Immortal?
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Arena
Etichetta: Verglas Records
Uscita: 2000
Durata: 55:18
Voto: 5/5
“Immortal?” è il quarto album in studio dei mitici neo prog rocker britannici Arena. Prima della sua uscita quasi tutti si aspettavano che, dopo il capolavoro concettuale “The Visitor” (1998) avrebbero rallentato un po’ il ritmo di lavoro e magari tolto il piede dall’acceleratore della creatività, e invece è successo esattamente il contrario. Il disco è stato un altro risultato di altissimo livello, che non ha sfigurato per niente rispetto al predecessore e in certi passaggi l’ha addirittura superato. Chi conosce le manie artistiche del mago delle tastiere Clive Nolan (Pendragon, ex-Shadowland) di sicuro non si è stupito più di tanto che, dopo il trionfo, non abbia lasciato che la band si addormentasse sugli allori. Nella guida e nella direzione del gruppo ha sempre avuto voce in capitolo anche la leggenda della batteria Mick Pointer (ex-Marillion), ma è stato mister Nolan a imporsi come autore principale di brani, testi e anche concept.
“Immortal?” ha portato un cambiamento importante, per non dire cruciale, nella formazione. Il carismatico cantante Paul Wrightson, finita la fortunata tournée di “The Visitor”, ha deciso a sorpresa di salutare tutti. Molti fan della band hanno faticato parecchio a farsene una ragione, ma il suo fenomenale successore Rob Sowden è riuscito a far passare il lutto in fretta. Rob magari non ha la teatralità vocale di Wrightson, ma in compenso è ancora più potente e convincente quando si tratta di dare espressione emotiva ai singoli testi. Nella sua voce non c’è quella tipica teatralità da neo prog rock alla maniera del predecessore, che attingeva in buona parte all’eredità carismatica di cantanti come Peter Gabriel e Fish, ma in compenso spicca ancora di più con un timbro tutto suo e con un passaggio ancora migliore tra registri alti e bassi, cosa che si sente benissimo anche nell’interpretazione dei classici degli Arena del periodo precedente al suo arrivo. Da questo punto di vista, con lui gli Arena hanno guadagnato un sacco, soprattutto in termini di identità sonora. L’altro cambio è avvenuto al basso: John Jowitt ha deciso di dedicarsi esclusivamente alla sua band madre, gli IQ. Il difficile compito di sostituirlo è stato portato a termine con successo da Ian Salmon, vecchio compagno di merende di Nolan ai tempi degli Shadowland. Ian si è rivelato anche un ottimo chitarrista acustico.
A differenza di “The Visitor”, “Immortal?” non è un concept album, ma questo non vuol dire affatto che mister Nolan non ci abbia lasciato un bel po’ di messaggi lirici estremamente profondi che offrono all’ascoltatore parecchio materiale su cui riflettere. All’atmosfera cupa del disco si adattano alla perfezione varie tematiche, perlopiù fantascientifiche (alcune ispirate a film famosi), che toccano l’esistenza umana e le profondità inesplorate della sua anima. Basta un’occhiata alla copertina grottesca e inquietante per capire che anche stavolta si tratta di un album davvero speciale, che a ogni ascolto, ogni volta, ti toglierà il fiato. In copertina c’è un mongoloide in pannolone, col biberon e con dentro di sé il feto di un membro di una razza aliena, mentre guarda la TV. Questa immagine si può leggere come l’incarnazione di un sistema sociale in rovina e della dissoluzione dei valori spirituali dell’uomo, ma allo stesso tempo ci si nasconde anche un’allusione al titolo sarcastico dell’album. L’uomo moderno è progredito tecnologicamente oltre ogni limite, ha sviluppato una tecnologia con cui può sottomettere perfino razze extraterrestri, ma nel frattempo, a livello spirituale, è regredito in modo agghiacciante, fino allo stadio del mongoloide. Qui sta il simbolismo della domanda sarcastica sulla sua presunta immortalità autosufficiente, che in realtà è piccolezza, solitudine e vuoto spirituale.
