Fly From Here
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Yes
Etichetta: Frontiers Records
Uscita: 2011
Durata: 47:28
Voto: 2.5/5
“Fly From Here”, il primo album degli Yes in quasi dieci anni, tanti ne sono passati dall’uscita del predecessore “Magnification” (2001), e già il ventunesimo in totale, si porterebbe a casa senza rivali il premio come album prog rock più controverso dell’ultimo decennio. Già solo il retroscena della sua nascita sfiora al limite la bizzarria da Spinal Tap, quindi prima di ascoltare il disco nuovo vale la pena dargli un’occhiata più da vicino. Negli ultimi tre anni alcune cose nel campo Yes sono cambiate in modo drastico; purtroppo non in meglio.
Jon Anderson, cantante carismatico e paroliere, riconosciuto per decenni come la voce definitiva degli Yes e, insieme al bassista Chris Squire, unico membro originale della leggendaria formazione prog rock nata nel 1968, a causa di seri problemi respiratori finisce in ospedale poco prima dell’inizio del tour del 2008. Ai suoi compagni di una vita, che insieme all’eccezionale batterista Alan White delle sue condizioni di salute non si sono preoccupati nemmeno al punto da fargli una telefonata, finisce la pazienza, così scelgono un nuovo cantante, il canadese Benoit David, membro della tribute band degli Yes Close to the Edge e del gruppo prog rock Mystery, copia carbone di Anderson ma più giovane di vent’anni, senza però la sua estensione vocale, senza falsetto che funzioni e, ovviamente, senza il carisma di Jon. I malelingue, che con i veri fan degli Yes non hanno granché a che fare, aggiungerebbero che gli manca anche il suo senso per la predica new age instancabile nei testi.
Poco prima di questo evento controverso, per motivi di salute lascia gli Yes anche il leggendario tastierista Rick Wakeman, l’unico membro che durante la degenza si è dimostrato un vero amico di Anderson e con cui collabora ancora oggi. La sua uscita ovviamente non è stata scioccante come il licenziamento di Anderson, visto che nella sua carriera tormentata aveva già lasciato la band più volte per poi tornare, ma il leggendario virtuoso per i fan di lunga data è sempre stato il membro più amato degli Yes e, con le sue performance alle tastiere, la sua virtuosità stupefacente ma anche con la sola presenza e il suo humour inconfondibile, era la calamita principale per le folle.
Per il tour con il nuovo cantante lo sostituisce suo figlio Oliver Wakeman, a cui poco prima dell’inizio delle registrazioni di “Fly From Here”, contro la volontà di Oliver, subentra Geoff Downes, storico tastierista degli Asia, di ritorno nella band con cui aveva collaborato con successo l’ultima volta trent’anni fa, nel tour del disco di culto “Drama” (che in questa recensione citeremo ancora). Downes è stato portato nella band dal maestro della chitarra Steve Howe, suo compagno d’armi negli Asia.
I pochi sostenitori dei nuovi Yes, a difesa del nuovo cantante David, che sul disco ha fatto il suo lavoro in modo corretto, come ci si aspettava, e per il pasticcio risultante non ha alcuna colpa personale, essendo stato solo parte delle macchinazioni egoistiche di Squire, hanno fatto notare che la situazione attuale somiglia parecchio a quella della nascita di “Drama”, quando Anderson fu sostituito per due anni da Trevor Horn (ex-The Buggles), che in questa recensione citeremo ancora.
La differenza rispetto a quel periodo è evidente, visto che allora Anderson se ne andò volontariamente e non fu licenziato a forza, e la nuova formazione non fu nemmeno promossa in modo aggressivo prima dell’uscita del disco con un tour sterminato, né appesantita da rancori reciproci. Allora tutti sapevano che si trattava solo di un esperimento temporaneo. Anderson tornò nella band già dopo un anno; “Drama”, unico disco con Horn che su “Fly From Here”, ironia della sorte, si è occupato della produzione, ha scritto la maggior parte dei pezzi (i migliori) e ha cantato i cori, si è guadagnato a ragione lo status di culto per la sua originalità e la qualità generale.
