Roots To Branches

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Jethro Tull
Etichetta: EMI Records
Uscita: 1995
Voto: 4/5

Il furbo zio barbuto col cappello da pirata e la sua banda non devono essere stati granché contenti della reazione generale del pubblico all’uscita di “Catfish Rising” (1991), un esperimento blues parecchio superfluo e poco riuscito con cui volevano rendere una sorta di omaggio alle proprie radici musicali. Ian ha quindi salutato il blues una volta per tutte e su “Roots To Branches” è tornato volentieri alla forma musicale in cui con la band aveva costruito i suoi successi più grandi, dando il meglio di sé e raccogliendo più rispetto – il progressive rock. Scelta saggissima, perché dopo un bel po’ di vagabondaggio qualitativo e di oscillazioni stilistiche negli anni 80 e un ingresso nei 90 piuttosto sbiadito, la domanda cominciava a farsi seria: quanta carica progressive era rimasta alla band, e soprattutto erano ancora capaci di sorprendere con qualcosa di fresco? Già da “Stormwatch” (1979) in poi, infatti, i Jethro Tull non avevano più fatto un album che, a parte qualche brano, si avvicinasse davvero al progressive rock. Sembrava sempre più che si sarebbero assestati su un mix medio di folk e hard rock, spegnendo ogni ambizione di scoprire qualcosa di ancora inutilizzato e nuovo. Ma su “Roots To Branches” è finalmente arrivata una svolta più che positiva in fatto di inventiva e freschezza musicale. Dopo tanto tempo la band è tornata a un suono più progressive, frutto dell’inserimento nei singoli pezzi di elementi di world music, più precisamente di musica etnica orientale, che aveva cominciato a influenzare pesantemente anche la carriera solista di Ian. Nell’album non mancano scale arabe, forme musicali pentatoniche e passaggi tecnicamente intricati che, messi insieme, suonano freschissimi, soprattutto rispetto al predecessore, parecchio noioso.

La freschezza la portano anche due nuovi membri. Il tastierista Andy Giddings è, secondo me, la miglior scelta dietro ai tasti dai tempi dell’addio di John Evans (come musicista occasionale si era già fatto sentire in alcuni pezzi di “Catfish Rising”). Il vecchio lupo Dave Pegg, dopo più di 15 anni ha deciso di lasciare i Jethro Tull per dedicarsi completamente alla sua band madre, i Fairport Convention (sull’album ha prestato i suoi servigi solo per tre brani), ed è stato sostituito al basso, per questo disco, dall’ottimo americano Steve Bailey, bassista con una formazione accademica e per il resto musicista occasionale molto richiesto. Lo stile di Bailey, a differenza di quello di Pegg, era molto più orientato al jazz, e alla nuova direzione sonora della band è capitato proprio a pennello.

“Roots To Branches” è sul piano sonoro uno degli album dei Tull più ricchi in assoluto, uno di quelli in cui a ogni ascolto puoi scoprire qualcosa di nuovo. Hanno arricchito con successo le loro tradizionali finezze folk/hard rock con elementi etnici orientali. E nei momenti acustici non brillano certo meno che in quelli “elettrificati”. Come sempre, il cuore del loro suono poggia sull’interazione tra le abilità multistrumentali di Ian, soprattutto al flauto (era da un pezzo che non si concedeva tanti assoli come qui), e i passaggi hard rock di impatto, stavolta con un Martin Barre in splendida forma. Secondo me quest’ultimo era felicissimo di non dover più rientrare negli stretti panni del chitarrista blues. Doane “big boy” Perry, fino ad allora sinonimo di massiccia potenza batteristica e di impatto rock, stavolta ha raffinato in diversi punti i suoi colpi e l’uso dei piatti, fino a quel momento improntati a un approccio decisamente rock. Anche se vengono da scuole parecchio diverse, lui e Bailey si completano benissimo nella sezione ritmica. Una menzione speciale se la merita anche l’ottima produzione di Ian. I suoi testi, invece, restano più o meno quelli di sempre per lui: anche stavolta toccano soprattutto problemi sociali e alcune esperienze personali. Le allusioni sessuali sono notevolmente meno del solito, anche se Ian, a una certa età, potrebbe pure iniziare piano piano a “mettere la testa a posto”.

