Pure

0 7

Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Pendragon
Etichetta: Toff Records
Uscita: 2008
Voto: 5/5

I Pendragon, culto del neo prog, con “Pure”, l’album con cui festeggiano i 30 anni di carriera, sono finalmente riusciti a centrare quello che inseguivano senza successo già con il poco convincente predecessore “Believe” (2005). In modo entusiasmante hanno aperto capitoli sonori del tutto nuovi, allontanandosi dai soliti ingredienti neo prog rock che un tempo erano una benedizione, ma negli ultimi tempi li inchiodavano sempre più sullo stesso punto, tanto che l’ascoltatore, quasi con una punta di noia, poteva già sapere cosa lo aspettava a ogni nuovo disco.

Dal lascito neo prog, a dire il vero, a suo tempo dipendevano in tutto e per tutto, e nel loro revival del prog rock classico anni ’70 hanno anche avuto parecchio successo, ma la stessa formula non la puoi consumare all’infinito, e anche i loro fan volevano qualcosa di fresco, ma allo stesso tempo dotato di tutte le loro tipiche qualità strumentali. Se “Believe” è colato a picco quasi del tutto, nella sua ricerca quasi forzata di queste nuove sfere sonore con cui rompere il cieco (e fallimentare) inseguimento dell’eredità del capolavoro “Masquerade Overture” (1996), con “Pure” i Pendragon sono finalmente maturati in queste intenzioni e hanno raggiunto il successivo stadio della loro evoluzione musicale, che a quanto pare è ben lontana dall’essere finita.

In sostanza “Pure” è tutto quello che avrebbe dovuto essere il sfortunato “Believe”. Riesce a mostrare la band in alcune vesti nuove, finora inesplorate, ma allo stesso tempo mantiene tutte le sue qualità principali, in testa i capolavori chitarristici carichi di emozione di Barrett e le follie alle tastiere di Nolan. Nick, Clive e il resto della combriccola non sono mai suonati così convincenti nel mescolare i loro tradizionali arrangiamenti melodico-sinfonici e i sensibilissimi inserti di slide guitar con spunti di altri generi, come metal, AOR, folk, e qua e là spuntano pure schemi di world music. Così, per esempio, non mancano nemmeno sfuriate metal aggressive, a volte addirittura sul filo del semitono, che avrei attribuito più alla band di Clive, gli Arena, che non ai Pendragon.

Anche se di solito Nick è l’autore della stragrande maggioranza della musica dei Pendragon, stavolta ha evidentemente prestato orecchio anche alle idee di Clive, mentre al suono nettamente più duro di alcuni pezzi dell’album ha senza dubbio contribuito il nuovo batterista Scott Higham, che prima si è fatto le ossa con gli eroi della NWOBHM Angel Witch e con i prog metaller Shadow Keep. La sua provenienza la conferma l’uso del doppio pedale, che dà ad alcune sezioni dei brani una botta tale, per non dire una brutalità, che dai Pendragon non avevamo mai sentito prima. Da questo punto di vista Scott è un acquisto eccezionale. Nell’album ti imbatti perfino in un pizzico di AOR sorprendentemente riuscito (“The Freakshow”). E per la gioia di tutti gli amanti del prog sinfonico, Nick e Clive non si sono dimenticati della tradizionale tessitura di gustosi arrangiamenti orchestrali e dei soliti mantra space rock super melodici, sotto la forte influenza dei Pink Floyd. Clive, che su “Believe” sembrava un po’ messo alle strette, stavolta ha ritrovato un sacco di spazio per le sue inconfondibili magie alle tastiere. Alcune trame sinfoniche sono addirittura tra le migliori della sua variegata carriera, e conquisteranno di sicuro tutti i fedeli seguaci del maestro.

La voce di Nick, che nella sua sottigliezza, nella sua unicità eccentrica da folletto è spesso risultata problematica per tanti ascoltatori (soprattutto nei registri alti, in certi momenti da ballad) e di solito era anche la principale fonte di critiche alla band, in produzione resta per lo più sullo sfondo, e fanno la loro parte anche i buoni cori di accompagnamento e vari effetti, che la arricchiscono ancora di più e mascherano bene i soliti difetti. Inoltre sull’album, come al solito, dominano le lunghe sezioni strumentali, ma niente più “sbrodolate” da 15 o 20 minuti. Il brano più lungo del disco, “Indigo”, dura meno di 14 minuti. Anche qui vanno lodati, perché “Pure”, a differenza della maggior parte dei predecessori, passa in un lampo e non suona tirato per le lunghe nemmeno per un secondo, il che, nel diluvio di revivalisti prog contemporanei che di solito non sono contenti se non fanno un album di almeno 78 minuti, anche se metà dei pezzi fa addormentare, è più che benvenuto.

Già la magnifica opener “Indigo”, che con poco meno di 14 minuti è il pezzo più lungo del disco, presenta in modo estremamente convincente dei Pendragon completamente nuovi, diciamo un filo più cupi e più coi piedi per terra. Assistiamo a un intreccio ingegnosissimo di parti ritmiche incisive, con un approccio alla batteria quasi metal e martellante, e dei riff di chitarra insolitamente taglienti di Nick, nell’onda tradizionale delle trame sinfoniche di Clive ai sintetizzatori. Anche la voce di Nick è impostata con un retrogusto di rabbia non nascosta, quella che da lui di solito non siamo abituati a sentire. La solita allegria dei Pendragon ha lasciato il posto, in modo più che convincente, a motivi più cupi, come quelli che di solito troviamo negli Arena di Clive o negli IQ. Nel finale non mancano nemmeno elementi di world music, con gridi femminili indiano-sciamanici che illuminano parecchio l’atmosfera tetra. I tradizionalisti del prog saranno invece pienamente soddisfatti dalle numerose ondate di mellotron e dagli assoli slide alla Floyd di Nick, che garantiscono a questa eccellente composizione lo status di nuovo classico dei Pendragon.

