Destination

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Eloy
Etichetta: SPV Records
Uscita: 1992
Voto: 2.5/5

“Destination” è stato, come il suo predecessore “Ra” (1988), più sintetico ma di qualità migliore, il frutto della collaborazione tra il capo della band, cioè il chitarrista/cantante Frank Bornemann, e il tastierista Michael Gerlach. In quel periodo piuttosto complicato per la leggendaria formazione prog rock tedesca, con le idee sulla direzione sonora da prendere che cominciavano a scarseggiare in modo cronico, i due erano gli unici membri ufficiali. Su due brani, “Silent Revolution” e “Racing Shadows”, ha fatto una comparsata anche lo storico bassista Klaus-Peter Matziol, che poco dopo l’uscita del disco è tornato pure come membro fisso, cosa che era un po’ inevitabile. Il resto delle parti di basso se lo sono spartito Detlev Goy e Helge Engelke, nettamente meno dotati, mentre dietro le pelli, dopo un breve esperimento con la drum machine, si è seduto come ospite Nico Baretta. Lo scopo del disco era dare una piccola rinfrescata al sound di queste leggende del prog ormai belle arrugginite, ma purtroppo non è andata come si sperava. Gli Eloy hanno sempre dato il meglio come band, non come duo con ospiti occasionali.

Per questo disco Frank aveva comunque un bel po’ di idee buone e fresche, come per esempio il flauto di Lenny MacDowell su “Call Of The Wild” e “Destination”, che su un disco degli Eloy non si sentiva dai tempi lontanissimi di “Inside” (1973), e il coro sulla conclusiva “Jeanne d’Arc”. Purtroppo la realizzazione finale non è stata granché, e la maggior parte dei pezzi lascia un’impressione piuttosto sbiadita, come se a Frank fosse finita la fantasia mentre scriveva gran parte degli arrangiamenti. Al disco manca cronicamente soprattutto quel tradizionale spirito d’avventura space rock degli Eloy, capace di trascinare l’ascoltatore, con la sua atmosfera unica, in “galassie lontane”. Gli elementi sinfonici sono parecchio timidi, a vantaggio dei momenti heavy rock, e soprattutto si sente la mancanza di una maggiore varietà ritmica, anche se nella seconda parte la cosa migliora un po’.

Il migliore tra tutti gli strumentisti, come al solito e come c’era da aspettarsi, è Frank. Le sue specialità chitarristiche qui puntano per lo più su riff hard rock, più che su lunghi assoli ambient space rock, tipici dei periodi migliori della band. A doppio taglio, come (al solito) è stato il suo canto. Già su “Ra” aveva iniziato a usare il falsetto alla Jon Anderson (Yes) o Les Holroyd (BJH). Qui l’ha solo spinto oltre, e i risultati non sono sempre entusiasmanti. Da una parte così è riuscito a nascondere il suo tradizionale, marcatissimo accento tedesco, che in passato alcuni critici avevano indicato come il difetto principale degli Eloy; dall’altra, però, questo fa sì che alcuni pezzi non abbiano l’impatto che avrebbero potuto avere, perché in certi arrangiamenti lui semplicemente non si trova bene in questo nuovo ruolo vocale.

La maggior parte dei brani all’inizio promette molto, ma alla fine di solito rende meno del previsto e si scioglie in un mare di idee fallite o nella ripetitività. Il disco si apre con il solido hard rock di “Call Of The Wild”. Lo distingue un’introduzione ambient di sintetizzatori che sembra il fruscio delle onde, poi entrano un ottimo riff di chitarra e il falsetto che costruisce la melodia centrale. Il flauto di MacDowell dà al pezzo un tocco di giocosità folk, mentre il suono dei sintetizzatori aggiunge un pizzico della necessaria mistica space rock. Purtroppo la linea ritmica suona piuttosto basica e il brano diventa presto ripetitivo. “Racing Shadows” ha una breve introduzione strumentale con il basso pulsante di Matziol (la differenza di qualità rispetto agli altri due bassisti del disco si sente eccome) e campioni ambient alle tastiere. Con l’ingresso del falsetto di Frank, a cui qui gli arrangiamenti di tastiera semplicemente non si adattano, parte un ritmo in crescendo ma ripetitivo. L’atmosfera non riesce mai a svilupparsi come potrebbe, perché la batteria suona fin troppo sterile. L’impressione la risolleva un po’ solo l’ottimo assolo di chitarra di Frank, che per un attimo riporta alla mente i loro giorni d’oro.

Segue la title track “Destination”, un mezzo disastro e un bell’esempio di cronica carenza di fantasia nella composizione. Dopo un’introduzione noiosa su una drum machine sterile, accompagnata dal falsetto e da qualche vocalizzo corale, il brano passa, attraverso i campioni dei sintetizzatori, a una parte con una batteria vera, ma non meno ripetitiva. In mezzo spuntano anche frammenti di flauto, che emergono davvero solo con l’assolo finale, una delle poche cose buone di questo pezzo. Anche qui il falsetto non raggiunge la profondità giusta e alla fine il tutto risulta mortalmente noioso. Molto meglio “Prisoner in Mind”, con un possente riff di chitarra heavy rock e infuocati passaggi di batteria che la portano quasi al confine con l’heavy metal. Anche perché la voce di Frank torna a suonare più simile a se stessa e il brano, grazie al riff principale, mantiene quella drammaticità che altrove su questo disco scarseggia. È un po’ ironico che i pezzi migliori del disco siano quelli con una componente heavy rock spiccata, più di quelli che flirtano con i tradizionali elementi prog rock degli Eloy.