Che questo album sarebbe stato di nuovo qualcosa di speciale rispetto ai predecessori lo conferma già la drammatica “Roots To Branches”, con un’ottima interazione tra i passaggi di flauto e un riff di chitarra potente, che insieme formano un interessante motivo orientale. L’atmosfera misteriosa e drammatica è un po’ smorzata dai passaggi di Giddings all’organo Hammond e alle altre tastiere. La voce di Ian non suonava così sinistra da un bel pezzo. Col tempo il tipo ha imparato a modulare bene il timbro in base alla sua estensione vocale, parecchio ridotta dalla metà degli anni 80. “Rare And Precious Chains” suona ancora più orientale, visto che è costruita per lo più su scale pentatoniche. Mentre le trame ambient delle tastiere creano una base drammatica, Martin alla chitarra entusiasma passeggiando su scale orientali incisive. A tenere insieme il tutto ci pensano il flauto di Ian e un uso solido delle percussioni. In “Out Of The Noise”, grazie a chitarre piene di grinta e passaggi di organo Hammond, tornano un po’ più vicini all’hard rock, anche se i passaggi di flauto spiritosi e il piano sottile portano una brezza di folk. Il motivo nato dall’intreccio tra il riff di chitarra centrale e l’Hammond richiama certi loro lavori degli anni 80. “This Free Will” ti porta di nuovo nel profondo dell’oriente. Anche qui alla voce Ian suona di nuovo come il buon vecchio maestro del sarcasmo. Oltre al ritmo incalzante e al riff duro, sorprende l’inserimento di arrangiamenti sinfonici di gusto raffinatissimo che, interagendo col flauto, creano un’atmosfera misteriosa. Se in sottofondo si fosse messo a gridare pure qualche muezzin, in una Teheran qualsiasi, dove la gran parte della musica rock è vietata, potrebbe persino diventare un gran hit.

“Valley”, che contiene una piccola allusione sessuale (cos’altro potrebbe essere, in fondo, il verso d’apertura “wake in the morning, see the young girl milking”?), anche se pare che si riferisca ai tragici eventi di allora nei Balcani, si apre con un assolo di flauto introduttivo, a cui segue una raffinata melodia acustica sulla chitarra acustica di Ian. Poi arriva una serie di sezioni complesse e di cambi inattesi. Il ritornello è piuttosto mediocre, ma conquistano la bella melodia acustica di chitarra e le splendide parti di flauto, di nuovo tra le migliori che il “vagabondo” scozzese abbia usato negli ultimi anni. Subito dopo l’assolo di flauto arriva la bellissima e passionale “Dangerous Veils”, una combinazione efficace di velocità, abilità tecnica, impatto e sottigliezza. Oltre al tempo tiratissimo, al riff rabbioso e al flauto affilato, c’è da ammirare anche l’interpretazione vocale sentita di Ian. Qui entusiasma la sezione strumentale, con ottimi assoli di piano e chitarra, mentre Ian al flauto spara di nuovo vere e proprie raffiche. Il testo è un’altra allusione sessuale piuttosto trasparente, che evidentemente tocca le fantasie di Ian legate alle donne arabe velate. “Beside Myself”, che parla delle impressioni di Ian dopo una visita a Bombay, in India, è uno dei brani migliori dell’album e un ottimo candidato a diventare un classico dei Tull. Dopo una bella introduzione acustica e una voce serena arriva un passaggio molto bello, che prosegue a tempo moderato. Qui entrano in gioco arrangiamenti sinfonici ben piazzati e un intreccio tra riff potente e flauto, mentre il piano crea un’atmosfera malinconica. La malinconia finisce quando arriva un motivo orientale di grande impatto, in cui si intrecciano alla perfezione un riff di chitarra elettrizzantissimo e il flauto affilato. L’unica cosa che qui mi disturba un po’ è che il verso centrale viene ripetuto troppe volte e che la voce di Ian ogni tanto suona leggermente stanca. Gli ultimi quattro pezzi smorzano un po’ l’atmosfera fin lì molto energica dell’album e offrono un riflesso lirico e retrospettivo.

