GiveTill It’s Gone

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Artista: Harper, Ben
Etichetta: Virgin Records
Uscita: 2011
Durata: 49:55
Voto: 4.5/5

Il nuovo lavoro del cantante, musicista e arrangiatore americano Ben Harper, in versione solista, tiene alto il pedigree delle sue uscite in studio, che si distinguono tutte per l’unicità di quello che ormai è uno standard riconoscibile dell’espressione artistica di Harper. Anche “Give Till It’s Gone” resta un macramè variopinto, tenuto insieme con efficacia dalla ricchezza dei fili stilistici di indie rock, blues rock, soul e funk.   

Per il nuovo album Ben Harper si è tenuto il trio di fidati compagni di viaggio che già nel disco precedente, “White Lies in Dark Times” (2009), si facevano chiamare Relentless 7. Stavolta però ci sono parecchi argomenti a favore dell’idea di lasciar perdere l’etichetta Relentless 7, perché ci troviamo davanti a un album di Ben Harper dichiaratamente personale e confessionale.

Il cuore pulsante del disco ruota stavolta attorno all’ultima guerra tra uomo e donna che Harper si è appena lasciato alle spalle. Dietro all’artista restano le immagini di un paesaggio flagellato, sfinito e raso al suolo: un matrimonio sbagliato con l’attrice Laura Dern. Davanti a lui si apre un vuoto profondo, in cui cerca appigli per rinascere come persona e iniziare una nuova vita.

Ogni battaglia con una donna porta delusione, rabbia, tristezza; più di una volta ti dai del perfetto idiota, ti carichi di sensi di colpa, ti ritrovi pieno di sentimenti negativi e di pensieri sterili che non ti smuovono di un millimetro, anzi, se sei fragile ti trascinano ancora più a fondo nel baratro. Ma tutto questo devi scrollartelo di dosso, per liberarti da ogni catena, perdonare te stesso e chi ci è passato in mezzo, e salire di un gradino lungo il tuo percorso di crescita personale, maturando in intelligenza emotiva e spirituale. Il nuovo album di Ben Harper è quindi una raccolta di brani che riflettono la sua ultima, amara esperienza di vita. Il titolo dice già tutto. “Give Till It’s Gone” si potrebbe leggere come un darsi senza riserve in nome dell’amore, finché non sparisce tutto. Ma proprio tutto, compreso il senso stesso di quello che stai facendo. Certo, il quadro non è così nero e Harper, lungo tutto il disco, sa bene che dal fondo del baratro una via d’uscita esiste.  Dal punto di vista dei testi e delle confessioni questo è un lavoro ricchissimo, che per molti sarà un osso duro da rosicchiare, mentre per altri sarà un motivo in più per scoprire la forza espressiva del carattere musicale e del genio di Harper.

L’apertura pigra e lenta di Don’t Give Up On Me Now è il manifesto di un grandissimo pezzo indie rock, che porta con sé tutta la brillantezza autoriale di un arrangiamento ben rodato. Una voce disillusa, che vaga al buio cercando se stessa, accompagnata da collage colorati di vitalità calda e organica. Zero pretese, solo tanto sentimento e tanta dedizione. L’intesa è eccezionale. Qui non piange soltanto il cuore di Harper: piangono anche gli strumenti. Nel ritornello Harper, con la sua voce sottile, è già così nudo, diretto, fragile e vulnerabile che si sente subito addosso l’immenso dolore dell’artista, riversato dentro il pezzo.  Le sensazioni diventano quasi inquietantemente reali in I Will Not Be Broken, una ballata folk dall’impianto confessionale, che nella strofa suona già quasi cupamente alla Nick Cave. Il terzo brano, Rock N’ Roll Is Free, alleggerisce l’atmosfera plumbea dell’inizio, con un po’ del carisma di Neil Young e un suono di chitarre jangle. Fino ad arrivare all’amara ballata Feel Love, dove l’espressività vocale e la delicatezza nel far uscire le emozioni funzionano a pieno regime e, attraverso i versi, ti s’insinuano sotto la pelle in modo davvero convincente. Sensazioni simili le incarna, subito dopo, un altro momento più calmo del disco, la graziosa ballata Pray That Our Love Sees The Dawn, impregnata di melodie country e approfondita solo da un delicato spazzolare ritmico. Una melodia in cui si troverebbe inebriantemente a casa anche un gigante come Bruce Springsteen, solo che stavolta Harper ha trovato una compagnia più adatta per i duetti vocali: il cantautore americano Jackson Browne. Un momento cantautorale straordinario, col marchio artistico unico di Harper!

Poi arriva un attacco indie rock furioso con Clearly Severly, che suona così alla moda che nella sua ottusa pochezza potrebbe mandarla giù perfino lo spirito svilito e corporate dell’epoca MTV. Qui va detto che il nuovo album non ha il suono di chitarre così crudo del predecessore. Proprio questo maggior controllo sul suono delle chitarre fa risaltare ancora più intensamente i contrasti: il rullare profondo del rullante, l’intelligente e acuta complicità della grancassa (nello spazio che le lasciano le melodie principali dei brani) e il suono caldo e organico delle chitarre. Lo conferma anche Get There From Here, che sul finale si dissolve in un prolungamento quasi psichedelico, con collage sonori spinti al massimo attraverso la comunicazione strumentale e la sensuale intesa dei quattro elementi di base.