“Fly From Here” rispetto a “Drama” è tutt’altra storia, anche se si sforza di essere il più simile possibile e di suonare come il suo seguito. Gli Yes ce la mettono tutta per ricreare il suono retrò e la complessità del loro periodo migliore, ma non ci riescono in nessun modo, e non li aiuta nemmeno la produzione plasticosa e retrograda di Horn, con cui voleva riportare la band a cavallo tra anni Settanta e Ottanta. La maggior parte dei brani del disco, firmati da Horn e Downes, è nata già all’inizio degli anni Ottanta durante la lavorazione di “Drama”, quindi Squire, Howe e White come compositori stavolta non si sono sforzati granché. Sorge una domanda seria: se un disco così meriti davvero il logo Yes, visto che Horn e Downes hanno scritto più della metà delle composizioni.
La domanda più importante, che prima dell’uscita tormentava la maggior parte dei fan, era ovviamente se la nuova incarnazione della band con “Fly From Here” avesse giustificato la propria esclusiva sul nome Yes. La risposta potrebbe essere allo stesso tempo sì e no. Gli Yes senza Anderson sono una pallida imitazione, al massimo un esperimento temporaneo, e il primo problema salta fuori già con la voce. Il nuovo cantante David, ironia della sorte, per tutto il disco suona come un ibrido tra Anderson e il già citato Trevor Horn. Il secondo problema sono le tastiere di Downes. Geoff è un tastierista eccezionale, ma il suo approccio, che calza a pennello a band art rock e AOR come gli Asia, non si incastra con altrettanto successo nel linguaggio sonoro più complesso e fusion di gruppi come gli Yes. Sotto questo aspetto si sente eccome la mancanza della stratificazione e del senso per la fusion di Wakeman.
I due punti luminosi del disco sono, come da copione, Squire con il suo basso Rickenbacker ancora innovativo e melodico, e il suo compagno misantropo Howe, che nonostante ogni anno somigli sempre di più a uno spicchio di mela essiccata non cala di un millimetro nella dedizione alla tradizione chitarristica dei monti Appalachi. Proprio l’integrità perfettamente sincronizzata e magistralmente eseguita dei loro strumenti garantisce che il disco non risulti una farsa grottesca totale o un puro esperimento tribute agli Yes.
Le ironie, comunque, non finiscono mai. In passato gli Yes erano famosi come maestri di epici complessi di oltre 10 minuti, ora invece sono diventati più convincenti nei pezzi più brevi e ritmicamente meno impegnativi, che sfiorano il pop rock. Il pezzo migliore del disco è così proprio l’iniziale “We Can Fly”, sei minuti ultra-melodici con un ritornello ipnotico e una carica da sveglia, un perfetto “figlio” di Horn e Downes, nato originariamente come demo già nel 1981 e destinato al secondo album dei The Buggles, “Adventures in Modern Recording” (1981). È anche l’unico brano del disco in cui si percepisce una vera chimica tra i membri e in cui i nuovi Yes suonano come una band coesa, con tutti col cuore nella faccenda. Il pezzo funziona benissimo anche da solo, come singolo. Allo stesso tempo è una parte chiave della suite di 25 minuti “Fly From Here”, che probabilmente per paura di un flop commerciale totale hanno preferito tagliare in più brani brevi collegati tra loro. Nonostante la lunghezza, tra le singole parti della suite non si sente alcuna coesione. È un insieme di brani art/pop rock nella media, con ogni tanto qualche lampo prog rock e qualche volo solista qua e là.
Anche il solido, melodrammatico-nostalgico “Sad Night at the Airfield”, coronato dalla melodia chitarristica pastorale di Howe e da un assolo eccezionale di steel pedal, è frutto della collaborazione Horn-Downes dell’inizio anni Ottanta. Il ritornello etereo è azzeccato e si fonde bene con gli arrangiamenti sinfonici di Downes e la magia di Howe alla steel pedal. Purtroppo il disco, da una composizione all’altra, diventa sempre meno interessante e dopo l’inizio promettente scivola nella grigia mediocrità, finché alla fine affonda del tutto. “Madman at the Screens” è un altro perfetto parto di Horn, che per atmosfera e ritmica ricorda più che chiaramente il pezzo di “Drama” “I’m a Camera”. La cronica mancanza di innovazione è una brutta bestia, soprattutto se finisci per copiare te stesso. Il funkeggiante “Bumpy Ride”, che rientra anch’esso nella categoria del “già sentito” e suona scemo come se fosse scritto per qualche cartone animato, è l’occasione per Howe di sfoggiare assoli di chitarra elettrica e per le acrobazie di Squire al Rickenbacker nel mezzo, il che, rispetto alla maggior parte del resto del disco, non è nemmeno così male.
