Godbluff
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Van Der Graaf Generator
Etichetta: EMI Records
Uscita: 1975
Durata: 37:29
Voto: 5/5
Dopo tre anni di ibernazione temporanea, la crepa infernale nella terra bruciata si è spalancata e da lì, con “Godbluff”, un altro cupo capolavoro dalle dimensioni epiche, sono risorti i guerrieri post-apocalittici del progressive rock: i Van Der Graaf Generator. Il leggendario collettivo inglese, che sotto la guida visionaria di Peter Hammill, cantante geniale e assolutamente unico, paroliere e scrittore, nonché all’occorrenza pianista e chitarrista, aveva creato con il predecessore “Pawn Hearts” (1971) uno degli album più potenti della storia del progressive rock, in tre anni si è ricaricato a dovere per un’altra impresa capace di scuotere dalle fondamenta le sponde della musica sperimentale e anche di quella popolare. In questo periodo i membri della band non se ne sono stati con le mani in mano: nell’ambito della carriera solista di Hammill hanno continuato a collaborare attivamente tra loro. Il tastierista Hugh Banton, il batterista Guy Evans e il sassofonista/flautista David Jackson hanno unito le forze nel progetto The Long Hello, con cui nel 1973 hanno registrato, insieme all’ex bassista dei VDGG Nic Potter, l’omonimo album strumentale. Il confine tra alcune creazioni sosoliste di Hammill e quello che sarebbe stato più o meno da album dei VDGG era spesso sottile, e col tempo hanno sentito che era arrivato il momento giusto per risvegliare il gigante dormiente.
“Godbluff”, nella più pura tradizione VDGG, è attraversato da un’atmosfera cupa e post-apocalittica, perfettamente in sintonia con la copertina quasi del tutto nera e con i testi di Hammill. Questi ultimi, come sempre, sono una sfida particolare per tutti gli intellettuali socialmente impegnati e gli appassionati di fantascienza, perché riflettono i problemi e le visioni di un mondo post-apocalittico non del tutto surreale, dove regnano caos, rovine, complotti, predatori umani e mutanti assetati di sangue.
Dal punto di vista musicale, “Godbluff” ha segnato un importante cambiamento di suono verso composizioni un po’ più compatte nella struttura e più ondeggianti, con una dose sensibilmente minore di improvvisazioni caotiche, ma mantenendo ostinatamente durate epiche e una borsa piena di avventure strumentali inaspettate. Dopo anni di strimpellate occasionali alla chitarra acustica, a questo punto della carriera Hammill aveva imparato più o meno a suonare la chitarra elettrica, che però usa ancora più come strumento per produrre i suoni più vari e insoliti che non come uno dei protagonisti. Oltre a un uso più massiccio della chitarra elettrica, su “Godbluff” Peter ha sperimentato parecchio anche con il clavinet della Hohner, una tastiera elettromeccanica che negli anni Settanta, soprattutto nel prog, era un accessorio strumentale molto amato.
Le acrobazie vocali del Dottore, o meglio ancora del camaleonte, sono come sempre un capitolo a parte e, insieme ai monumentali interventi d’organo di Banton, sono il pilastro portante dell’inconfondibile sound dei VDGG. L’impressionante estensione della sua voce, che va dallo strillo paranoico a un approccio del tutto teatrale fino a una delicatezza quasi angelica, è fondamentale per creare atmosfere di ogni tipo, con cui i VDGG non lasciano indifferente nessun ascoltatore. Le magie d’organo di Banton, sostenute dall’uso dinamico della pedaliera del basso (ogni tanto anche del basso elettrico), insieme alle imprese sassofonistiche scatenate di Jackson e alle acrobazie da brivido di Evans alla batteria, garantiscono una dose altissima di avventurismo strumentale imprevedibile, con una bella manciata di succosi inserti improvvisati. Armonie e variazioni maestose, dentro cui arrangiamenti sinfonici e jazz girano di continuo a tutta velocità, creano spesso un ambiente infernale: non è difficile immaginare che musica suonerebbe il diavolo se mai mettesse su una band.
Nell’album ci sono sì solo quattro composizioni, ma ognuna ha una durata epica e fa parte dell’élite delle più grandi opere d’arte della loro carriera, quelle per cui i buongustai della musica ancora oggi si leccano i baffi. Su ogni brano, come di solito accade con i VDGG, si potrebbe scrivere un romanzo intero, ma qui mi limiterò a toccare solo alcune caratteristiche essenziali per cui queste composizioni si sono guadagnate una simile fama tra i gourmet della musica. La genialità compositiva e strumentale di Hammill e della sua combriccola esplode a piena potenza già nell’epica opening “The Undercover Man”, con un testo su elementi sinistri e cospirativi dentro una società post-apocalittica completamente distrutta. L’atmosfera cupa e misteriosa è annunciata già dall’armonia dissonante di apertura al flauto che, sostenuta dalla voce quasi sussurrata di Hammill, fa salire lentamente il ritmo verso gli intermezzi sinfonici. A un certo punto si apre un orizzonte ambientale completamente nuovo, dove regnano possenti arrangiamenti sinfonici di piano, organo e flauto e il canto melodico di Peter. Il pezzo oscilla di continuo tra un’atmosfera epica e ascensionale, dove il peso cade sulle incantevoli armonie sinfoniche, e improvvise esplosioni infernali, quando l’ingresso energico del sassofono e un deciso riff di chitarra mettono in primo piano la componente jazz.
