I Can See Your House From Here

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Camel
Etichetta: Decca Records
Uscita: 1979
Voto: 3.5/5

Su “I Can See Your House From Here” i Camel, com’era prevedibile, hanno virato con decisione verso la commercializzazione del loro suono, iniziando a sfornare pezzi che avevano più a che fare con l’AOR e il pop rock che con il prog rock sinfonico, di cui erano stati i portabandiera praticamente per tutti gli anni ’70. Il terreno era già stato preparato dal predecessore “Breathless” (1978), dove per la prima volta si era vista con chiarezza l’intenzione di scalare le classifiche a scapito di un po’ di creatività musicale. Questo disco fa un ulteriore passo avanti nelle ambizioni commerciali della band di allora. A cambiare il suono del gruppo ha contribuito di sicuro anche l’addio improvviso del fondatore e leggendario tastierista Peter Bardens, insieme a quello del bassista/cantante Richard Sinclair e del sassofonista Mel Collins. Soprattutto la partenza a sorpresa di Bardens per andare con Van Morrison è stata una bella botta per il sound jazzato della band, e non erano pochi quelli che per questo già prevedevano un rapido declino, musicale e non solo. Per fortuna non è andata così, ma da quel momento, tra cambi di formazione a ripetizione, i Camel non sono mai più stati una band stabile. Per sostituire il maestro Bardens, prima del tour ne sono arrivati ben due di tastieristi: Jan Schelhaas e il fratello di Richard, David Sinclair (in precedenza per anni nei Caravan). Quest’ultimo è stato rimpiazzato poco dopo dall’americano Kit Watkins, della cult art rock band Happy The Man, che ha fatto in modo che l’assenza di Bardens non si sentisse nemmeno più di tanto. Al basso è arrivato un altro ex Caravan, Colin Bass, uno dei pochi musicisti che avrebbe collaborato con la band anche in futuro. Stavolta, per la prima volta nella loro storia, i Camel hanno invitato anche qualche ospite. Tre nomi altisonanti: oltre al sassofonista Mel Collins, che in precedenza aveva lasciato la band, ci sono Phil Collins (Genesis, Brand X) alla batteria e l’apprezzato produttore Rupert Hine (Quantum Jump, solista) ai cori.

I pezzi sono diventati per la maggior parte ancora più compatti e si avvicinano parecchio all’AOR/pop rock; i vecchi riferimenti jazz e sinfonici sono ridotti ai minimi termini, di solito a un semplice accompagnamento sullo sfondo, se non spariscono del tutto, anche se in quasi tutti i brani emerge ancora il classico suono riconoscibile della band, il cui marchio di fabbrica sono soprattutto i magistrali assoli di chitarra di Latimer e il loro intreccio con le tastiere. Inoltre, alcuni brani contengono ancora ottimi arrangiamenti orchestrali, frutto soprattutto del lavoro dei due eccellenti tastieristi. Il suono distintivo del gruppo, nonostante tutto, è rimasto intatto e si è di nuovo sposato con un’ottima produzione, da sempre uno dei tratti caratteristici della band. Eppure manca quella profondità trascendentale che distingueva la maggior parte delle loro opere in studio degli anni ’70.

