Icons of Evil
Autore: Rok Klemše
Artista: Vital Remains
Etichetta: Century Media
Uscita: 2007
Dopo qualche anno di concerti a tappeto, i campioni del death metal americano tornano, a quattro anni di distanza, con il successore di Dechristianize. E come si descrive Icons of Evil? Semplice: Dechristianize 2. Sì, Icons of Evil è un “copy-paste” di Dechristianize. Tutti gli elementi del disco del 2003 ci sono più o meno anche su Icons of Evil – pezzi (troppo) lunghi, doppie voci logore, blast beat spietati e salve infinite di doppia cassa. Sì, tutti i cliché del death metal. Per fortuna a fare da contrappeso c’è una solo guitar fantastica, con riff melodici, passaggi armonici e assoli neoclassici. Quindi se ti era piaciuto Dechristianize, ti si rizzerà anche con Icons of Evil.
Il ruolo di maiale/grugnitore sul disco precedente, dopo il licenziamento di Thorn per abuso eccessivo di droghe subito dopo l’uscita di Dawn of the Apocalypse, è stato preso dal leggendario Glen Benton (Deicide). Il porcellino Babe torna anche su Icons of Evil. Benton è, almeno per me, uno dei cantanti death metal più noiosi in circolazione: per quanto lo metti in evidenza nel mix, gli manca sempre la varietà e finisce per suonare completamente slavato. Però almeno è in linea con il resto degli elementi musicali: possente e abbondante, ma al tempo stesso privo di interesse e di vita. Benton suona come una vecchia icona del death metal che ha perso ogni voglia di liberare l’umanità dal cristianesimo. E già che ci siamo, passo subito al punto più debole di Icons of Evil: i testi patetici. I Vital Remains si aggrappano alla loro formula come un ubriaco a un palo, e la formula è questa: scrivere sempre gli stessi testi sotto un titolo diverso, che parlano di uccidere e torturare Gesù, dell'”olocausto” dei cristiani e, ovviamente, del grande capo Satana. Invece di scrivere almeno un argomento intelligente contro la Chiesa in quanto tale, preferiscono scrivere testi cattivissimi cattivissimi, di cui probabilmente ridono sotto i baffi anche i metallari sedicenni.
Altro punto negativo del disco sono le tipiche batterie death metal, trite e ritrite, che seguono la formula: stacchi che si fermano sul riff e poi attaccano con blast beat spietati e doppia cassa inarrestabile. Dave Suzuki, che oltre alla batteria suona anche la solo guitar e dà una mano con i cori, va sicuramente lodato: se c’è una cosa che non gli manca è la tecnica rifinita, ma si sa, non è tutto lì. La batteria è anche parecchio rovinata dalla produzione di Rutan, brutale fino in fondo ma estremamente sterile e prevedibile. I piatti non si sentono quasi per niente, perché vengono sommersi da rullante (almeno il suono del rullante è molto migliorato rispetto al disco precedente) e grancassa. I piatti, d’altronde, non sono “evil”…
L’unico vero punto luminoso del disco è l’ottima lead guitar di Dave Suzuki, anche se pure qui si trova qualche pecca. Dalle dita affilate di Suzuki volano riff melodici davvero impressionanti e fantastici assoli neoclassici, ma peccato che li ripeta all’infinito, suonando sempre gli stessi riff fino allo sfinimento. Per quanto buoni siano gli assoli, non portano niente di nuovo, anzi sono piuttosto un’altra copia di quelli del disco precedente. Qui va la critica più pesante al principale autore, chitarrista ritmico e bassista Tony Lazaro. Un vero peccato, perché soprattutto in lui e in Suzuki si nasconde un talento enorme, che però i due hanno purtroppo rinchiuso nei limiti cementati del genere death metal.
Ma le critiche, purtroppo, non finiscono qui. I pezzi si somigliano come due uova: sono tutti scritti con lo stesso schema, con lo stesso tempo, con progressioni di accordi molto simili, con lo stesso identico schema vocale sentito mille volte e con gli stessi testi patetici. Un altro grosso difetto dei pezzi è la durata: sono semplicemente troppo lunghi. Il problema di Icons of Evil è che la band dice tutto quello che ha da dire in tre, quattro minuti, ma non si ferma e tira i pezzi fino a sette, otto, perfino nove minuti. Tony Lazaro avrebbe davvero bisogno di una bella lezione di varietà. Al disco si potrebbero tagliare una ventina di minuti senza che nemmeno se ne accorgesse nessuno. Anzi, probabilmente ne guadagnerebbe in freschezza.
Darei a Icons of Evil un voto molto basso, se non fosse salvato dalla fantastica chitarra di Suzuki, anche se è più o meno la stessa del disco precedente. Per il resto il disco soffre di una grave carenza di emozioni, intelligenza, visione artistica, originalità, varietà. Tutto quello che riesce a fare con la sua estrema brutalità è afferrarti per la gola come un sadico che ti spreme lentamente l’aria dai polmoni, e tutto quello che vedi è la sua faccia cattiva che ti ride in faccia e ti scarnifica fino all’osso con puzza e fiato marcio.
Ci sono un sacco di band che fanno quello che fanno i Vital Remains molto meglio, e con un margine enorme. Icons of Evil serve solo cliché anticristiani e satanisti logori. Se vuoi sapere come suonano i Vital Remains, buttati piuttosto su Dawn of the Apocalypse.
Formazione
Tony Lazaro – chitarra ritmica
Dave Suzuki – solo guitar, basso, batteria
Glen Benton – voce
Produzione
Erik Rutan
Tracklist
1. Where Is Your God Now 01:52
2. Icons of Evil 07:34
3. Scorned 08:41
4. Born to Rape the World 08:09
5. Reborn…The Upheaval of Nihility 07:41
6. Hammer Down the Nails 06:10
7. Shrapnel Embedded Flesh 06:47
8. ‘Til Death 09:13
9. In Infamy 06:16
10. Disciples of Hell 04:56