Heligoland
Autore: Aleš Podbrežnik
Artista: Massive Attack
Etichetta: Virgin Records
Uscita: 2010
Durata: 52:31
Voto: 4/5
I padri del trip hop Massive Attack tornano con un nuovo lavoro, “Heligoland”, a sette anni dall’uscita del loro ultimo vero album in studio, “100th Window”. Il nome rimanda all’arcipelago tedesco di Helgoland, nel Mare del Nord, anche se secondo alcune interpretazioni sarebbe la fusione delle parole “Hell”, “Ego” e “Land”.
Possiamo dire che questi sette anni di attesa sono valsi fino all’ultimo minuto. “100th Window”, dopo l’ottimo predecessore “Mezzanine”, pur sforzandosi di proporre un suono diverso e pur essendo segnato da ancora più manipolazione sonora e sperimentazione, portava con sé una bella dose di aridità espressiva: perdeva il filo conduttore, soprattutto nei passaggi più lunghi e dilatati, che rubavano tempo invece di dare all’ascoltatore un’informazione utile, o “un osso utile da rosicchiare”.
“Heligoland”, che dura più di 20 minuti in meno del suo predecessore, da una parte continua il discorso di emulazione sonora di quel disco, dall’altra riporta una forma-canzone più compatta e soprattutto l’atmosfera cupa che aveva segnato “Mezzanine”. Insomma, mette insieme i cambiamenti portati da “100th Window” con il mood di “Mezzanine”. Probabilmente al lieto fine che caratterizza “Heligoland” ha contribuito anche il ritorno di Daddy G in formazione. L’album è quindi di nuovo più denso, con le figure di base definite con più chiarezza, e in più trasuda la maturità di un combinare sperimentale a collage della ritmica stessa, che il gruppo costruisce con ritmi elettronici, sotto-ritmi di campioni programmati, mettendo ogni tanto in primo piano il basso, su cui poggia frammenti di jazz basati per lo più su pianoforte classico, suoni di synth di fattura più vecchia e fiati. Insomma, un disco di cui i Massive Attack, dopo il meno interessante “100th Window”, avevano un bisogno quasi disperato per rimettersi al galoppo sui “binari giusti e riconoscibili”, quelli dove si trovano più a loro agio.
La stranezza del suono dei Massive Attack è sempre stata la chiave del successo. E non solo. La cosa ti si piantava nell’orecchio, attirando e inquietando allo stesso tempo con la “stranezza” dell’approccio stesso alla sperimentazione sonora. Con la sua carica pionieristica ha dato il via addirittura a un ramo evolutivo di un nuovo movimento musicale (il trip hop), che ha fatto nascere un sacco di gruppi, i quali hanno rielaborato e allargato i confini della portata originariamente tracciata dai Massive Attack. Oggi, ovviamente, il duo Massive Atrack non inventa niente di nuovo, ma resta fedele alla propria visione. Musicalmente particolari e ancora molto interessanti.
L’ipnosi della base ritmica rallentata funziona anche stavolta nella tipica maniera Massive Attack: ci troviamo davanti all’uso prevedibile di campioni jazz, prodotti soprattutto da una melodia di fiati vecchio stampo (sax, trombe, tromboni) pescata dagli anni Cinquanta. Sopra si arrampica, nei colori della produzione, una voce completamente lavata che porta ghiaccio, malinconia, morbosità e angoscia. L’effetto cambia a seconda dell’umore che crea e delle sensazioni che nascono ascoltando. Può provocare una dissonanza voluta che sottolinea lo stato d’animo, ma con una punta di cabaret, come nel brano dell’album Flat On The Blade. Lo stesso trucco funziona nei pezzi anche per un’altra strada: la combinazione di campioni di pianoforte classico o suoni retro di synth con approcci ritmici più solidi, come in Babel, Paradise Circus o nell’opener Pray To A Rain, il brano più brillantemente vario negli arrangiamenti di tutto il disco. E l’atmosfera cupa di Rush Minute, con quel velo di chitarra in più? Cattura persino un leggero sentore che non nasconde gli anni di ascolto di post punk, seconda metà degli anni Ottanta.