La conferma arriva con la ipervoltata “Silent Revolution”, forse addirittura il pezzo migliore del disco. Dopo un’introduzione ambient entrano un riff di chitarra seghettante e il doppio pedale di batteria tipico della maggior parte delle band heavy/power metal tedesche, che catapulta subito il brano tra le cose più dure della storia degli Eloy. Il canto di Frank qui è abbastanza energico da non far svanire la carica cinetica di questa composizione incandescente. Colpiscono anche i passaggi inaspettati e i momenti strumentali di qualità tra chitarra e tastiere. Con l’ingresso dei cori di bambini, che si intrecciano tra i drammatici passaggi di batteria e la voce di Frank, il brano sale su un livello completamente diverso. “Fire And Ice” è un altro dei pezzi migliori del disco, forse il più vicino al tradizionale sound degli Eloy, perché il rapporto tra voce, incisive parti di chitarra, infuocati passaggi di batteria e passaggi ambient di tastiera è ben bilanciato. A far salire la qualità del brano contribuisce anche un ottimo assolo di chitarra. “Eclipse Of Mankind” nella prima parte promette tanto, con una forte atmosfera ambient e raffinati passaggi di tastiera e chitarra, ma purtroppo alla fine non riesce bene come avrebbe potuto, anche se l’assolo di chitarra “piangente” finale la porta a un invidiabile livello ambient. Nonostante non riesca a centrare la vera magia space rock degli Eloy con cui evidentemente flirta, resta comunque un pezzo discreto, considerati certi esperimenti parecchio sfortunati del disco.

L’ambiziosa mini-suite sinfonica conclusiva “Jeanne d’Arc”, che racconta le prove e la triste fine dell’eroina nazionale francese, la Pulzella d’Orléans, ha tutto il potenziale per essere il pezzo migliore del disco, perché di momenti grandiosi non ne mancano, ma purtroppo si aggroviglia troppo in una specie di minestrone di stili musicali diversi, che soffoca un po’ l’atmosfera energica e tesa che ti aspetti da un epic prog rock ispirato alla vita di una delle figure femminili più famose e tragiche della storia umana. Dopo un’introduzione tranquilla, quasi pastorale, con chitarra acustica e voce misteriosa, entra all’improvviso un coro femminile che porta drammaticità epica. Ci mettono del loro anche solidi arrangiamenti orchestrali e suoni di campane di chiesa. Poco dopo, per un po’, tutto si calma di nuovo completamente, invece di far salire ancora drammaticità ed energia. Un attimo dopo irrompe un ritmo militare marziale che, tra chitarra acustica e arrangiamenti orchestrali, sfocia nella parte migliore della composizione. Da lodare anche i ritornelli pomposi a più voci, che tirano un po’ dalle parti di certe band power metal tedesche. Alla fine, nonostante il calo d’atmosfera nella seconda parte, è un buon tentativo di tornare alla grandiosità sinfonica di un tempo, anche se, come detto, con qualche arrangiamento un po’ diverso poteva essere addirittura un classico degli Eloy.

“Destination” è stato un disco piuttosto mediocre per i soliti standard degli Eloy, a cui manca quella tradizionale magia con cui un tempo riuscivano a trasportare l’ascoltatore in un viaggio spirituale attraverso il tempo e lo spazio. Così com’è, non merita grande attenzione da parte della maggioranza degli appassionati di (space) prog rock. Gli farei comunque un torto se lo definissi il peggior album della loro storia, perché la maggior parte dei brani si ascolta benissimo, alcune idee insolite (flauto, cori) sono venute bene e i momenti buoni sono ancora più numerosi di quelli brutti, per non parlare degli approcci strumentali del duo Bornemann-Gerlach, che, come al solito, sono sempre di alto livello. Di sicuro, però, il disco non può evitare l’etichetta di lavoro meno ispirato della loro storia, né il fatto che gli manchino quei veri capolavori degli Eloy che con la loro esoterica o drammaticità avrebbero fatto venire i brividi lungo la schiena. A parte i fan più fedeli degli Eloy, quindi, non sarà una tragedia se la maggior parte dei buongustai del prog si lascerà sfuggire questo lavoro a metà.

Formazione

Frank Bornemann – voce, chitarra
Michael Gerlach – tastiere

MUSICISTI OSPITI:
Nico Baretta – batteria
Klaus-Peter Matziol – basso (2-5)
Hege Engelke – basso (3-4), chitarra ritmica (4), chitarra acustica (6)
Detlev Goy – basso (1-6-8)
Lenny MacDowell – flauto (1-3)
Kai Steffen – chitarra solista (5)
Peter Chrastina – arrangiamenti corali

Produzione

Frank Bornemann

Tracklist

1. Call Of The Wild (6:49)
2. Racing Shadows (7:11)
3. Destination (7:41)
4. Prisoner Of The Mind (4:26)
5. Silent Revolution (7:55)
6. Fire And Ice (5:10)
7. Eclipse Of Mankind (6:29)
8. Jeanne d’Arc (7:36)

Durata dell’album: 53:36

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