King Kobra
Artista: King Kobra
Etichetta: Frontiers Records
Uscita: 2011
Durata: 52:23
Voto: 3.5/5
I King Kobra sono un altro nome nella schiera dei reduci che tornano sulla scena del melodic rock, in pieno risveglio in questo nuovo millennio. Il merito è della Frontiers Records, uno dei pilastri portanti dell’attuale rivitalizzazione di un genere arcaico e dimenticato da Dio.
I King Kobra sono guidati dall’indistruttibile e leggendario batterista Carmine Appice, noto per aver dettato il ritmo ai vecchi rocker Vanilla Fudge, per i quali tanto, tanto tempo fa aprirono i concerti del loro primo tour americano perfino i Led Zeppelin in persona, e lui non ammette proprio di aver beccato un solo capello grigio in tutti questi lunghi anni di resistenza. Un “No!” categorico è la sua risposta, e così suona anche il nuovo album dei King Kobra. Selvaggio e furioso, come se sugli strumenti si scatenassero dei ragazzini di 15 anni e non dei vecchi lupi del rock. Insieme ad Appice ci sono proprio tutti i membri originali della prima formazione dei King Kobra. Con una (importante) eccezione.
I primi due album hanno definito i King Kobra. Presenza e voce. Un AOR armato fino ai denti, di riff eccellenti e contagiosi, guidato dalla voce marcata di Mark Free. Mark Free è una voce davvero difficile da sostituire. Per essere più preciso, di quell’uomo oggi è rimasto ben poco dopo gli interventi chirurgici del 1996, quando Mark è diventato Marcie Michelle Free, però insomma. Free, che ancora oggi canta con il suo timbro maschile naturale negli Unruly Child, è semplicemente un calibro vocale come nell’hard rock e nel rock melodico se ne contano sulle dita di una mano. Sta nell’élite dei cantanti di rock melodico. Anche oggi.
A subentrare è stato quindi Paul Shortino. Se si ripensa ai primi due album della band, viene da dire che Shortino non potrà mai funzionare nei King Kobra, ma quando ci si misura con il nuovo materiale, l’uscita di quest’anno, la sua integrazione diventa sempre più sensata. E diciamocelo chiaramente: dai nuovi King Kobra non c’era da aspettarsi granché, soprattutto dopo l’esperienza chiamata “Hollywood Thrash”, un album dei KK che è stato un disastro di prima categoria.
Il nuovo album “King Kobra” è un disco hard rock crudo dalla produzione spogliata, dove i contrasti tra gli strumenti sono accentuati, le pelli bombardano a colpi di cannone, i riff sono massicci e il ritornello è spesso armato in modo anthemico di cori di accompagnamento (armonizzati). La band è riuscita a mettere insieme un pacchetto di brani scritti e arrangiati con dignità, per cui “King Kobra” è un solido album di ritorno. Shortino, con il suo approccio esplosivo, ruvido, “bluesy feel” e dominante virilità, tiene l’energia dei pezzi a un livello eccellente, e “King Kobra” cavalca per tutta la sua durata con una scintillante potenza rock, che in questa cavalcata risulta quanto mai autentica e convincente.
I King Kobra risultano d’impatto e diretti, e allo stesso tempo tremendamente contagiosi quando uniscono questa botta alla melodia. Pezzi così sono l’opener Rock This House, Tear Down The Walls con i cori del ritornello quasi “alla Accept”, la classica ma erogena Midnight Woman, e accende perfino la prevedibile We Got A Fever, con la strofa impostata a schema, che a tirarla fuori dalla media ci pensa un ritornello potente e anthemico. L’hard rock di impostazione classica This Is How We Roll è di nuovo sollevata con abilità sopra la media nell’arrangiamento del ritornello. Poi c’è il momento a manetta dell’album, poggiato sul doppio pedale della cassa, intitolato Screaming For More. La strofa è di nuovo un pericoloso “rotolare” bluesy che sa di prevedibilità, ma il ritornello tagliato alla perfezione che la segue regala al brano i punti della vittoria. Questa dualità tra strofa e ritornello è anche frutto dello sviluppo dinamico dei pezzi e di un vibrante serpeggiare di umori, che sull’album non manca.
Ci sono momenti dell’album in cui nel ritornello si respira forte un bel profumo di melodie AOR classiche, come nel brano Live Forever, e poi le impressionanti semiballad d’impatto, condite con gusto di acustica (sonoramente riempite) e dove trova spazio perfino per gli archi. Sono Fade Away e Cryin’ Turns To Rain.
A togliere credibilità all’album sono però i “riempitivi”, come Turn Up The Good Times o la infantilmente ridicola e banale On The Top Of The World. Semplicemente una goccia di vino nel bicchiere delle delizie, del tutto superflua e inutile.
“King Kobra” è un ottimo album di una band risorta. Suona bluesy come nessun album dei King Kobra finora, e in questo momento fa ancora più bene all’approccio vocale di Shortino. Anzi, con lo stile così cambiato del nuovo album (rispetto alla musica dei primi tre album dei KK), i King Kobra non potevano trovare soluzione migliore per il ruolo di cantante. Paul Shortino è la soluzione perfetta per i cambi di direzione musicale dei nuovi King Kobra. Certo, sull’album è rimasto un pizzico di sensazione AOR, ma i King Kobra sono musicisti così esperti che sanno esattamente come costruire un pezzo perché funzioni in modo convincente. E che siano tempi vecchi o nuovi. La differenza è solo che “King Kobra” non riesce più a scioccare con la sua apparizione sulla scena, perché si tratta di una forma musicale arcaica. La sua funzione per i tempi nuovi è un’altra. Mantiene la credibilità della band! Per questo possiamo dire che i ragazzi hanno tirato fuori un album davvero buono, che si potrà far crescere con un successore, oppure mantenere in modo esemplare il suo livello qualitativo molto piacevole. Bentornati a casa, ragazzi!
Formazione
Paul Shortino – voce
David Michael-Philips – chitarra
Mick Sweda – chitarra
Johnny Rod – basso
Carmine Appice – batteria
Produzione
Kin Kobra
Tracklist
1. Rock This House
2. Turn Up The Good Times
3. Live Forever
4. Tear Down The Walls
5. This Is How We Roll
6. Midnight Woman
7. We Got A Fever
8. Top Of The World
9. You Make It Easy
10. Crying Turns To Rain
11. Screamin’ For More
12. Fade Away