Splitting The Atom, uscito come singolo a ottobre 2009, è una deviazione nell’album e, come insieme, non è rappresentativo. Costruito sull’accessibilità melodica invasiva del minimalismo di un ritmo da ballo sonnolento con battiti di mani e sull’uso banale di toni retrogradi di organo, sopra cui si aggiunge un’ondata di ben tre voci soliste, è un trucco con cui il gruppo cerca di spezzare la banalità di cui sopra, ma senza riuscire a ottenere una combinazione interessante come il contrasto minimalista usato in Psyche, tra voce femminile e un pattern di chitarra ripetitivo che, accumulando strati sonori nel corso del brano, sottolinea gradualmente la profondità atmosferica.
Per il resto, l’atmosfera in generale sognante e la ritmica più lenta vengono ogni tanto dosate con una base ritmica più veloce, che arriva a prendere in prestito qualche trucco dagli allievi dei Portishead, come in Atlas Air, il che non è proprio da lodare.
Il gruppo ha di nuovo messo insieme il materiale per l’album da tantissime sessioni in studio, in cui, in compagnia di un sacco di musicisti, ha provato, combinato e scoperto idee. Dalla marea di spunti nati, il rientrante Daddy G (all’anagrafe Grantley Marshall) e Robert Del Naja ne hanno scelti solo un pugno. In sette anni il materiale utilizzabile si è accumulato in abbondanza, e così non è stato difficile servire qualche trucco fresco che fa girare gli ingranaggi dinamici del nuovo album. La collaborazione di tanti musicisti come ospiti è ormai prassi consolidata negli album in studio dei Massive Attack. Alcune idee, anche quelle nate in collaborazione con un artista come Mike Patton, sono state scartate. Ma i contributi degli altri, come i (già collaudati) Horace Andy, Martina Topley-Bird, il chitarrista Adrian Utley (Portishead) e poi i “novellini” che però tali non sono affatto, Damon Albarn (Gorilazz, Blur), la cantante Hope Sandoval, Guy Garvey, Tunde Adebimpe, Jerry Fuchs, portano l’aria fresca che serviva, varietà nei brani e sfumature di colore nelle atmosfere create. Certo, viene la paura di quanto delle idee portate dagli ospiti si riduca a imitare le band d’origine a cui appartengono, e in che misura possano coprire la figura di base definita dal linguaggio musicale dei Massive Attack. Tranquilli. Il livellamento, lungo tutto “Heligoland”, con l’eccezione dell’osservazione su Atlas Air, gira costantemente a favore della riconoscibilità del suono Massive Attack.
Un nuovo album dei Massive Attack molto bello, che però rischia di restare nel grigio di una visibilità minore, come potenziale bersaglio di un’analisi comparativa che mette sulla bilancia le qualità dell’ultimo lavoro dei Portishead, “Third”, tornati a svegliarsi dopo una lunga pausa, e di “Mezzanine”, il che può essere davvero ingiusto verso “Heligoland”. “Heligoland” non raggiunge il livello di “Mezzanine”, ma renderà felici al 100% tutti i fan del gruppo e ripagherà i loro sette anni di attesa.
Formazione
Robert Del Naja – voce (3.,8.,10.), programmazione, tastiere, arrangiamenti
Daddy G – voce (3.), arrangiamenti
MUSICISTI OSPITI:
Tunde Adebimpe – voce (1.)
Martina Topley-Bird – voce (2. & 6.)
Horace Andy – voce (3. & 4.)
Guy Garvey – voce (7.)
Hope Sandoval – voce (8.)
Damon Albarn – voce (9.), tastiere, basso
Neil Davidge – programmazione, tastiere, chitarra, basso
Tim Goldsworthy – programmazione,tastiere
Dan Brown – programmazione, chitarra
Stew Jackson – programmazione, chitarra
Dan Austin – programmazione, tastiere
Evan Dickinson – programmazione, tastiere
John Baggott – tastiere
Adrian Utley – chitarra
Dave Sittek – chitarra
Harry Brown – fiati
Noel Langley – fiati
Chris Storr – fiati
Andy Grappy – fiati
Stuart Gordon – arrangiamenti per archi (7.)
Billy Fuller – basso
Damon Reece- batteria
Jerry Fuchs – batteria
Produzione
Robert Del Naja & Neil Davidge
Tracklist
1. Pray for Rain (6:43)
2. Babel (5:18)
3. Splitting the Atom (5:15)
4. Girl I Love You (5:26)
5. Psyche (3:23)
6. Flat of the Blade (5:29)
7. Paradise Circus (4:58)
8. Rush Minute (4:48)
9. Saturday Come Slow (3:42)
10. Atlas Air (7:47)