“Eraserhead” è un’altra prova eccellente di come i Pendragon su “Pure” siano riusciti perfettamente a unire le loro tradizionali finezze neo prog con melodie metal incisive e croccanti, che ora rendono il loro suono interessante per un bel numero di nuovi fan. I ritornelli melodici e contagiosi sono intrecciati magnificamente in una legione di motivi strumentali completamente diversi tra loro e di passaggi inaspettati, caratterizzati da un intreccio di alta sinfonia, riff incisivi e assoli space rock dei due principali portatori del loro sound. Non manca nemmeno un testo insolitamente ribelle, e urla barbariche quasi da brividi. Il ciclo epico “Comatose” è una trilogia concettuale divisa in brani distinti, anche se sarebbe potuta uscire come un unico epic più lungo, ma la band ha deciso che stavolta sull’album non ci sarebbero stati pezzi da più di 15 minuti (una mossa che approvo in pieno).

La prima parte, “View From The Seashore”, con i motivi tranquilli al piano elettrico in apertura ti riporta ai tradizionali Pendragon sinfo prog rock a cui siamo di solito abituati. Poi arriva a interrompere tutto, senza compromessi, il riffing metal crudo di Nick e il martellare del doppio pedale di Higham, che nella sua veste thrash metal è qualcosa di completamente nuovo, ma una sorpresa sorprendentemente azzeccata. La sorpresa non dura a lungo e segue una magnifica espansione atmosferica sinfonica e space rock che, in coppia con gli infuocati passaggi di batteria, non ha mai suonato così oliata. I campioni orchestrali annunciano la seconda parte, “Space Cadet”. È un’altra creatura eccezionalmente dinamica, che prosegue con successo nell’affermare la nuova immagine moderna dei Pendragon. La parte conclusiva, “High And Dry”, che con le sue palette ambient alla Floyd altamente atmosferiche è di nuovo un po’ più vicina ai Pendragon tradizionali, lascerà senza parole tutti quelli che non avrebbero mai osato pensare che Nick, prima o poi, avrebbe usato nel testo la parola “fucking”.

“The Freak Show”, la già citata delizia, con il suo contagioso ritornello AOR è facilmente una delle cose migliori che abbiano mai creato. Dopo un’introduzione metal inferocita, con riff di chitarra sul filo del semitono e un fragoroso martellare di batteria, arriva una bellissima sezione ultra ambient con passaggi di slide incantevoli e trame sinfoniche arcobaleno alle tastiere. Il ritornello magnifico, contagioso all’istante, dove la voce di Nick è arricchita da armonie di accompagnamento drammatiche, è uno dei migliori della loro storia. La conclusiva “It’s Only Me” è invece un altro esperimento eccellente e riuscitissimo, che sorprende con l’uso iniziale dell’armonica a bocca, di quelli che ti aspetteresti più nel blues che nel prog. Anche se all’inizio sembra che sarà l’unica ballad dell’album, non è così, perché dopo l’attacco delicato scivola in fretta in sfere ambient space rock a tutti gli effetti. In mezzo si sentono anche voci femminili da operetta tramite campioni di tastiera programmati, stavolta usati molto meglio che su “Believe”. Questa composizione è uno di quegli epic magnifici dei Pendragon che con la loro bellezza sinfonico-ambient, in testa gli inserti di slide guitar toccanti ed emozionanti, suonano come vere rivelazioni di nuovi orizzonti magici, che portano lo spirito dell’ascoltatore verso sfere più alte. Nick e Clive continuano a dimostrare di padroneggiare alla perfezione la qualità fondamentale di un buon rock progressivo.

“Pure” è una delle più belle sorprese del rock progressivo che si siano viste nel 2008, anche se alcuni, soprattutto dopo il precedente esperimento fallito, avevano già completamente dato la band per spacciata, esausta e senza bussola. Un lavoro così fresco, dinamico ed eclettico dai Pendragon non te lo aspettavi davvero, quindi stavolta, oltre ai fedelissimi, si entusiasmeranno anche quelli che in questi anni, per caso, avevano perso interesse per la loro musica. Il momento per riscoprire la simpatia verso la band, nel trentesimo anniversario della sua esistenza, non potrebbe essere più giusto. Con “Pure” Nick e compagni si affermano definitivamente come una band moderna, non appesantita dal proprio passato neo prog. Dopo “Pure” nessun detrattore potrà più dichiararli una copia di serie B dei Marillion o dei Pink Floyd, né lamentarsi del riciclo di singoli arrangiamenti, sostenendo che li hanno ricopiati direttamente dai classici del prog. L’unico problema di “Pure” è che, con la sua varietà e la sua carica contagiosa, dall’inizio alla fine passa in un lampo.

Formazione

Nick Barrett – voce, chitarra, programmazione tastiere
Clive Nolan – tastiere, cori
Peter Gee – basso
Scott Higham – batteria, cori

Produzione

Nick Barrett

Tracklist

1. Indigo (13:44)
2. Eraserhead (9:05)
3. Comatose (I View From The Seashore) (7:41)
4. Comatose (II Space Cadet) (4:02)
5. Comatose (III Home and Dry) (5:55)
6. The Freak Show (4:26)
7. It’s Only Me (8:16)

Durata dell’album: 53:10

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito utilizza i cookie per offrire il servizio web, i sistemi pubblicitari e le funzionalità che senza cookie non potremmo fornire. Visitando e utilizzando il sito, accetti l’uso dei cookie. Accetta Leggi tutto

Privacy e cookie