“Wait”, nonostante il ritmo d’apertura leggermente jazzato, è un pezzo AOR a tutti gli effetti, che anticipa nettamente quello che avrebbero fatto in seguito band come gli Asia, che hanno ridotto il prog rock a linee melodiche forti e gli hanno aggiunto una bella dose di appeal commerciale. “Your Love Is Stranger Than Mine”, con i suoi ritornelli ultra melodici, è probabilmente il loro brano più commerciale in assoluto, anche se gli inserti solisti di sax e una bella linea di basso evitano che si sciolga del tutto nel pop. Lo strumentale “Eye Of the Storm” è uno dei rari momenti del disco in cui i Camel, con ottimi arrangiamenti orchestrali, rispolverano il loro classico stile sinfonico, e per questo è anche uno dei momenti migliori dell’album. La cosa ancora più curiosa di questo pezzo è che lo stesso brano, in una versione parecchio diversa, si trova anche sull’album “Better Latte (1979) degli Happy The Man, visto che Kit Watkins era allora membro di entrambe le band. È la prima e l’ultima volta che i Camel si sono avvicinati a quella che si potrebbe considerare una cover. “Who We Are” è un altro pezzo molto buono, con arrangiamenti orchestrali di gran gusto e parti di chitarra di Latimer da brividi, che dopo l’intro strumentale si trasforma in una sottile power ballad. “Survival” è un breve strumentale con solidi arrangiamenti orchestrali. Nell’ottima ballad “Hymn To Her”, dove Latimer torna a brillare con i suoi passaggi di chitarra e una voce piena di emozione, i Camel, grazie agli assoli di tastiera e ai cori, si sono avvicinati per la prima e probabilmente l’ultima volta sonoramente ai loro coetanei Yes, anche se la somiglianza la noterà solo chi conosce bene il repertorio di entrambe le band. “Neon Magic” si apre come un pezzo pop, ma andando avanti guadagna in profondità progressiva grazie a un uso intelligente delle tastiere. Resta comunque uno dei loro brani meno rilevanti. Il tono un po’ da burlesque di “Remote Romance” ne fa un pop rock quasi puro, con un suono di tastiere estremamente sintetico, un ritmo da ballo e un sacco di effetti. È il brano meno riconoscibile della band sul disco, e a me ricorda più qualcosa degli The Alan Parsons Project che dei Camel. Musicalmente rappresenta il lato più debole dell’album, anche se ha qualche momento interessante. I Camel, purtroppo, in futuro avrebbero fatto ancora qualche pezzo simile che, per espressività emotiva e profondità musicale, non è che gli faccia proprio onore, però almeno ci si può ballare sopra piuttosto bene. Lo strumentale epico di chiusura, “Ice”, è senza dubbio il miglior brano del disco, e di sicuro soddisferà anche tutti quei puristi del prog che all’album nel suo insieme non daranno mai una chance, oltre a essere un raro momento di brillantezza che riporta in vita i Camel classici quando, dopo un’introduzione tranquilla al piano, si trasforma in una sezione strumentale ambient con ampi assoli di Latimer alla slide guitar e tastiere maestose.

“I Can See Your House From Here”, pur essendo il più debole tra gli album dei Camel anni ’70, è un lavoro buono e nel complesso estremamente fluido, un ibrido musicale interessante che merita l’attenzione di ogni vero fan della band, se non anche di chi ama le forme più commerciali del prog rock e del rock melodico. L’addio di Bardens non è stato doloroso come temeva la maggior parte delle persone, anche se resta un fatto innegabile che da lì in poi i problemi con gli avvicendamenti di formazione non li hanno più mollati. “I Can See Your House From Here” segna il passaggio sonoro della band dagli anni ’70 agli ’80, quando la maggior parte dei loro lavori ha cominciato piano piano a perdere in profondità, ma la loro compattezza, sempre altissima, era ancora lì. Per i Camel era iniziata una nuova epoca e, quando gli anni ’80 sono arrivati davvero, con il disco successivo hanno regalato una delle più grandi sorprese della loro carriera.

Formazione

Andrew Latimer – chitarra, voce, flauto, autoarpa
Colin Bass – basso, cori
Andy Ward – batteria
Jan Schelhaas – tastiere
Kit Watkins – tastiere

MUSICISTI OSPITI:
Mel Collins – sassofono
Phil Collins – percussioni
Rupert Hine – cori

Produzione

Rupert Hine

Tracklist

1. Wait (4:50)
2. Your Love Is Stranger Than Mine (3:14)
3. Eye Of The Storm (3:42)
4. Who We Are (7:26)
5. Survival (1:04)
6. Hymn To Her (5:23)
7. Neon Magic (4:39)
8. Remote Romance (4:01)
9. Ice (10:10)

Durata dell’album: 46:13

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