Wild Orchids
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Hackett, Steve
Etichetta: Inside Out Records
Uscita: 2006
Voto: 4.5/5
Il maestro Hackett è come il vino d’annata: gli anni non gli pesano per niente, anzi. Continua a fare musica emozionante esattamente come agli inizi. A differenza del precedente album “Metamorpheus” (2005), tutto tinto di classica e con un uso massiccio dell’orchestra, stavolta Steve ha confinato gli arrangiamenti orchestrali solo ad alcuni pezzi e se n’è tornato alle sue radici prog rock. Il risultato è un altro disco straordinariamente vario, che incanta il palato fino del musicofilo dalla prima all’ultima nota. Persino la prestazione vocale di Steve non suonava così bene da un pezzo, soprattutto per carica emotiva e varietà. In realtà “Wild Orchids” ha una sorprendente quantità di parti cantate e ci sono appena due brani strumentali. Quanto alla sua incredibile maestria con la chitarra elettrica e acustica, non c’è nemmeno bisogno di sottolinearla, se non per dire che anche stavolta se ne esce con qualche suono nuovo. Su “Wild Orchids”, infatti, Steve mantiene il suo sound inconfondibile, fondato soprattutto sulla musica classica, ma salta da uno stile all’altro come non faceva da tempo: dagli inserti classici all’orchestrazione intensa, dal prog rock marchio di fabbrica al blues, fino al folk rock americano. Ovviamente, col cambiare degli stili da un pezzo all’altro cambia anche l’atmosfera del disco, e anche in questo Steve è sempre stato un maestro. Senza contare che in vari brani sa ancora stupire con idee originali, mai sentite prima. Tra i suoi collaboratori di lunga data c’è anche stavolta il fratello John al flauto e l’immancabile, sempre eccellente tastierista Nick Magnus.
“A Dark Night in Toytown” si apre con un’orchestrazione tesa e drammatica e con lo Steve classicheggiante e preciso che accarezza le corde, accompagnato dalla sua voce misteriosa. È un pezzo veloce e intenso, con tanti passaggi orchestrali di mezzo e ritornelli di impatto. L’assolo hard rock tagliente di Steve a metà brano allarga ancora di più il respiro e nella seconda parte porta tutto a un livello artistico ancora più alto. Splendidi passaggi orchestrali, con una parte di chitarra elettrica pazzesca, tengono sempre alta la tensione drammatica e complessa. Un inizio d’album più che adatto, che convince da ogni punto di vista e fa capire all’ascoltatore che Steve è ancora indistruttibile. La trascendental-psichedelica “Waters Of The Wild”, dove Steve alterna da maestro due strumenti tradizionali indiani, il sitar acustico e la sarangi elettrica, si apre con percussioni etniche orientaleggianti e il sitar. Ne esce un vero capolavoro ambient, trascendentale e psichedelico, di cui non si vergognerebbero nemmeno dei The Beatles di fine anni ’60. Qui Steve fonde con grande successo i ritmi orientali con i suoi assoli di chitarra. Questi ricami orientali suonano ancora meglio quando si aggiunge il flauto. Steve convince anche con una voce dal sapore psichedelico. La parte finale poi è semplicemente fenomenale, con una raffica di assoli sulla sarangi elettrica. Con “Set Your Compass” Steve ha creato un pezzo che è proprio suo, costruito su un’atmosfera mistica. Una voce sognante e la chitarra acustica costruiscono la melodia centrale, delicatissima. La stravagante “Down Street” è il brano più lungo del disco e nella prima parte ha un’atmosfera di umorismo oscuro. Che Steve abbia un humour un po’ strambo si sa da tempo, ma qui, con la sua narrazione spiritosissima alla Frank Zappa (anzi, tutto il pezzo ricorda un po’ una qualche opera dimenticata di Zappa), si supera. Il motivo di fondo potrebbe appartenere a un film di gangster. Il ritmo poggia su eccezionali passaggi hard rock di chitarra e su percussioni argute. Nel mezzo Steve si concede un assolo squisito, che conquisterà qualunque ascoltatore. La lunga parte strumentale, con tanti assoli di chitarra di gran gusto e ouverture di pianoforte in stile film di gangster, a cui sul finale si unisce anche l’orchestra, suona fantastica. Forse è addirittura il brano più complesso dell’album. “A Girl Called Linda” è Steve nella sua versione più romantica. Una ballata folk romantica, appena psichedelica, per chitarra acustica con voci romantiche bellissime, che sembra uscita dalla fine degli anni ’60. L’ottimo assolo di flauto e la melodia centrale di chitarra acustica sono le due perle del pezzo. Candidato a essere uno dei suoi