Tutti e sette i brani li definirei miscele superlative di elementi di rock progressivo sinfonico e metal progressivo. In parecchi pezzi, soprattutto grazie ai colpi secchi delle chitarre di Mitchell e alle mazzate cataclismatiche di Pointer alla batteria, ma anche all’espressività vocale di Rob, suonano più duri che mai. Il maestro Nolan, con le sue acrobazie alle tastiere, garantisce intanto il giusto equilibrio tra la sottigliezza sinfonica e le impennate metal aggressive. Il pregio principale del disco, con cui mantengono la loro tradizione di contrasti ambientali, sta nella costruzione raffinata e nei passaggi tra atmosfere cupe ma anche solenni, malinconiche e di slancio. L’atmosfera cupa di decomposizione e marciume, con cui non è difficile immaginarsi la copertina dell’album, ti colpisce già con la splendida “Chosen”, un classico di apertura senza compromessi, in cui si nasconde un’allusione lirica al Grande Fratello e al lungo braccio delle istituzioni di controllo. Dopo il ronzio iniziale di mosche, un crescendo ritmico inquietante e un canto enigmatico arriva una vera bomba termonucleare con un riff di chitarra infernale, che risucchia l’ascoltatore in un attimo nell’atmosfera cupa del pezzo. Tra frasi di chitarra assassine e batteria scatenata scorrono, con una dinamica incredibile, possenti texture di sintetizzatori. Mister Sowden si fa notare già dal primo momento con una prestazione vocale fenomenale, in cui mette ogni briciolo di emozioni contrastanti. Mitchell intanto continua a entusiasmare con il suo senso raffinato nel passare da riff brutali a passaggi estremamente delicati. Nelle esecuzioni dal vivo di questo classico Rob di solito indossa una lunga giacca nera e occhiali fluorescenti, e così ricorda uno dei protagonisti della trilogia fantascientifica Matrix.
Con “Waiting for the Flood”, una ballata post-apocalittica di bellezza indescrivibile, arriva uno dei loro brani più toccanti. Il canto drammatico ma sensibile di Rob è accompagnato da incantevoli passaggi pastorali di chitarra acustica, che creano una malinconia celtica incredibile. Nella parte centrale c’è un bellissimo passaggio con l’assolo di sintetizzatore di Nolan, seguito da possenti ondate di campionamenti sonori e dalla ricostruzione di una melodia acustica ipnotica. Tra i tanti pezzi cupi e inquietanti del loro ricco repertorio, l’epica oscura “The Butterfly Man” è probabilmente la candidata principale al titolo di composizione più fantasmagorica nella storia della band. Il cuore dell’inquietudine di questo classico, in cui prende vita il mongoloide della copertina che, disprezzato dalla società, spera e aspetta invano di trasformarsi un giorno da bruco in farfalla, sta nella voce cupa di Rob e nei passaggi di tastiera in crescendo, che sembrano usciti da un film horror. Dopo l’escalation di tensione arriva un passaggio drammatico con armonie sinfoniche solenni e un ritornello straziante. Mitchell, con i suoi assoli di chitarra piangenti, fa sì che l’atmosfera risulti ancora più triste che nell’introduzione. La confessione agghiacciante dell’uomo-farfalla si chiude con la ripresa del motivo iniziale e un battito d’ali di farfalla.
Nel dramma futuristico “Ghost in the Firewall”, in cui prendono vita fantasmi cibernetici, si divertono anche con campionamenti elettronici che scorrono tra passaggi di chitarra impulsivi e colpi di batteria aggressivi. Il canto di Rob offre nuove qualità, con un passaggio sensibile tra registri bassi e alti. La sua prestazione malinconica è sostenuta dalle ondate solenni delle linee di sintetizzatore, che portano nel pezzo un’atmosfera di liberazione. La saltellante “Climbing the Net” è per struttura e atmosfera di gran lunga la più vicina alle loro prime creazioni, soprattutto grazie ai tipici passaggi di sintetizzatore da neo prog rock. Questo splendido brano riesce per un attimo a portare nel disco un’atmosfera decisamente positiva. La possente espressività vocale di Rob è sostenuta da armonie strumentali stratificate, assoli spiritosi e cambi di tempo dinamici.