A questo capolavoro segue la possente “Scorched Earth”, un altro classico indimenticabile, in cui Hammill non risparmia performance vocali aggressive, mentre il sassofono e una linea di basso ispessita sullo sfondo mantengono un clima sinistro, per non dire schizoide. Il camaleonte vocale qui cambia approccio al canto come se niente fosse. Non sorprende che sia l’unico brano dell’album in cui, oltre a Hammill, ha dato il suo contributo di compositore anche il sassofonista Jackson, che qui brilla con alcuni interventi di fiati letteralmente folli, soprattutto nelle improvvisazioni dissonanti. Un capitolo a parte è la sezione strumentale assassina, in cui i passaggi selvaggi di batteria di Evans spazzano via tutto ciò che hanno davanti, prima di lasciare spazio ai passaggi d’organo e di sassofono. Chi vuole sapere come i VDGG immaginano l’inferno in terra deve ascoltare questa incredibile opera d’arte che, con le sue imprese strumentali imprevedibili e il suo clima devastante, ancora oggi, a distanza di tanti anni, toglie il fiato.
La serie di creazioni eccellenti continua con “Arrow”, che si apre con un’improvvisazione ritmica jazz. Questa serve solo da preparazione a una sezione maestosa, dentro la quale, con astuzia e attraverso una serie di inserti strumentali, tessono una melodia malinconica. Quest’ultima è forse perfino la più struggentemente triste della loro storia. A renderla tale contribuisce in modo decisivo il canto fenomenale di Hammill. Il maestro della trasformazione vocale, passando con energia dallo strillo infuriato al racconto malinconico, va e viene tra paradiso e inferno come niente. A costruire l’effetto possente di una grandiosità epica totale ci pensa il supporto di armonie orchestrali imprevedibili.
Proprio quando l’ascoltatore pensa che una perfezione compositiva del genere non possa più essere superata, lo inchiodano definitivamente al suolo (o lo sollevano in cielo, a seconda dei gusti) con il monumentale epos conclusivo “The Sleepwalkers”, dove tutti i migliori aspetti del leggendario collettivo si fondono in una coesione da favola, così che i sinistri sonnambuli possano iniziare la loro raccapricciante marcia di mezzanotte. Anche qui si servono con particolare ardore del tessere astuto e graduale di armonie maestose con una serie di improvvisazioni intermedie. All’introduzione possente e misteriosa segue il passaggio a un maestoso arrangiamento barocco, che crea alla perfezione un’atmosfera cupa e medievale. I passaggi improvvisi e gli scambi tra sezioni energiche e più calme non finiscono facilmente, così le sorprese non si esauriscono nemmeno dopo un numero incalcolabile di ascolti. Le improvvisazioni sopraffine accendono senza fatica la fantasia anche di tutti gli appassionati di jazz fusion. Hammill, con un impegno emotivo straordinario, si occupa per tutto il tempo di collegare in modo eccellente le singole sezioni. Particolarmente entusiasmante è il finale del tutto inaspettato di questa composizione completamente sconvolta e altamente complessa, che a tratti suona quasi come una rivelazione.
La rinascita dei giganti del progressive rock non poteva riuscire meglio di così con “Godbluff”, un altro capolavoro che sta ai vertici di tutta la storia della musica sperimentale moderna. Quest’opera cupa è uno dei gioielli più splendenti dell’intera produzione dei VDGG fino a quel momento e sta persino alla pari dell’irripetibile capolavoro “Pawn Hearts”. I VDGG rinati, creando album di altissimo livello che ancora oggi infiammano la fantasia degli appassionati di progressive rock, sono dunque ripartiti da dove avevano smesso tre anni prima. Quanto fosse grande la fiamma di creatività che ardeva allora nella band lo dice meglio di tutto il fatto che in non meno di dodici mesi hanno registrato ben tre album eccellenti (“Godbluff” è stato seguito dai non meno squisiti “Still Life” e “World Record” (usciti entrambi nel 1976)). Nonostante la loro resurrezione sia stata di breve durata prima che, stavolta per un periodo più lungo, si ritirassero di nuovo a riposo, questi quattro anni li hanno sfruttati molto più a fondo della grande maggioranza dei colleghi musicisti, mediaticamente più chiacchierati.
Formazione
Peter Hammill – voce, piano, clavinet, chitarra elettrica
Hugh Banton – organo (compresa la pedaliera del basso), basso elettrico
Guy Evans – batteria e percussioni
David Jackson – sassofono e flauto
Produzione
Van Der Graaf Generator
Tracklist
1. The Undercover Man
2. Scorched Earth
3. Arrow
4. The Sleepwalkers
Bonus track della ristampa:
1. Forsaken Gardens (live, 9 agosto 1975)
2. A Louse Is Not a Home (live, 9 agosto 1975)