Against The Gravity
Artista: Elvis Jackson
Etichetta: Autoproduzione
Uscita: year
Durata: 43:12
Voto: 4/5
Elvis Jackson è figlio di Michael Presley? O è il contrario? Se la sospensione musicale appena trovata dalla band sfida davvero la gravità, un fondo di verità ci sarà di sicuro. I rocker sportivi e spavaldi, ispirati dai vestiti di confezione del buon vecchio J.K. dei Jamiroquai, hanno spinto sul mercato il nuovo album in studio, che è decisamente il loro gesto più ambizioso di gran lunga. Potenziale, una chiara visione di sviluppo e un traguardo ben tracciato li ha notati negli Elvis Jackson Bill Gould in persona, produttore del nuovo album e, tra l’altro, bassista dei Faith No More. Portarsi a casa un produttore di questo calibro non è affatto scontato.
“Against The Gravity” ha abbracciato e messo in risalto con efficacia le qualità di fondo degli Elvis Jackson: far emergere il cuore dell’energia rock originaria, che è lo spirito stesso della band. Ne ha colto la scioltezza, la leggerezza, il grande ottimismo, il senso dell’umorismo (catturato nella simpaticamente svitata Boyz And Girlz) e un minimalismo che funziona alla grande nel gusto per la sintesi. Il motto “meno è meglio” è sfruttato a dovere. La produzione ha mantenuto la vivacità e, allo stesso tempo, ha messo ben in chiaro tutti e quattro i mattoni fondamentali del suono, tirando fuori il massimo dal quartetto.
L’effetto studiato di “tornitura del metallo” sulla linea di basso nella title track, che nel resto dell’album non si ripete più, è un atterraggio incredibilmente succoso e ingegnoso sulla furibonda frase di chitarra “thrashy” (con il palm mute) di Against The Gravity, che apre l’album; il ritmo e l’approccio inconfondibile del cantante Buda le danno una chiara connotazione alternative rock. Un volume sconvolgente che porta l’album in un attimo alla temperatura di lavoro giusta.
Segue la stessa frequenza, con un’altra marcia selvaggia dall’impostazione ultra positiva, Wake Me Up!, dai contorni da primi Green Day. Tre, quattro accordi e un “pompaggio” pieno di energia. Al galoppo sfrenato fa seguito Sweet Perfection, dove soprattutto lo sfruttamento eccellente della melodia piazzata nella linea di basso fa da ottimo contrappeso e tiene l’album ancora in una scorrevolezza dinamica altissima.
I primi tre pezzi se ne vanno prima ancora che tu abbia il tempo di inspirare ed espirare, ed è già il turno di uno dei picchi del disco, Dry Your Tears, che riprende il vivace dondolio ritmico di un reggae leggermente accelerato, puntato verso i binari dello SKA. Finalmente arrivano i primi minori sull’album, e gli Elvis Jackson confermano che sezione ritmica poderosa hanno. È un tipico esempio di brano che ricorda quanto il basso possa essere uno strumento importante nel rock, perché crea allo stesso tempo una figura ritmica seducente e porta sulle spalle gran parte della melodia, in tutta la sua geniale giocosità. In generale, con la fusione di ritmi “groove” che piazzano vittoriosi sotto semplici schemi rock di riff di chitarra o sotto un semplice arpeggio di accordi puliti, gli Elvis Jackson possono ricordare una specie di equivalente sloveno (pur con tutta la tensione verso il successo commerciale) dei Red Hot Chilli Peppers.
La band torna al noto sparare ironico con Breaking The Silence e Not Here To Pray: quest’ultima la si potrebbe coprire senza problemi con la finta da “riff metal” del pezzo d’apertura, scambiando i due nella scaletta. Hanno un’energia espressiva molto simile.
Le ballate tristi non sono proprio roba di tutti i giorni per gli Elvis Jackson, ma This Time è un cambio di atmosfera e di dinamica ottimo e necessario, ispirato dall’amore per il reggae, che tiene l’ascoltatore sveglio. Fai appena in tempo a goderti il cambio che ti sorprende in positivo Street 45, composta in modo ideale per essere un singolo di successo, grazie alla banale orecchiabilità del ritornello. Oltre a Dry Your Tears, Street 45 e This Time sono altri due pezzi che meritano una lode speciale per l’incastro melodico perfettamente combinato tra pre-ritornello e ritornello, dove alla band è riuscito particolarmente bene mettere in risalto una fluidità incredibile e un’ascoltabilità altissima, aggiungendo allo stesso tempo (cosa più rara nel disco) un battito emotivo di dolore, che ci ricorda che anche i ragazzi degli Elvis Jackson, sotto la pelle, sono fatti di sangue come tutti.