Tutti questi pezzi sono come minimo ottimi, ma alla fine sembrano comunque un riscaldamento per il magnum opus dell’intero album: il super epic fantascientifico di quasi 20 minuti “Moviedrome”, con cui hanno creato un capolavoro senza tempo, che se la gioca alla pari con i più grandi traguardi della storia del rock progressivo. Davanti a questa indimenticabile avventura post-apocalittica ti vengono i brividi dai piedi alla testa e ti si rizzano tutti i peli del corpo. La sua atmosfera cupa e cibernetica è incredibile e combacia fino all’ultimo dettaglio con il testo su una società controllata, che attende con struggimento un salvatore (in questo ricorda parecchio la storia di Matrix). La sua struttura non è meno affascinante, costruita com’è con un numero incredibile di arrangiamenti drammatici, armonie stratificate, cambi di tempo inattesi e assoli da urlo di tutti gli strumentisti. Non mancano i passaggi sottili tra frasi aggressive, a metà strada col prog metal, momenti ambientali di slancio e momenti delicati da ballata. Il canto stratificato e fenomenale di Rob evoca fino all’ultimo dettaglio l’atmosfera di una storia straziante su una civiltà resa schiava, e non lo si può lodare abbastanza. Gli arrangiamenti sinfonici portano un senso di grandiosità indescrivibile. Sono “colpa” dei passaggi di chitarra struggenti nel finale se Mitchell è entrato definitivamente tra i miei chitarristi preferiti, mentre Nolan conferma ancora una volta di essere il più sincero erede del leggendario Rick Wakeman. Il finale di questa indimenticabile epopea, che ha preso il titolo da un popolare programma televisivo britannico sul cinema, è tra i migliori nella storia dei super epic di rock progressivo.
La bellissima ballata conclusiva “Friday’s Dream” è la chiusura ideale dell’album. Con il suo messaggio positivo e il ritornello romantico offre un ottimo e gradito contrasto con la natura prevalentemente cupa del disco. L’interpretazione appassionata di Rob poggia su una splendida melodia di chitarra acustica e su solenni ondate di tastiere. Nel testo c’è una metafora convincente della pausa simbolica dai problemi di ogni giorno, quando il tipico membro di un mondo turbo-capitalista in rovina, dopo una settimana di fatica, si concede nel weekend un meritato riposo e per un po’ riesce a svegliarsi dall’incubo.
Con “Immortal?” gli Arena hanno creato un altro capolavoro di rock progressivo, dalle dimensioni sonore e ambientali mozzafiato, con cui sono riusciti a scavare negli angoli più bui della psiche umana e a svelare qualche cupa visione del futuro prossimo. Attraverso la maggior parte dei brani, l’album offre uno spaccato pittoresco degli stati d’animo e delle paure del tipico membro della società di oggi. Nonostante l’assenza ufficiale di un concept, la maggior parte dei pezzi costruisce un mosaico post-apocalittico sconvolgente, davanti al quale nessuno può restare indifferente. “Immortal?” è un album importantissimo nella storia di questa fantastica band, in cui per la prima volta si è affermata la loro formazione classica e, fin qui, di gran lunga la più coerente. Quanto a bontà può mettersi in qualsiasi momento accanto al suo predecessore in studio e anche al non meno affascinante successore “Contagion” (2003).
Formazione
Rob Sowden – voce
John Mitchell – chitarra, voce di accompagnamento
Clive Nolan – tastiere, voce di accompagnamento
Ian Salmon – basso
Mick Pointer – batteria
Produzione
Clive Nolan e Simon Hanhart
Tracklist
1. Chosen
2. Waiting For The Flood
3. The Butterfly Man
4. Ghost In The Firewall
5. Climbing The Net
6. Moviedrome
7. Friday’s Dream