Ballads Of A Hangman
Autore: Aleš Podbrežnik
Artista: Grave Digger
Etichetta: Napalm Records
Uscita: 2009
Durata: 45:38
Voto: 4.5/5
I Grave Digger, band che pesca ispirazione fin dai primi anni Ottanta interrogandosi su morte e vita, sfornano album a intervalli di due anni, senza fermarsi mai. La cosa ormai sembra robotica, programmata. Soprattutto se a tutto questo si aggiunge, sempre più sfacciatamente, l’etichetta indesiderata di “riciclo”. Di sicuro non si possono ignorare i versi che si ripetono e ti si piantano nelle orecchie, e le combinazioni di parole ci sono ormai fin troppo familiari dai dischi precedenti. Ma d’altronde fa parte del celebre canto del furioso Chris Boltendahl.
Da qui in poi la recensione può prendere solo due strade, ma proviamo a restare coi piedi per terra il più possibile. “Ballads of a Hangman” è un tipico disco dei Grave Digger. Ai fan della band basta questo: possono smettere di leggere qui e correre subito, senza pensarci, al negozio più vicino, oppure fare i cinque clic necessari per ordinarlo online. “Liberty or Death” (2007) era pieno di ritornelli epici da inno, probabilmente l’album più melodico della carriera dei Grave Digger, mentre “Ballads of a Hangman” è, tra tutti e cinque i dischi usciti nella “Schmidt era”, il tentativo più convincente di rifarsi all’atmosfera di “Grave Digger” (2001). Se togliamo il fatto che non ha un’atmosfera così cupa e inquietante come quella di “Grave Digger”, l’idea di un avvicinamento alla metà dei Novanta e ancora più indietro (fissati di “The Reaper” (1993) – attenzione!!!) diventa ancora più azzeccata.
Sì. L’album è tagliente come pochi! Il regno del riff teutonico e tuonante dei Grave Digger è esaltato al massimo. “Ballads of a Hangman” ribalta del tutto l’atmosfera di “Liberty or Death”: già nelle prime cinque tracce c’è una dose decisamente più alta di ruvidezza affilata, fatta di mazzate Grave Digger secche e brutali che sembrano gareggiare a chi arriva prima al traguardo. La sezione ritmica bombastica, con la doppia cassa che avanza a passo di cannone, combinata con un fuoco d’assalto di passaggi, dà ancora una volta un sostegno eccezionale al riff, e il caratteristico ringhio di Boltendahl è sfruttato ancora meglio e fa emergere quel senso di “crudeltà” a cui sono votati anche i testi e il senso dei brani. L’ottimizzazione degli elementi base dei Grave Digger è quindi ancora più marcata. In più c’è un fattore che gioca a favore: le tastiere, che nell’album precedente costruivano un’importante cornice sonora atmosferica sullo sfondo, qui praticamente non si sentono. Boltendahl ha poi deciso di non inserire negli arrangiamenti, stavolta, le armonie vocali a più voci di accompagnamento. Che avrebbero semmai ammorbidito la ferocia del riff.
Solo la sesta traccia, Lonely the Innocence Dies, sposta le correnti d’aria dell’atmosfera dell’album e offre la (prima e unica) ballata d’impatto, in cui spicca il duetto tra la cantante dei Benedictum Veronica Freeman e lo zio “Reaper”. Qui si aprono spunti interessanti. Boltendahl è infatti molto convincente anche quando canta con voce pulita, con le sue inconfondibili caratteristiche, e in realtà non avrebbe bisogno di una seconda voce accanto a sé, se solo combinasse la voce pulita con il ringhio. Dato che nella carriera dei Grave Digger ci sono già parecchi esempi del genere, il bravo vecchio ha evidentemente deciso di concedersi una festa in studio e di provare qualcosa di diverso (per i Grave Digger). La voce di Veronica fa centro, probabilmente perché con il suo timbro leggermente spezzato, cavernoso e gutturale, che accompagna comunque la sua espressiva linea melodica, compensa a livello subliminale la mancanza di atmosfera che di solito crea il celebre ringhio di Boltendahl. Ma senza il fatto che si tratta di un ottimo pezzo a ritmo medio-veloce, con una combinazione perfetta di ondate dinamiche tra un pre-ritornello drammatico e un lamento da inno nel ritornello, non se ne esce. Grazie alla felice integrazione di Veronica, questo brano è uno dei picchi dell’album. Dopo di lei attacca Into the War, che con la sua nudità ricorda direttamente l’energia di “The Reaper” (1993). L’immediatezza e l’aggressività old school dei Grave Digger non mollano fino alla fine del disco. Non è bellissimo? La traccia conclusiva Pray è l’unico momento che, con il suo ritmo medio e un ritornello velenosamente melodico (una linea tipicamente semplice ma incredibilmente appiccicosa, che fa un gran bene), al primo ascolto ricorda il clima di “Liberty or Death”, ma la “nudità” d’attacco, il riff messo al massimo in evidenza e la voce di Boltendahl non mollano nemmeno per un attimo.
Sì. Chi dice che i Grave Digger, nella loro “Schmidt era”, questa volta hanno ammiccato nel modo più convincente alle loro radici, che risalgono all’inizio degli anni Ottanta, ha ragione. Dire “fino a The Reaper” non è per niente esagerato, quindi fan dei Grave Digger classici, attenzione! Questi sono i vostri cinque minuti di divertimento. Lo sappiamo tutti che è qui che i Grave Digger sono sempre più forti. Se a questo aggiungiamo che in produzione l’album ha di nuovo un suono molto più travolgente del precedente, anche grazie all’ingresso di un chitarrista in più nella band, Thilo Hermann (ex Risk, ex Running Wild), con cui i Grave Digger sono diventati un sestetto, e l’ottimo lavoro dell’affidabilissimo Manni Schmidt, che ancora una volta ha messo insieme assoli estremamente incisivi e riff marcanti, col tatuaggio tipico dei Grave Digger, tutta l’energia della band risulta ancora più diretta nella sua aggressività. Nessun cedimento, quindi, per le leggende del metal tedesco! Proprio nessuno!
E come sempre! L’edizione limitata per il mercato europeo contiene una traccia in più. Stavolta si sono cimentati con il classico dei Thin Lizzy Jailbreak. Unicamente “diggeriana”. Doppia cassa pestata al massimo, accordata su una tonalità ideale per il modo di cantare di Boltendahl e, ovviamente, come sempre con riff bollenti! Un momento di divertimento extra in studio che è riuscito.
Formazione
Chris Boltendahl – voce
Manni Schmidt – chitarra
Thilo Hermann – chitarra
Hans Peter Katzenburg – tastiere
Jens Becker – basso
Stefan Arnold – batteria
OSPITE:
Veronica Freeman – voce (nel brano n. 6)
Produzione
Grave Digger & Resetti Brothers
Tracklist
1. The Gallows Pole (intro)
2. Ballad of a Hangman
3. Hell of Disillusion
4. Sorrow of the Dead
5. Grave of the Addicted
6. Lonely the Innocence Dies
7. Into the War
8. The Shadow of Your Soul
9. Funeral for a Fallen Angel
10. Stormrider
11. Pray
12. Jailbreak (bonus)