo sottolinea ancora una volta quanto Payne sia stato un portatore fondamentale dell’espressione degli ultimi Asia. “Window To The Soul” è un album estremamente melodico, con pezzi che ti entrano subito sotto pelle, ritornelli rifiniti, e al tempo stesso brani dosati con furbizia, ma in modo più sensibile che mai nell'”era Payne” degli Asia, con inserti di prog rock. Così i GPS ogni tanto spezzano volentieri il ritmo come per scherzo, cosa che gli Asia non hanno mai fatto, o non in modo così marcato (per esempio la parte centrale di Heaven Can Wait, o la jazzeggiante Written On The Wind, poi c’è All My Life).

Accanto alle novità, l’album porta contenuti chiaramente riconoscibili degli Asia dell'”era Payne”, con l’atmosfera unica e riconoscibile sostanzialmente preservata, e così “Window To The Soul” è il legittimo successore di “Silent Nation”, probabilmente più legittimo di quanto lo sarà mai qualsiasi futuro album degli Asia nell’attuale formazione originale rinnovata. Beh, insomma. Abbiamo una nuova ottima band, un nuovo ottimo album che piacerà a tutti i fan degli Asia dell'”era Payne”. E ora possiamo aspettare con interesse come risponderanno gli Asia nella formazione originale. “Window To The Soul” è un nuovo inizio. Sarà interessante vedere dove si dirigeranno i GPS in futuro. Manterranno l’eredità degli Asia dell'”era Payne”, o vireranno verso acque ancora più turbolente, di colore sperimentale e progressivo? Ah, già, il tizio in copertina di “Window To The Soul” è John Kalodner.

Formazione

John Payne – voce, basso
Ryo Okumoto – tastiere
Guthrie Govan – chitarra
Jay Schellen – batteria

Produzione

John Payne

Tracklist

1. Window To The Soul
2. New Jerusalem
3. Heaven Can Wait
4. Written On The Wind
5. I Believe In Yesterday
6. The Objector
7. All My Life
8. Gold
9. Since You’ve Been Gone
10. Taken Dreams

Durata dell’album: 64.18

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