Eppure proprio This Time è il punto del disco che mette insieme, in una sequenza di quattro tracce, il momento più elettrizzante del nuovo lavoro. Il loro dinamo di base è soprattutto il gioco entusiasmante della linea ritmica, incoronato da un passaggio tematico particolarmente efficace, originale nella sua fusione e impegnativo, nel pezzo scatenato Salvation. A Glass Of Tequila sarebbe stata sfruttata molto meglio come chiusura dell’album. Qui il disco avrebbe potuto davvero finire, ma non senza una burla azzeccata e birichina come Boyz And Girlz. Il pezzo conclusivo What Took You So Long, in senso generico, è la goccia che fa traboccare il vaso del disco, il suo momento meno interessante, ma gli porta punti preziosi con un testo educativo di consapevolezza personale. A volte l’unica strada è rompere in testa tutte le regole del quotidiano, sfuggire loro e solo allora, nella pace di una solitudine liberatoria, trovare il vero se stessi.
Non si può ignorare il progresso entusiasmante della voce del cantante Buda, che ha alzato il livello della propria riconoscibilità. Nei momenti accelerati sa essere fastidiosamente pungente, e questo dà ai pezzi un accento punk; nei momenti rilassati piega di proposito la melodia nelle strofe, come un vero pronipote giamaicano. La sua espressività è sempre molto energica, anche esplosiva, flessibile e comprensibile, e la pronuncia dell’inglese è a un livello tale che nel complesso suona più che soddisfacente come inglese americano.
Si sente che il prodotto finale è passato per le mani di parecchi maestri stranieri, rodatissimi, della lavorazione del suono in studio. Un fatto nuovo e innegabile che allarga ancora il divario tra gli Elvis Jackson e le altre band slovene della moda dell’alter rock, che per un pedigree del genere ci stanno ancora lottando. Con il nuovo suono gli Elvis Jackson hanno varcato i confini del loro orticello (alla lettera, “la gallina di Šentflorjan”) e sono salpati con maturità e veemenza verso il vasto mare degli spazi internazionali. Di una cosa così possiamo essere davvero orgogliosi, e allo stesso tempo auguriamo un percorso simile anche alle altre band rock slovene che vorrebbero seguirlo. Il principio di essere qualitativamente all’altezza nella vasta compagnia dei gruppi musicali del pianeta Terra è il passaggio verso l’estero. Alleluia. Ciò che non era stato sfruttato negli abbozzi del terzo album, lo ha riassunto il quarto, “Against The Gravity”. Evidentemente certe cose dovevano maturare, come il cambio di batterista e anche la sempre maggiore riduzione della fusione di reggae, ska e funk dentro una forma di base rock, perché ”Against The Gravitiy” è un album (rock) molto più tagliente e diretto del predecessore, che magari sorprenderà qualcuno con la “semplificazione” del nuovo modo di suonare di questa formazione. Sono serviti altri cinque anni di tempra e maturazione, tra il disco precedente e quello nuovo, che è “stirato” professionalmente al punto da poter conquistare le masse musicali. “Against The Gravity” getta con sicurezza le basi degli Elvis Jackson per una simbiosi sicura sulla mappa mondiale e garantisce alla band uno sviluppo artistico sicuro e indipendente per il futuro.
Formazione
David Kovšca (Buda) – voce
Boštjan Beltram (Berto) – chitarra
Erik Makuc (Slavc) – basso
Marko Soršak (Soki) – batteria
Produzione
Bill Gould
Tracklist
1. Against The Gravity
2. Wake Me Up!
3. Sweet Perfection
4. Dry Your Tears
5. Breaking The Silence
6. Not Here To Pray
7. This Time
8. Street 45
9. Salvation
10. A Glass Of Tequila
11. The Burned Out Flame
12. Boyz And Girlz
13. What Took You So Long