Il resto del disco è ancora molto meno ispirato della suite iniziale, a cui non è dato di mettersi accanto alle suite epiche del loro passato. “The Man You Always Wanted Me to Be” è una ballata del tutto nella media con una melodia di chitarra acustica in cui si sente cronicamente la mancanza del contributo vocale di Anderson, perché Squire, di solito ottimo corista, alla voce principale suona completamente svogliato, mentre il pezzo dopo l’inizio promettente non decolla mai. Il ripetitivo “Life On a Film Set” è un altro brano medio a tempo medio con un forte marchio compositivo di Horn, produzione plasticosa e un testo del tutto assurdo. Gli Yes semplicemente non sono i The Buggles.
Seguono due creature di Howe che promettono una ventata di freschezza, ma non mantengono le aspettative. La prima, “Hour of Need”, orientata all’acustico, contiene una melodia briosa e armonie vocali giocose, mentre “Solitaire” è uno strumentale solista di chitarra piacevole da ascoltare ma, d’altra parte, del tutto dimenticabile, solo una pallida approssimazione dei classici “Clap” e “Mood For a Day”. La conclusiva “Into the Storm”, nonostante l’impostazione ambiziosa, è una delle cose più noiose e raffazzonate create negli ultimi vent’anni e ricorda più qualcosa che andrebbe al massimo bene per il side project di Squire, Conspiracy, che per gli Yes.
Nonostante Squire (per ora) non voglia guardare in faccia la realtà, i veri Yes sono sempre stati e rimasti il frutto di una collaborazione riuscita tra lui e Anderson. A parte loro due, ognuno degli altri membri è sostituibile. Ogni volta che questa collaborazione si rompe, per la band arrivano tempi duri. L’ultima volta, nel 1981, si è quasi finiti con lo scioglimento. Per fortuna stavolta non c’è da aspettarsi uno scenario così drammatico, perché Squire ha già ammesso di essere pronto a collaborare di nuovo con Jon, ma solo dopo la fine del tour del nuovo album. Anche dall’altra parte, nonostante tutte le peripezie, non c’è rancore, quindi la riunione è del tutto realistica.
“Fly From Here”, tutto sommato e considerata l’età dei membri principali, non è comunque un fallimento totale, anche se nella sua missione sonora cerca in modo troppo evidente di essere “Drama-Part 2”. Rispetto ai tempi d’oro della band è però ovviamente un prodotto sotto la media firmato da un gruppo leggendario che, anche per colpa della produzione plasticosa e poco riuscita di Horn, ha lasciato che il tempo lo investisse un po’. Invece di cercare di creare qualcosa di nuovo e innovativo col nuovo cantante, sono caduti nella mancanza di ispirazione creativa e in certi cliché sonori del passato, perché volevano a ogni costo dimostrare di poter creare il suono Yes tradizionale anche senza Anderson. Purtroppo in questo gli anni li hanno fregati. In ogni caso “Fly From Here” non valeva il prestigio rovinato e la fine della fortunata partnership del leggendario duo Anderson-Squire, che negli anni Settanta fu decisivo per il successo di album come “Close to the Edge, “Tales from Topographic Oceans” “Relayer” e “Going for the One”, capolavori senza tempo accanto ai quali l’ultimo prodotto degli Yes è solo una sterile ombra della grandezza di un tempo. Jon Anderson, torna presto.
Formazione
Chris Squire – basso, cori, voce principale su “The Man You Always Wanted Me to Be”
Steve Howe – chitarra, cori
Alan White – batteria
Geoff Downes – tastiere
Benoît David – voce principale
MUSICISTI OSPITI:
Oliver Wakeman – tastiere aggiuntive su “We Can Fly”, “We Can Fly (Reprise)” e “Hour of Need”
Trevor Horn – cori, tastiere aggiuntive
LuÃs Jardim – percussioni
Gerard Johnson – pianoforte su “The Man You Always Wanted Me to Be”
Produzione
Trevor Horn
Tracklist
1. Fly From Here – Overture (1:53)
2. Fly From Here – Pt I – We Can Fly (6:00)
3. Fly From Here – Pt II – Sad Night At The Airfield (6:41)
4. Fly From Here – Pt III – Madman At The Screens (5:16)
5. Fly From Here – Pt IV – Bumpy Ride (2:15)
6. Fly From Here – Pt V – We Can Fly (reprise) (1:44)
7. The Man You Always Wanted Me To Be (5:07)
8. Life On A Film Set (5:01)
9. Hour Of Need (3:07)
10. Solitaire (3:30)
11. Into The Storm (6:54)