Flying in a Blue Dream

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Artista: Satriani, Joe
Etichetta: Sony BMG
Uscita: 1989
Durata: 64:25
Voto: 3.5/5

Dopo uno straordinario secondo album, “Surfing with the Alien”, nel 1989 Joe Satriani ha fatto qualcosa che forse non molti si aspettavano. “Surfing with the Alien” era un disco ppazzesco, ma con il suo terzo lavoro in studio, “Flying in a Blue Dream”, Satriani è riuscito a superarlo e a consolidare ancora di più il suo posto tra i migliori chitarristi del mondo.

Per questo album Satch si è circondato di una marea di musicisti eccezionali, che lo hanno aiutato a dare forma alla sua visione. Stavolta non si tratta più solo di sfoggiare muscoli chitarristici: Satriani ci serve un sacco di melodie sfiziose e di assoli, e ovviamente non manca nemmeno la classica sfacciataggine da chitarrista. In generale, però, il disco rappresenta comunque una sorta di deviazione dalla norma, visto che è uno dei lavori più avventurosi di tutta la sua storia.

L’album parte piano con la title track, che però ben presto comincia a macinare a tutta forza. Vale soprattutto per l’assolo, che a quanto pare Joe avrebbe scritto in stato di ebbrezza. Lui stesso racconta che gli ci è voluto un bel po’ per riuscire a impararlo da sobrio. Segue un pezzo scatenato con uno strano titolo alla Zappa – un’altra grande melodia nel tipico stile Satch. Can’t Slow Down è il primo brano con la voce. Un’altra bellezza hard rock, dove Joe mostra tutte le sue qualità, sia alla chitarra che al microfono. Le melodie sono particolarmente contagiose. Dopo il breve strumentale Headless arriva il brano funky Strange, dove si vede tutta la versatilità di Satch. Poi uno dei momenti più belli del disco – il suo successo I Believe, che dimostra come Satriani non debba per forza correre a rotta di collo sulle note per mettersi in mostra. Dopo un’altra composizione velocissima, quasi febbrile, arriva la più blues/hard rock Big Bad Moon. Dopo una breve gita col banjo in The Feeling e The Phone Call, Joe finisce all’improvviso in acque più mistiche (quasi new age) con Day at the Beach. Back to Shalla-Bal ci riporta nella normalità dell’hard rock, con di nuovo qualche inserto chitarristico eccezionale. In Ride Satriani descrive il suo amore per le moto pesanti. Siccome Satriani canta della sua “bike”, e siccome “bike” in inglese ha due significati (bici e moto), mi sono sempre immaginato un video spassosissimo in cui Satriani siede su un vecchio ponì spelacchiato, pedala piano piano e, come un bambino, fa din-din con il campanello. Proprio quando uno pensa che il disco non possa essere più bello, arrivano altre due creazioni in due parti, che cominciano entrambe con una parte meditativa e delicata e finiscono in modo più brusco. Per chiudere c’è Into the Light, dove Satriani con delicati inserti di chitarra conclude un album straordinario.

Uno dei pregi principali di questo disco è che ogni pezzo ti sorprende. Ogni brano ha qualcosa di personale e unico. Dal punto di vista del genere, Satriani è vario come non mai, né prima né dopo. Tira fuori tutti i suoi assi – dal tipico hard rock chitarristico al funk, al blues, al country (banjo), alla musica atmosferica e (quasi) new age, e chi più ne ha più ne metta. Ogni momento del disco è pervaso da una sensazione nuova, da un’idea nuova, ed è proprio questo il tipo di album che ci resta in testa a lungo. Conta anche il fatto che il disco non perde l’intensità nemmeno per un attimo, anzi, la fa crescere sempre di più.

In questo album Satriani si dimostra non solo chitarrista, ma molto di più. Si fanno notare anche le sue parti di banjo, armonica e tastiere. Anche se stavolta forse si dedica agli altri strumenti più che mai, la potenza della chitarra non è per niente inferiore. Satriani è rimasto il “dio della chitarra”, ma non ha paura di provare qualcosa di nuovo. Troviamo ancora i passaggi veloci, in cui si vede perché Joe sia così rispettato come chitarrista, ma non mancano nemmeno le parti più concentrate sulla melodia.

Con tutto quello che combina Satriani, si rischia di dimenticare la squadra che collabora al disco. Tra i collaboratori si nascondono veri gioielli come Stuart Hamm e Simon Phillips, che danno sicuramente alla musica un marchio speciale.

Secondo me quello che distingue Satch dagli altri cosiddetti dèi della chitarra è la sua capacità di creare melodie e assoli cantabili. È evidente che di tecnica ne ha almeno quanto i suoi “rivali”, ma il suo asso nella manica è che non deve sempre correre a velocità supersonica: sa spesso creare quella sensazione giusta che ti risucchia nella sua musica. Personalmente credo che Flying in a Blue Dream sia il suo più grande traguardo e che resterà per sempre uno dei migliori album rock, e non solo uno dei migliori album di chitarra. Con questo disco Satch è diventato un’icona musicale immortale e intoccabile, a prescindere da quello che è venuto dopo.

Formazione

Joe Satriani – chitarre, bassi, tastiere, banjo, armonica, percussioni, voce
Stuart Hamm – basso
John Cuniberti – sitar, percussioni
Jeff Campitelli – batteria, percussioni
Bob Smith – batteria, percussioni
Simon Phillips – batteria

Produzione

Joe Satriani & John Cuniberti

Tracklist

1. Flying in a Blue Dream (5:28)
2. The Mystical Potato Head Groove Thing (5:05)
3. Can’t Slow Down (4:46)
4. Headless (1:28)
5. Strange (4:55)
6. I Believe (5:50)
7. One Big Rush (3:20)
8. Big Bad Moon (5:13)
9. The Feeling (0:52)
10. The Phone Call (3:00)
11. Day at the Beach (New Rays from an Ancient Sun) (2:03)
12. Back to Shalla-Bal (3:15)
13. Ride (4:58)
14. The Forgotten (Part One) (1:10)
15. The Forgotten (Part Two) (5:10)
16. The Bells of Lal (Part One) (1:19)
17. The Bells of Lal (Part Two) (4:08)
18. Into the Light (2:25)

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