Zenith
Artista: AtmOsfear
Etichetta: Progrock Records
Uscita: 2009
Durata: 71:28
Voto: 5/5
“Zenith” è il nuovo album dei metallari progressive di Amburgo (Germania) AtmOsfear. Una band che esiste dal 1996 e che è arrivata appena al terzo disco in carriera. Chiaro che qui non parliamo di professionisti che campano di musica. A meno che non siano insegnanti di musica o session man. Volevo dire: “professionisti” nel senso di scrivere musica propria. Ed è proprio questo il punto degli AtmOsfear. Scrivere musica originale guadagnandoci praticamente “zero”.
Perché gli AtmOsfear non abbiano attirato l’attenzione quando a metà anni Novanta i loro connazionali Vanden Plas o Poverty’s No Crime facevano sfracelli con le loro uscite resta ancora oggi un enigma. “Zenith” dimostra infatti che si tratta di una band della pasta giusta, che sa conquistare e ammaliare con il suo approccio musicale l’ascoltatore più esigente.
Su “Zenith” i ragazzi hanno dilatato gli arrangiamenti. Il risultato sono praticamente solo suite. Mini o maxi. Si vede subito. L’ultima, Spiral Of Pain (a concept, divisa in 4 parti), dura quasi mezz’ora. Rispetto all’ultimo album in studio – “Inside The Amtospehere” (2003), di sei anni prima – la componente più “metal” è passata un po’ in secondo piano, ma la band ha sfornato un disco che vanta l’atmosfera più struggente finora. Possiamo dire il terzo album in carriera. E il più maturo di sempre. Rifinito fin nei minimi dettagli e sfruttato al massimo a livello espressivo. Cupo fino al midollo. Con vere connotazioni cataclismatiche. Con un mix ben dosato del miglior lavoro strumentale che si richiede al prog metal di oggi.
Il tipico riffing granitico che conosciamo dall’approccio prog metal tedesco, in produzione resta in secondo piano. Soprattutto a causa degli arrangiamenti dilatati, che nei passaggi più pacati guadagnano un’atmosfera altissima, dove spiccano soprattutto le tastiere con il loro sipario sonoro cupo sullo sfondo. Quel sipario fa da cornice perfetta al furioso taglio delle chitarre e, nel suo dialogo splendido, pesca il meglio dal carattere di gruppi come Evergrey, Pain Of Salvation o Threshold.
Certo, i ragazzi non sfuggono a qualche somiglianza con i Dream Theater, soprattutto in alcuni passaggi. Le loro composizioni epiche mantengono sempre il filo conduttore e un fuoco rigoroso. Nonostante le lunghe durate che raggiungono, restano compatte e tengono un livello altissimo di raffinatezza melodica nei motivi portanti, che non sporca il contenuto musicale, da predicatori, della band.
La produzione è oscura. Per ben 71 minuti abbondanti e (hop’la konop’la!) belli pieni. L’umanità e il pianeta Terra, così come li conosciamo da una decina di migliaia di anni, stanno scomparendo. Più in fretta del previsto. Lo sentiamo ogni giorno. Il teatro va in scena sotto i nostri occhi. In tutti i settori della società umana. L’umanità sparisce per sempre, mentre il pianeta, condannato alla catastrofe ecologica, magari si rigenererà, ma chissà quanti milioni di anni gli serviranno. L’abbiamo portato al capolinea. Ci siamo portati da soli al capolinea. Svalutati moralmente e mutilati emotivamente, sfruttiamo gli altri a breve termine, ci offriamo a nostra volta a essere sfruttati, siamo anime vuote, facce vuote, motivazioni vuote, azioni meschine. Schiavi di un sistema di rovina che generiamo noi stessi. Un virus che alla fine sradicherà sé stesso. La speranza sta nella distruzione della razza umana. Una volta per tutte. L’album è nero e ti porta in un viaggio senza ritorno. Ed è proprio questo il suo lato più affascinante. Cataclisma. Lo specchio della verità? Lasciati sedurre.
“Reawakening” è un ottimo strumentale che, nel suo risveglio nero, implacabile e irritante, e in un dialogo eccellente, come impone il filo del racconto, tra riffing infernale di chitarra e una tavolozza varia di motivi alle tastiere, offre un’avventura di spontaneità come la vorrebbe ogni vero consumatore di metal progressive. Un prog metal che non ti entra in un orecchio e basta: è musica che cresce con te. Ascolto dopo ascolto, giro dopo giro. Gli AtmOsfear sono dei veri maestri, perché creano un sound che porta il marchio della riconoscibilità e che allo stesso tempo puoi definire prog metal europeo.
Complesso, ma non pretenzioso: gli strumentisti mettono in mostra qualità straordinarie, vere carte d’identità della virtuosità, e intanto creano un’atmosfera di rovina che tiene l’ascoltatore in alta tensione e non gli lascia un attimo per respirare. Pazzi di tedeschi, ma perché pubblicate dischi a intervalli ciclici di 6 anni?
La suite da mezz’ora è il momento più splendido dell’album. È divisa in 4 parti e la band non mostra mai, nemmeno per un attimo, difficoltà a mantenere un fuoco compatto. La seconda parte, “Joseph’s Theme”, è caratterizzata dalla melodia guida dell’arrangiamento vocale, a cui solo l’aiuto di un secondo vocalist nelle linee melodiche aggiunge lievi parallelismi con le solenni armonie multivocali che usano in passaggi simili gli americani Shadow Gallery.
La voce è pulita, sentita, e ogni tipo di arrangiamento intorno le sta a pennello. Per gli AtmOsfear è tagliata su misura. Con un riff tagliente, con il sipario di tastiere in primo piano o armata di armonie vocali di accompagnamento. Si trova a meraviglia sia nelle parti calme, dove funziona la forza di un’espressione sensibile e sottile, sia in quelle in cui i brani si aprono in modo dinamico e più aggressivo, perché con la voce mantiene sempre una posizione dominante al centro.
“Zenith” è un album che vi entusiasmerà con una combinazione eccezionale di affilatezza riffistica diretta e imprevedibilità di tante svolte tematiche e poliritmiche, che con la creazione di un’atmosfera di rovina, viva, esercita una pressione sottopelle sull’ascoltatore e lo tiene (per tutta la durata di 71 minuti) in una posizione di scacco matto, in altissima attesa. Un album che tutti gli amanti del metal progressive devono assolutamente recuperare. Ha qualche somiglianza con le band elencate in questa recensione, ma allo stesso tempo si fa strada con coraggio, con il carattere riconoscibile del mestiere prog metal. Album eccellente. Senza un neo. Senza un difetto. Una vittoriosa deviazione artistica rispetto all’offerta musicale di band già sentite. Provocatorio e fresco!
Formazione
Oliver Wulff – voce
Boris Stepanow – chitarra
Stephan Kruse – tastiere
Burkhart Heberle – basso
Tim Schnabel – batteria
Produzione
AtmOsfear & Jens Lueck
Tracklist
1. Beginning
2. Loss Of Hope
3. Generations
4. Reawakening
5. Scum Of Society
6. Spiral Of Pain
– Fail (pt. I)
– Joseph’s Theme (pt. II)
– Elisa’s Theme (pt. III)
– Fatal Reunion (pt. IV)