brani più belli in assoluto, con cui Steve dimostra ancora una volta di essere uno degli ultimi grandi romantici del rock. L’indescrivibile romanticismo prosegue con “To A Close”, un altro pezzo eccezionale con nostalgici cori, una chitarra acustica splendida che, per come suona, pare arrivare da un tempo lontano di leggende dimenticate. Eccellente soprattutto il punto in cui entrano i violini, con un’atmosfera pazzesca di tastiere e cori. Indimenticabile! “Ego & Id” è l’esatto opposto e un grande regalo per tutti gli amanti del prog rock moderno di classe (diciamo alla King Crimson di oggi), con ottimi assoli di chitarra elettrica e le voci distorte di Steve. Gli assoli di chitarra sono spiritosissimi, con una marea di leve del tremolo, a cui si accompagna una linea ritmica affilata. Una vera leccornia per tutti gli appassionati di prog rock contemporaneo. Steve ha fatto anche un’ottima cover di un classico di Bob Dylan, “Man In The Long Black Coat”, folk rock americano ma sotto la regia di Steve. Dopo l’intro con il gracidare delle rane, l’armonica a bocca e la chitarra acustica, Steve canta il pezzo in un registro baritonale che ricorda vagamente Leonard Cohen. Convince anche con ottimi passaggi blues alla chitarra elettrica. La drammatica “Wolfwork” ha un’orchestrazione eccellente e buone parti vocali di Steve, in certi punti anche distorte, con un bel dondolio tra ritmi di batteria crudi e pesanti e un’orchestrazione sofisticata. È un pezzo ottimo, ondeggiante, pieno di contrasti stilistici. “Why” è un’ouverture brevissima ma burlesca, con suoni e canto in stile charleston o da commedia in bianco e nero. “She Moves In Memories” è il culmine orchestrale dell’album, con arrangiamenti ottimi. Tra un ottimo intro orchestrale classico e le sinfonie che seguono, degne dei capolavori della musica classica di questo secolo, ogni intenditore di classica se la godrà un mondo. “The Fundamentals Of Brainwashing” è sicuramente il brano più malinconico del disco, con la voce malinconica di Steve, un accompagnamento ritmico lento, il pianoforte e ritornelli malinconici con qualche arrangiamento orchestrale qua e là. Poi, nel punto in cui arriva l’assolo di Steve, sottilmente malinconico, l’atmosfera del pezzo si fa ancora più triste. Lo strumentale conclusivo “Howl”, con i suoi ritmi demoniaci e i suoni di chitarra vari e graffianti, ricorda un po’ uno dei primi lavori solisti di Steve, “A Tower Struck Down” (Voyage Of Acolyte, 1975). Sottili assoli di pianoforte smorzano un po’ l’atmosfera, per il resto sempre tesa e apocalittica.
Con “Wild Orchids” Steve è tornato con grande successo alle sue radici progressive classiche e ha dimostrato di essere ancora oggi uno dei migliori musicisti solisti del rock (progressivo) e non solo. Se “Metamorpheus” era il suo album orchestrale, rivolto soprattutto alla musica classica, “Wild Orchids” è un’altra svolta, di nuovo verso le sue radici. Una cosa che farà sicuramente felice la maggior parte degli estimatori dei suoi lavori precedenti (e migliori). Con un mix incredibile di idee (che è il suo marchio di fabbrica, ma vale comunque la pena dirlo), Steve ha di nuovo firmato uno dei suoi dischi migliori e ha più che ripagato le alte aspettative della vigilia. “Wild Orchids” è quindi un album in cui Steve ha messo insieme il meglio della sua carriera senza trascurare qualche novità, e piacerà sia ai fan di sempre sia agli ascoltatori più recenti. E anche a tutti i grandi romantici della musica che rimpiangono i tempi in cui il rock si faceva con anima e cuore.
Formazione
Steve Hackett – chitarra, sitar elettrico, armonica a bocca, lira moderna, optigan & suoni
Roger King – tastiere & programmazione, chitarra ritmica
John Hackett – flauto principale & chitarra riff
Rob Townsend – sassofono, flauto principale, flauto contralto, tin whistle & clarinetto basso
Nick Magnus – tastiere
The Underworld Orchestra:
Christine Townsend – violino principale, viola
Richard Stewart – violoncello
Dick Driver – contrabbasso
Colin Clague – tromba
Chris Redgate – oboe, corno inglese
Produzione
Steve Hackett
Tracklist
1. A Dark Night In Toytown (3:42)
2. Waters Of The Wild (5.35)
3. Set Your Compass (3:38)
4. Down Street (7:34)
5. A Girl Called Linda (4:44)
6. To A Close (4:49)
7. Ego & Id (4:08)
8. Man In The Long Black Coat (5:07)
9. Wolfwork (4:49)
10. Why (0:47)
11. She Moves In Memories (5:00)
12. The Fundamentals Of Brainwashing (3:01)
13. Howl (4:31)
Durata dell’album: 57:25