Nonostante la voce di Ben lasci trasparire sullo sfondo, per tutto il disco, quel senso innato per l’improvvisazione soul che urla per essere integrato nei punti blues, stavolta Harper si muove con cautela a metà strada sul piano espressivo e non si butta a tutti i costi nell’impianto blues dei pezzi. Né con la voce, né con le frasi guida dei brani. Il vero tocco di erotismo blues arriva solo verso la fine, nell’ottima Waiting For The Sign, che Harper non ha dimenticato di condire con una bella spalmata succosa di slide in sottofondo e un accompagnamento di piano “honky tonk”.  Subito dopo, sempre con la slide, c’è un pezzo ancora più rumoroso e tosto, la ballata blues rock Dirty Little Lover, che non nasconde la missione nera del delta blues e il grande amore di Harper per le opere di Robert Johnson. Le opere di Johnson hanno ispirato Harper fin da ragazzino a esplorare la slide. Dirty Little Lover piacerà anche a chi ama l’approccio musicale della nuova super band blues rock Black Country Communion, dove Harper, nel ritornello, si avvicina in modo quasi sfacciato ai principi di interpretazione vocale di Glenn Hughes.

Per non dimenticare il messaggio di fondo del nuovo album di Harper, come chiusura il musicista si è tenuto da parte un altro ottimo pezzo indie rock, un impasto di grande spirito che mescola elementi di blues, basi pop e rock alternativo. La voce nel ritornello è bestialmente furiosa, volutamente sporcata dagli effetti di distorsione, il che rende ancora più drammatico il contenuto del messaggio. In questo brano Harper, nell’interpretazione vocale, non ha davvero badato a freni. Ed è proprio qui il maggior fascino dei suoi lavori, e il nuovo album non fa eccezione. Un travaso sincero di ciò che sente il cuore in un linguaggio musicale, come lo detta soltanto l’unicità dell’essere artistico del carattere di Harper.

Con questo nuovo lavoro Ben Harper ha regalato alle folle l’album più maturo della sua carriera, la cui forza non sta solo nell’arrangiamento brillante, che si vanta di frasi guida costruite con acume e concisione. La forza di “Give Till It’s Gone” sta anche nella brillantezza con cui rende le emozioni, che colpiscono davvero, ti stuzzicano di continuo con la loro autenticità e tengono impegnato con i loro messaggi l’ascoltatore comune del linguaggio musicale di Harper. I musicisti non spiccano a livello strumentale in nessun punto del disco. I brani non sopportano pretese strumentali e non c’è un briciolo di spazio per fughe sperimentali. Convivono in una coerenza eccezionale, percependosi a vicenda, e seguono il ravvivarsi delle emozioni nell’interpretazione vocale di Harper. La forza  della strumentazione sta proprio nel dosare con finezza i brani con soluzioni musicali brevi e concise, che danno all’ossatura dei pezzi la giusta dose di riempitivo succoso, dinamica vivace e acume maturo.

Con il nuovo album Ben Harper ha confezionato una ballata matura e rifinita, dalla varietà espressiva ampia, tenuta insieme dal tocco unico del suo estro d’arrangiatore fatto in casa. È l’incarnazione consolidata degli standard degli album passati di Harper, che ora si manifesta in un salto di maturità. Anche stavolta Harper conserva una flessibilità espressiva, un’ampiezza, una freschezza creativa e un’ispirazione fuori dal comune, a dimostrazione che il musicista continua a evolversi e a maturare artisticamente. Il merito va alla sua grande capacità di dare vita alle sensazioni più intime dell’artista in un modo comprensibile e accessibile a tutti. Più vicino di così a farti entrare nel suo mondo intimo, Ben Harper non può proprio arrivare. È il massimo che un artista qualsiasi possa offrirti, ed è per questo che  “Give TIll It’s Gone” è un album davvero speciale, che potrà entusiasmarti ancora per molto tempo.

Formazione

Ben Harper – voce, chitarra “slide”
Jason Mozersky – chitarra
Jesse Ingalis – basso
Jordan Richardson – batteria

MUSICISTI OSPITI:
Ringo Starr – batteria nei brani n. 6 e 7
Jackson Browne – voce nel brano n. 8

Produzione

Danny Kalb

Tracklist

1. Don’t Give Up On Me Now
2. I Will Not Be Broken
3. Rock N’ Roll Is Free
4. Feel Love
5. Clearly Severely
6. Spilling Faith
7. Get There From Here
8. Pray That Our Love Sees The Dawn
9. Waiting On A Sign
10. Dirty Little Lover
11. Do It For You, Do It For Us

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