Spero tanto che scrivendo il testo di “Wounded, Old And Treacherous” Ian non pensasse a sé stesso, ma al suo alter ego Aqualung. Dopo una piacevole introduzione di flauto e piano, parte un crescendo di tastiere ambient e batteria che lascia presagire un passaggio drammatico. Eppure segue un ritmo tranquillo, una voce narrativa e un’atmosfera da bar. Un mix piuttosto riuscito di folk, ambient e hard rock, con numerosi cambi di tempo, passaggi di flauto spiritosi e un bel lavoro di piatti e tastiere. La sezione strumentale finale è da sogno, una vera leccornia per tutti gli amanti del folk rock progressivo, che alza l’atmosfera generale del brano di almeno un gradino. “At Last, Forever” contiene un’introduzione quasi “natalizia”, tradizionale, di piano, xilofono, flauto e chitarra acustica, che insieme formano una melodia fragile e malinconica. Quanto al testo, è uno dei rarissimi elementi nel linguaggio musicale dei Jethro Tull – una ballata lirica e confessionale. Se lasciamo perdere il testo (Ian è uno degli ultimi musicisti che mi immaginerei nel ruolo di cantante di ballate d’amore), si tratta di una creazione ottima, piena di sezioni strumentali complesse e splendide: dai raffinati ornamenti sinfonici ai passaggi di flauto scatenati, dai riff incisivi alla linea ritmica dinamica. In particolare gli arrangiamenti sinfonici sono tra i migliori che abbiano creato dopo la fine degli anni 70. “Stuck In The August Rain” è un altro esempio di ballata folk rock sottile, con bei arrangiamenti sinfonici e un’armonia perfetta tra i singoli strumenti. Mi piace in modo particolare il motivo interessante e misterioso che irrompe nell’intreccio tra chitarra e tastiere. Sicuramente uno dei brani più affascinanti dell’album. Il posto del pezzo che tocca di più le corde emotive di chi ascolta se lo merita invece la conclusiva “Another Harry’s Bar”, che con la metafora di un bar abbandonato in cui dorme un vecchio cane simboleggia i ricordi dei primi anni di questa band indistruttibile e risveglia la nostalgia. Anche se per la maggior parte della durata ha una struttura semplicissima, costruita su una melodia malinconica di chitarra acustica, piano, qualche inserto di flauto e una voce partecipe che racconta con trasporto di un locale deserto, poi passa a una sezione strumentale del tutto inattesa e splendida, in cui chitarra, sezione ritmica e flauto interagendo creano una melodia da sogno. Un’ottima chiusura per il loro album migliore dopo la fine degli anni 70.

Probabilmente nemmeno il fan più devoto si aspettava, all’uscita, un album così bello da leggende ormai un po’ arrugginite e da tempo non più giovani. Un album buono come “Roots To Branches”, secondo me, i Jethro Tull non lo facevano dalla fine degli anni 70, o al massimo dai tempi di “A” (1980), e anche lo stesso Ian lo mette tra i momenti migliori e di svolta della loro carriera. Secondo lui questo vale anche per il modo di suonare e per la chimica tra i musicisti durante le registrazioni. “Roots To Branches” fu una prova eloquente che i Jethro Tull erano ancora vivissimi e che non avevano alcuna intenzione di arrendersi a un’ulteriore stagnazione del proprio suono. Anche se negli anni successivi Ian avrebbe iniziato a dedicarsi sempre più alla carriera solista, spingendo la band su un binario morto, questo è stato l’album che ha restituito ai vecchi fan la fiducia nei Jethro Tull come uno dei principali innovatori nella storia del rock (folk) progressivo. “Roots To Branches” è stato il ritorno trionfale ai vecchi standard prog di uno dei pochi sopravvissuti all’età del progressive rock, ancora capaci, nonostante il peso degli anni, di sorprendere e sicuramente uno dei migliori album rock di quell’anno.

Formazione

Ian Anderson – voce, flauto, flauto di bambù, chitarra acustica
Martin Barre – chitarra elettrica
Dave Pegg – basso nelle tracce 3, 5 e 11
Doane Perry – batteria, percussioni
Andy Giddings – tastiere

MUSICISTA OSPITE:
Steve Bailey – basso nelle tracce 1 e 6 – 9

Produzione

Ian Anderson

Tracklist

1. Roots To Branches (5:12)
2. Rare And Precious Chain (3:35)
3. Out Of The Noise (3:25)
4. This Free Will (4:05)
5. Valley (6:08)
6. Dangerous Veils (5:35)
7. Beside Myself (5:51)
8. Wounded, Old And Treacherous (7:50)
9. At Last, Forever (7:55)
10. Stuck In The August Rain (4:06)
11. Another Harry’s Bar (6:22)

Durata dell’album: 60:04

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