Capricorn

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Autore: Sandi Sadar Šoba

Artista: Orchid
Etichetta: The Church Within Records
Uscita: 2011
Durata: 57:08
Voto: 5/5

No, non è un errore, e no, non stiamo parlando dell’omonima band screamo d’oltreoceano. Gli Orchid appartengono a una scuola di suoni del tutto diversa e soprattutto molto più profonda. Il quartetto della soleggiata San Francisco giura su uno stoner doom d’altri tempi, intriso di Led Zeppelin e soprattutto dei vecchi maestri del metal Black Sabbath, e la bussola del tempo, già al primo contatto con questa band eccezionale, ti punta all’istante sui dolci, inebrianti anni Settanta. Ed è proprio questo “vintage sound”, sì riciclato ma mai superato, il grimaldello con cui l’eccezionale debutto – il disco Capricorn – si fa strada in mezzo alla concorrenza. Un mix perfetto di rock psichedelico blueseggiante, dolce e occulto, di materia oscura e sinistra e di una straordinaria musicalità demoniaca ha gettato solide fondamenta su cui si ergono nuovi altari di venerazione, mentre a dare rifugio a questa band davvero fuori dal comune è l’etichetta tedesca The Church Within, e non un qualche conglomerato di miscredenti discografici, fedele alle porcherie commerciali e a corto di idee, che di roba promettente ne ha già messa a tacere, distrutta e scaraventata nelle fauci di un oblio grottesco o di un anonimato eterno e immeritato più volte di quante si possano contare. Stavolta, speriamo, non andrà così, e noi possiamo presentarti un prodotto davvero geniale, di cui quest’anno varrà la pena riparlare parecchio – il disco Capricorn.
 

 

https://www.youtube.com/watch?v=RRYWnm8elGY

L’EP Through The Devil’s Doorway uscito due anni fa aveva già dimostrato che la bellezza del vecchio si può conservare nonostante tutti i decenni di evoluzione musicale ormai alle spalle, e quel retrogusto rustico da stoner di tempi lontani suona così incisivo ed efficace che sembra che gli Orchid l’abbiano scritto, registrato e cucinato nell’età dell’oro della scena musicale che contava, per poi versare il loro incantesimo in una capsula del tempo rimasta lì ad aspettare fino ai giorni nostri, pronta a scuotere il mondo e il pubblico moderno che non sospetta niente. È un’opposizione musicale alle norme religiose marce e fossilizzate del nido vaticano, ai falsi ideali di incantatori innamorati di divinità malaticce. Gli evangelisti della redenzione musicale sono quattro tizi tosti che si sono presi il nome da un succoso pezzo dei Black Sabbath – Orchid. Ma la band nasconde nel proprio grembo un’altra manciata di influenze che buttano benzina sul fuoco. Oltre ai Sabbath, nel DNA si trovano anche i Pentagram, i Counr Raven, i Witchfinder General, i Salem Mass, un pizzico di Zeppelin e una dannata quantità di originalità brillante, per cui con Capricorn non siamo davanti all’ennesimo imitatore della fila: gli Orchid, in realtà, si muovono comodi nelle loro scarpe!

https://www.youtube.com/watch?v=6FOwagaG_-A

Il volo d’urto nel cielo spumeggiante di metal stoner caldo e fumoso parte con la straordinaria policromia del brano d’apertura Eyes Behind The Wall, che ti fa salpare all’istante verso l’epoca in cui il concetto di sinistra malvagità aveva il volto di mister Iommi e del suo inconfondibile colore di distorsione sporca. Stavolta la fusione eccezionale di riff sporchi ma caldi è scolpita dalle mani dell’ispirato chitarrista Mark Thomas Baker, e sullo scheletro di suoni di chitarra davvero fluidi e travolgenti, assoli gustosi e ritmiche cangianti si incollano alla grande gli eccezionali inserti di batteria di Carter Kennedy e il basso grasso di Keith Nickl, mentre in perfetta sintonia con la musica c’è il gustoso vocale retrò, chiaro e contrastante, di Theo Mindell, grazie al quale più di 6 minuti di primo volo non sembrano prolissi nemmeno per un istante.

 

 

 

Una produzione eccellente, offuscata, pesante e perfettamente adatta al suono, in cui i suoni del moog si mescolano del tutto naturalmente, crea la cornice giusta per la title track Capricorn, e in un leggero retrogusto di psichedelia il ritmo non si interrompe né rallenta nemmeno per un attimo. Il suono organico e l’atteggiamento del tutto naturale di ogni ingranaggio ti fanno tremare spasmodicamente da capo a piedi, e con il funk, il suono sporco e un ritmo assolutamente da dipendenza la passione non fa che salire. Il brano Black Funeral forse ricorda davvero Hand Of Doom (Reprise), mentre l’epilogo psichedelico Albatross forse sa di Planet Caravan, con cui i Black Sabbath avevano increspato la superficie calma dei sognanti anni Settanta sul disco Paranoid, ma gli Orchid corteggiano le orecchie di un pubblico del tutto nuovo millennio. Di questa soldataglia di amanti del retrò in chiave nuova fanno parte anche i Down, a cui mi è venuto in mente più volte, quasi senza volerlo, di pensare mentre ascoltavo il disco Capricorn. Forse è anche per questo che i paragoni si intrufolano in modo così sottile nell’immaginario di ciò che si ascolta, mentre gli Orchid costruiscono e abbattono templi di paesaggi onirici con pezzi come Masters Of It all, Cosmonaut Of Three o precipitano in una catarsi eclettica di tutti i chakra con il brano Electric Father.

 

https://www.youtube.com/watch?v=Ln-e2lQ4Lh4

 

Non dà fastidio per niente il fatto che gli Orchid abbiano tatuate nell’anima le influenze di autorità come i Black Sabbath, che di certo lo sono, perché gli Orchid sono capaci di reinterpretare i signori del rock in modo da togliere il fiato. Nell’intreccio di ciò che si ascolta non c’è un solo momento a cui si possa rimproverare mancanza d’ispirazione o noia. Anche per questo è praticamente impossibile indicare dei picchi, visto che l’intero disco Capricorn è dall’inizio alla fine un insieme eccezionale e ponderato, e il nome Orchid si accende a lettere maiuscole nello spettro della percezione anche per il futuro. A giudicare da quanto abbiamo ascoltato, la strada che li attende sarà emozionante e varrà lunghi mesi o anni di attesa!

La recensione è nata dalla collaborazione tra RockLine e Rock Hard Slovenija.

Formazione

Theo Mindell – voce, percussioni
Mark Thomas Baker – chitarra
Nickel – basso
Carter Kennedy – batteria

Produzione

Will Storkson & Orchid

Tracklist

1. Eyes Behind the Wall
2. Capricorn
3. Black Funeral
4. Masters of it All
5. Down Into the Earth
6. He Who Walks Alone
7. Cosmonaut of Three
8. Electric Father
9. Albatross

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