Warriors Of The World

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Manowar
Etichetta: Nuclear Blast
Uscita: 2002
Voto: 1.5/5

Per alcuni i Manowar sono i “re del metal”, per altri una raccolta incorreggibile dei peggiori cliché metallari, di kitsch, intolleranza ed esagerazioni smisurate, con cui negli anni si sono guadagnati il poco lusinghiero titolo di più grandi clown del metal. Per quanto siano scemi e degni di scherno, bisogna ammettere che in passato hanno già mostrato più volte di saper suonare e di essere capaci anche di sorprendere  (un bell’esempio sono stati i loro due album più consistenti finora, “Hail To England” (1984) e “The Triumph Of Steel (1992))”. Beh, negli ultimi anni a quanto pare si dedicano più al body-building che alla musica. Cinque anni dopo l’uscita del precedente album “Louder Than Hell” (1996) hanno finalmente trovato il coraggio e hanno pubblicato il nuovo “Warriors Of The World”, per molti metallari probabilmente il disco più atteso dell’anno. Questi, ovviamente, saranno incondizionatamente entusiasti di qualsiasi album, anche se i Manowar combinassero un disastro colossale.

Fin dall’inizio non ve lo nascondo: il disco è praticamente una schifezza totale. Così schifoso che anche quei pochi, rarissimi momenti più luminosi, in cui sembra perfino che si siano messi sul serio, sbiadiscono del tutto e non riescono a correggere la pessima impressione che ti arriva già solo guardando la copertina, sempre vistosissima e stavolta addirittura allegorica. Stavolta i Manowar hanno giocato più che mai la carta del loro ego intollerante, guerrafondaio e sciovinista. Invece di dedicarsi di più alla struttura dei pezzi, hanno sfoderato tutta una serie di manovre scialbe e politicamente corrette con cui ammorbavano gli ascoltatori già in passato, ma stavolta è ancora più evidente. Si sarebbero fatti meno danni (e meno figuracce) restando alla loro iconografia sciovinista, invece di scendere al gradino più basso e mettersi a glorificare il nazionalismo americano. I guerrieri del mondo si sono quindi uniti sotto la bandiera americana per combattere insieme contro tutti i nemici dello stile di vita americano, che si tratti di terrorismo, del “grande Satana” col turbante o dei suoi tirapiedi. Basta uno sguardo alla copertina per capire tutto: l’orgoglioso guerriero americano guiderà i suoi compagni d’arme (vassalli) fuori dall’inferno (probabilmente dal comunismo o dall’islam) verso la vittoria e imporrà la sua totale egemonia sul mondo, spazzando via nel frattempo quel pugno di persone che la pensano diversamente e che alle proprie bandiere non hanno appuntato l’aquila americana. Già quando vedo roba del genere mi passa la voglia di ascoltare, ma d’altra parte mi diverto un mondo con la benignità che sa di versione minima possibile degli Spinal Tap.

Quanto alla musica, i Manowar hanno fregato per bene i loro seguaci, offrendogli un mix di miagolii patetici da ballata, pieno di scialbi arrangiamenti orchestrali e testi disastrosi (c’è davvero bisogno di sottolineare il loro difetto più grosso?), che non riesce a salvare nemmeno la voce da operetta di Adams, che pure è uno dei loro rari punti luminosi.

L’unica cosa che somiglia più o meno a quello che mi sarei aspettato è l’opener “Call To Arms” e gli ultimi tre pezzi, anche se non sono niente di che, nemmeno rispetto ai lavori del passato. Gli esempi di cattivo gusto sul disco abbondano, a cominciare dalla ballata da operetta “Nessun Dorma”, che suona come una parodia metal delle arie di Pavarotti. In “The March” scimmiottano senza gusto elementi dell’opera wagneriana e, a modo loro, ovviamente non può uscirne nulla di buono. La cosa più patetica e sterile del disco, elevata alla quinta potenza, è senza dubbio il disastro pixie-dixie “An American Trilogy”, un panegirico ai WASP (non intendo la band, ma il gruppo sociale dei protestanti anglo-americani bianchi) e all’ordine degli Illuminati, dove toccano il fondo assoluto e finiscono nel fango corrosivo. La più grande ironia, poi, è che in questo disastro dixie disperatamente zuccherato, dove cantano arie a dio e alla patria, ci sono l’autoparodia e l’omaggio a ciò contro cui negli anni Ottanta sputavano con tanto entusiasmo: il rock `n` roll, i rammolliti e i posers. Si risvegliano un po’ dal sonno con “Warriors Of The World United”, che ricorda i vecchi Manowar, anche se non è niente di speciale. I pezzi di impostazione classica “Hand Of Doom”, “House Of Dead” e “Fight Until We Die” verso la fine migliorano un po’ lo stato generale di questo triste prodotto, ma è decisamente troppo poco per tirarlo fuori dal fondo della pozza di fango.

Nonostante gli ultimi tre pezzi salvino l’album per il rotto della cuffia dal poco lusinghiero titolo di più grande (auto)parodia metal del decennio, alla fine non sono proprio riuscito a scrollarmi di dosso la sensazione di aver appena visto un filmaccio americano, in cui John Wayne alla fine, in un batter d’occhio, fa i conti con i cattivi e se ne va felice con la sua bella verso il tramonto. “Warriors Of The World” è così sul fondo che chiunque apprezzi anche solo un po’ il metal “vero” (come nel loro vocabolario) e i vecchi, classici Manowar non comprerà questo disco, mentre i pochi fanatici più incalliti non proverò nemmeno a convincerli, perché comprerebbero l’album anche se ci fossero registrati solo il fruscio del vento, il rumore di un motore e la recitazione delle opere complete dei patrioti americani. Non lasciatevi infinocchiare, perché anche se nella propaganda vi assicurano di offrire metal “puro, l’unico che salva”, stavolta è confezionato proprio sul fondo, sotto un succoso strato di sterco ancora caldo di bovini da cowboy.

Formazione

Eric Adams – voce
Karl Logan – chitarra, tastiere
Joey DeMaio – basso, tastiere
Scott Columbus – batteria

Produzione

Joey DeMaio

Tracklist

1.) Call to Arms
2.) The Fight for Freedom
3.) Nessun Dorma
4.) Valhalla
5.) Swords in the Wind
6.) An American Trilogy
7.) The March
8.) Warriors of the World United
9.) Hands of Doom
10.) House of Death
11.) Fight until We Die

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