Man in the Moon
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Nektar
Etichetta: Ariola Records
Uscita: 1980
Durata: 39:00
Voto: 2.5/5
Come tante altre leggendarie band di progressive rock, perlopiù britanniche, che con l’arrivo degli anni Ottanta si trovarono davanti a tre strade, nessuna delle quali davvero invidiabile, almeno per quanto riguarda il mantenimento della propria identità artistica (lo scioglimento a causa dei nuovi trend musicali, l’adattamento a quegli stessi trend con un cambio di suono totale oppure il compromesso tra la vecchia e la nuova direzione), anche i Nektar si sono piegati alle richieste sonore dei nuovi trend. La loro ultima incarnazione prima dello scioglimento durato anni aveva ormai poco in comune con le sue origini space rock.
All’epoca di “Man in the Moon”, il loro ultimo album per oltre vent’anni, prima della reunion, i Nektar avevano rivoltato come un calzino il loro look sonoro, che si era avvicinato parecchio più a una versione hard rock o rock melodico commercialmente appetibile che non al progressive. Prima di entrare in studio la band aveva di nuovo subìto un bel rimescolamento interno. Per prima cosa era tornato in formazione il chitarrista e cantante originale Roye Albrighton, un ritorno senza dubbio più che gradito, visto che il suo sostituto americano Dave Nelson, nonostante il talento innegabile, nel suo breve periodo con i Nektar non era riuscito a convincere la maggior parte dei fan. A Roye, unico membro originale rimasto, faceva compagnia il tastierista Alan “Taff” Freeman , mentre la sezione ritmica aveva subìto un cambio inaspettato.
Il bassista originale Derek Moore e il batterista originale Ron Howden sono stati sostituiti da due sostanzialmente sconosciuti, Carmine Rojas e David Prater. Questi due non erano di certo al livello dei predecessori, ma bastavano e avanzavano per la direzione sonora dell’album, che non richiedeva raffinatezze ritmiche troppo complesse. “Man in the Moon” era infatti composto per lo più da pompose power ballad AOR, con la differenza sostanziale che erano suonate a tempi diversi e con un diverso grado di ispirazione. Della vecchia avventura sonora e delle improvvisazioni non è rimasta praticamente traccia.
Una direzione più basica e leggera era stata in verità già tracciata dal predecessore “Magic Is a Child” (1977), eppure probabilmente nessuno si aspettava che i Nektar già al progetto successivo avrebbero cercato di sfornare un successo da radio. Qua e là, soprattutto quando partono le sezioni strumentali più lunghe, dove le parti di slide di Albrighton si fondono con le eteree trame di sintetizzatore di Freeman, si riesce ancora ad avvertire i vecchi Nektar classici, prog rock, ma momenti così servono più che altro da ricordo nostalgico dei bei tempi andati.
Già l’opener “Too Young To Die”, con i suoi tanti arrangiamenti sintetici e un ritornello a più voci costruito su un motivo hard rock basilare, presenta a dovere la nuova immagine rock melodica della band. Tra tutti i pezzi dell’album è quello con più potenziale da hit, ma è lontanissimo dal figurare tra le cose migliori della loro storia. “Angel” è una sdolcinata ballata d’amore che, con un pizzico di pathos in più nel ritornello, ci si sarebbe aspettati più dagli Styx che da ex membri del club delle migliori band prog degli anni Settanta.
“Telephone” è un’altra ballata, stavolta un filo meglio, perché la salvano i bei arrangiamenti sinfonici sullo sfondo, gli sfizi di chitarra acustica di buon gusto e l’ottimo canto di Roye, che figura addirittura tra i vertici della sua carriera da cantante. “Far Away” è strutturata in modo simile a “Too Young To Die”, cioè un altro tentativo di AOR discretamente riuscito, basato su una combinazione di riff di chitarra incisivo, linee di synth profonde e ritornello a più voci, che però avrebbe potuto essere un filo più marcato. “Torraine” è uno dei rari momenti più ispirati dell’album, quello in cui spuntano fuori le radici sperimentali della band. Si apre come una classica power ballad, dove Albrighton ancora una volta conquista con una splendida prova vocale, prima che il brano sorprendentemente sfoci in una lunga sezione strumentale. Qui Roye e Alan Freeman, fondendo brevi variazioni di sintetizzatore e assoli di chitarra, riescono per un attimo a ricreare quella tipica magia Nektar che impreziosiva i loro lavori migliori.
“Can’t Stop You Now”, al contrario, è un pezzo parecchio nella media, con ritmiche funky e un ritornello noioso, anche se il pezzo centrale, con le sue linee di tastiere dal sapore etereo, sorprende in positivo. “We” è un altro tentativo poco convincente di suonare il più commerciale e orecchiabile possibile, mentre con le armonie vocali messe prima del ritornello cercano, senza riuscirci, di sottolineare il lato lirico di “fratellanza e uguaglianza”. Meritano una menzione solo le parti di tastiere e chitarra, come al solito ottime, il che però non basta neanche lontanamente. La ballata acustica “You’re Not Alone”, che Roye suona in totale solitaria, è un pezzo sorprendentemente riuscito. Il suo canto sentito, insieme alla mano esperta nel posare accordi malinconici, basta a far colpo, con la melodia centrale e il suo fascino romantico-celtico.
La natura sperimentale della band si risveglia di nuovo un po’ nel finale dell’album, con la title track, che grazie al lento crescendo ritmico e alle minacciose incursioni di riff di chitarra incisivi ha un’atmosfera enigmatica, persino un po’ inquietante. Durante il canto di Albrighton si sente parlare un “alieno”, con cui si inchinano simbolicamente al loro passato space rock. La parte centrale contiene qualche assolo da mozzare il fiato di slide e tastiere, a conferma che nei due membri guida della band covava ancora un sacco di carica sperimentale inutilizzata.
“Man in the Moon” in sostanza non è un brutto album, perché offre parecchi spunti interessanti per gli amanti del rock melodico, ma purtroppo è decisamente sotto il solito livello di avventura sonora dei leggendari space rocker. All’album mancano quegli elementi di composizione e di strumentazione che negli anni Settanta avevano portato i Nektar tra le band progressive più emozionanti della loro epoca. I rari momenti d’ispirazione non riescono a nascondere la nuda verità: ce l’hanno messa tutta per suonare il più “moderni” possibile, ma sono venuti fuori come una band AOR del tutto nella media. Lo scioglimento era quindi inevitabile già l’anno dopo. Avrebbero potuto continuare su questa strada AOR e magari sfornare pure qualche hit da radio, ma su richiesta della maggior parte dei fan hanno deciso di non rendersi ridicoli a spese della loro magnifica eredità prog rock per ingraziarsi la “generazione MTV”. Anche se per il loro ritorno c’è voluto aspettare più di vent’anni, la scelta di una lunga pausa creativa si è rivelata quella giusta.
Formazione
Roye Albrighton – chitarra, voce solista
Allan “Taff” Freeman – tastiere, voce di accompagnamento
Carmine Rojas – basso, voce di accompagnamento
David Prater – batteria, percussioni
Produzione
Nektar
Tracklist
1.Too Young to Die
2.Angel
3.Telephone
4.Far Away
5.Torraine
6.Can’t Stop You Now
7.We
8.You’re Alone
9.Man in the Moon